Il teatro multiplo di “Doppio sogno (eyes wide shut)” al Quirino

Il teatro multiplo di “Doppio sogno (eyes wide shut)” al Quirino

doppio sogno“Doppio sogno” all’inizio è uno spettacolo che proprio non va, che non funziona. Ma se la sua mancata riuscita fosse una buona scelta comunicativa? Se la sua “colpa” fosse del pubblico? Se fossimo noi a disturbare, opponendo resistenze al gioco rappresentazione? Del resto il trucco, la suggestione non è tanto nelle mani dell’illusionista quanto negli occhi di chi lo osserva. Intuizione raffinata quella di costringere lo spettatore ad accorgersi della propria posizione nella rappresentazione, solo per farlo identificare con la trama, per lasciarlo sognare. Il pubblico deve infatti imparare a stare al suo posto, imparare quale è il suo posto.

Nella versione di Giancarlo Marinelli, al Quirino fino al 19 aprile, “Doppio sogno (eyes wide shut)” è uno spettacolo complesso, dalla trama articolata costituita da continui echi e richiami interni: un labirinto di specchi in cui lo spettatore è chiamato ad immergersi per trovare il filo rosso che lega insieme i vari riflessi tra loro. Ispirato alla omonima novella di Arthur Schnitzler, il “Doppio sogno” di Marinelli, come ogni sogno che si rispetti, non si sa bene neanche dove inizi realmente. Daniel Fridolin, medico nella città di Vienna, verrà a scoprire i riti segreti di una società segreta autrice di una serie di rapimenti che arriverà anche a minacciare il protagonista stesso. Attraverso un susseguirsi di eventi Fridolin dovrà fare esperienza delle proprie paure, dei propri desideri, delle propri ricordi non risolti. Determinanti saranno anche, tra gli altri, il suo rapporto con sua madre e sua moglie, con il suo amico di infanzia Nachtigall, con la figlia.

Per chi avesse visto la versione cinematografica di Kubrick “Eyes wide shut” c’è da avvertire che non si avrà a che fare con una sua mera riproposizione: l’intreccio è sostanzialmente diverso, anche a fronte della presenza di scene simili tra le due versioni.

Di fatto però non è facile tracciare una linea di demarcazione netta tra ciò che è essenziale nella trama e ciò che non lo è. Questo tratto, caratteristico anche del procedere onirico, ha un ineressante e ben riuscito corrispettivo nella struttura del palco che si trova a volte ad essere separato da un sottile sipario. La stessa presenza di grossi parallelepipedi mobili rende la scenografia duttile e, se necessario, aggiunge  dinamismo essenziale all’atmosfera vorticosa di alcune scene. A connotare la tonalità emotiva delle scene, il contesto e l’ambiente concorre il sapiente gioco di luci, le sottolineature delle musiche e i costumi curati e puntuali. Da apprezzare è anche la performance degli attori, che hanno saputo modellare la psicologia multiforme e ambigua dei personaggi dello spettacolo.

La trama di “Doppio sogno” della compagnia Molière può essere comparata a quella di un giallo, nel quale ci si trova costretti ad avanzare per ipotesi al fine di arrivare a ricostruire l’autore del reato. Ma non è solo questo. In “Doppio sogno” si tratterà più sottilmente anche di capire quale è stato il crimine commesso. Ciò che si sa è solo che è successo qualcosa di spiacevole e inquietante, ma chi lo ha compiuto, chi ne è stato oggetto, e quale è effettivamente la “colpa” in questione sono domande lasciate in sospeso allo spettatore: tutto dipende da quale tipo di verità ci si vuole accontentare. Marinelli non ha certo fatto mistero di voler aver a che fare con un “teatro multiplo, dove la storia fosse tante storie; dove la verità fosse tante verità; e dove, finalmente, l’amore, la morte, il senso di colpa, il peccato e il riscatto, affiorassero prepotentemente tutti insieme”.

Uno spettacolo in definiva veramente da consigliare, e da andare a vedere.

 

Daniele Di Giovenale
@DanieleDDG
8 aprile 2015

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