Tutto quello che volevo Storia di una sentenza: le parole sono l’abisso

Tutto quello che volevo Storia di una sentenza: le parole sono l’abisso

Tutto quello che volevo Storia di una sentenza, di Cinzia Spanò, sarebbe dovuto restare al Teatro Elfo Puccini di Milano fino al 1 novembre 2020 e fare il tutto esaurito, come la scorsa stagione. Il Decreto della Presidenza del Consiglio del 24 ottobre ha imposto però ai teatri la sospensione degli spettacoli fino al 24 novembre.

Chi, come noi, ha avuto la fortuna di vederlo, ha potuto partecipare ad una profonda riflessione sui meccanismi culturali che hanno contribuito a creare l’immagine della donna merce, sullo sfondo di una società che ha monetizzato tutto, finanche la dignità. Lo spettacolo, ben costruito, è  diretto da Roberto Recchia e si snoda con fluidità su piani diversi, grazie alla bravura di Cinzia Spanò.

Qualche anno fa, come alcuni di voi ricorderanno, scoppiò il caso delle “baby squillo” dei Parioli, quartiere alto borghese romano: due ragazze liceali minorenni, una di 14 e l’altra di 15 anni, dopo la scuola si prostituivano per soldi, in uno squallido scantinato dei Parioli, assoldate da uno sfruttatore. L’indagine coinvolse più di 60 clienti, annoverati fra famosi professionisti, tra cui insospettabili padri di famiglia.

Per tutelare le ragazze non si è proceduto ad un maxi processo. Ogni cliente ha quindi avuto un suo processo. Quasi tutti hanno patteggiato o chiesto il rito abbreviato. I media dell’epoca, hanno fortemente inquinato la lettura collettiva della vicenda. Infatti i termini usati, anziché mettere in luce i reati compiuti da uomini adulti (dallo sfruttamento della prostituzione ad avere rapporti sessuali con minorenni), hanno fatto ricadere la colpa sulle due giovani vittime, rendendole vittime una seconda volta.

 

Tutto quello che volevo Storia di una sentenza: come risarcire la dignità barattata per denaro.

La Spanò diventa sul palco la Giudice Paola Di Nicola ed attraversa i suoi dubbi, l’accompagna nella sua ricerca di verità. Fu lei che dovette all’epoca esprimersi sul reato contestato ad uno di questi professionisti di 35 anni: l’avere cioè avuto rapporti sessuali in cambio di denaro con la minore delle due ragazze. E sul risarcimento per la vittima.

Il pubblico ministero aveva chiesto 20mila euro per il danno subito dalla ragazza. La giudice invece, ne richiese uno molto diverso. La quattordicenne aveva, per denaro, con l’illusione di poter comprare con quello “tutto quello che volevo”, barattato la sua dignità, la sua adolescenza, la scoperta della fisicità.

Com’è possibile, si  chiede la giudice, risarcire quello che ha barattato per denaro con altro denaro? Ciò non avvalorerebbe in lei  l’idea che tutto è monetizzabile, anche la dignità? Come restituirle la dignità di donna, calpestata con tanta noncuranza da uomini adulti colti, benestanti, alcuni perfino padri di figlie femmine?

Tutto quello che volevo Storia di una sentenza,  è  un baluardo culturale,  una forma di resistenza all’idea che tutto, finanche la dignità, sia monetizzabile.

La Giudice Paola di Nicola individuò nella conoscenza, l’unico strumento capace di restituire dignità e libertà. “E’ nei libri delle donne e sulle donne che l’hanno preceduta e che hanno dovuto faticosamente guadagnare -talvolta in solitudine, anche pagando con la propria vita o con l’isolamento sociale- la loro libertà di scelta e la loro autonomia intellettuale, che la giovanissima potrà trovare, se lo vorrà, strumenti di conoscenza, modelli e una tra le tante opportunità per comprendere la sua storia, quella del suo Paese e del mondo in cui vive”.

La Spanò, sempre sola sul palco, ci accompagna nel percorso conoscitivo difficoltoso fatto dalla giudice per andare aldilà delle percezioni comuni ed arrivare a quella sentenza che cosi tanto se ne discosta. Forse per questo ci sono in scena, enormi pannelli verticali lisci, scivolosi, rototraslanti, che l’attrice prova a più riprese a girare con difficoltà mentre ripete tra sé e sé la frase “…e se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te ” di Nietzsche.

“e se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te”: le parole sono l’abisso.

E alla fine l’abisso si spalanca davvero ai suoi e ai nostri occhi, mentre i pannelli roteanti si aprono su un disegno che ricorda L’Isola dei morti, di Böcklin.

L’abisso è il linguaggio, non solo quello scelto per narrare la storia delle due minorenni al punto che dovette intervenire il garante della privacy. É il linguaggio scelto, ieri come oggi, dal potere maschile che ordina la società.

Lo ritroviamo già negli atti dell’Assemblea Costituente, tra le parole scritte per decidere se riconoscere o meno alle donne il diritto a diventare magistrato, che la Spanò ci legge con voce rotta. O in quelle del presidente onorario della Corte di Cassazione, Ranelletti che nel 1957 scrive: “la donna è fatua, leggera, superficiale, emotiva, passionale, impulsiva, testardetta anzichenò, approssimativa sempre, negata alla logica e quindi inadatta a valutare obiettivamente, serenamente, saggiamente, i delitti e i delinquenti”.

Le stesse parole svalutanti e denigratorie che si ritrovano in un processo per stupro del 1978 dove si assiste alla sistematica trasformazione della vittima in imputato.

Parole che vogliono svalutare la donna, anche nella sua professione. “Lei ha intenzione di fare dei figli? Chiede il magistrato alla giovane giudice che ha appena vinto il concorso in magistratura. “Signorì, vacci a chiamà lu giudice”, le dice l’usciere nell’aula di tribunale a lei, giovanissima giudice al suo primo processo, nonostante indossi la toga come i colleghi maschi. “Oggi sarò giudicato da un giudice o da una donna?” chiede l’imputato ai carabinieri davanti a lei.

Le parole, o la loro assenza, sono l’abisso, perchè sono le parole, ci ricorda la Spanò, a dare forma al pensiero. E se esse mancano, come manca nel nostro vocabolario avvocatessa, giudichessa, ministra, chirurga e tante altre, la mente ha difficoltà a concepire quel pensiero.

 

Tutto quello che volevo Storia di una sentenza

di e con Cinzia Spanò
regia Roberto Recchia
video del ‘sogno’ Paolo Turro

datore luci Matteo Crespi

fonico Gianfranco Turco

voci di Irene Canali (Laura) e Ferdinando Bruni, Federico Vanni,

Francesco Bonomo, Giovanna Guida

con l’amichevole collaborazione di Francesco Bolo Rossini

produzione Teatro dell’Elfo

Video realizzati in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Brera – Dipartimento di Progettazione e Arti Applicate, diretto dal prof. Roberto Favaro

 

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