Porteresti un robot a casa con te?

Porteresti un robot a casa con te?
Fonte foto: National Geographic Italia (Martina Cirese, servizio per Sant'Orsola di Bologna)

In questo quarto appuntamento della rubrica GENERAZIONE-NAO la robotica incontra il quotidiano della casa. Cosa ne è di tale incontro?

Innumerevoli gli applicativi robotici già utilizzati nelle nostre abitazioni. Ai robot domestici, scope autopulenti, home secretary (vedi alexa), siamo continuamenti esposti. Lo smartphone in primis è la chicca robotica sempre con noi, dotata di machine learning capace di registrare tutte le nostre preferenze e di semplificare molte operazioni di cui abbiamo bisogno.

Insomma, una robotica invisibile a servizio dell’uomo.

È nel 1962 l’anno in cui scoppia definitivamente la febbre robotica; ogni famiglia spera nell’acquisto, nel vicino domani, di un robot governante. Ne sanno qualcosa i Jetson, pronipoti dei Flinstones, che dal 23 settembre dello stesso anno fanno i conti con le strampalate disavventure del robot-governante, alle prese con le decine di futuribili faccende domestiche.

Il 1996 è l’anno in cui l’IBM decreta la vittoria a scacchi di un computer contro un umano mentre successivamente i vocal assistant Siri e Cortana si spenderanno nel campo della robotica virtuale.

Questi piccoli esempi ci aiutano a distinguere, nelle fila degli androidi, i robot umanoidi dai robot non-umanoidi. Molto più costosi e inacessibili i primi, ormai comuni e alla portata di tutti i secondi.

I robot non-umanoidi sono infatti tutte le macchine che non hanno sembianze umane e possono avere qualsiasi forma: cellulari, laptop, braccia meccaniche, robot per la chirurgia medica.

Umanoidi sono le macchine con caratteristiche fisiche ed espressive del corpo umano al fine di ottenere un risultato “antropomorfo”.

Le macchine non umanoide ci aiutano nella gestione quotidiana delle faccende vitali. Ce ne serviamo per comunicare, per imparare e studiare. Sono macchine dotate di chip con intelligenza artificiale, registrano elementi della nostra quotidianità, memorizzano e poi elaborano dati in modo da svolgere, semplificandolo, qualche lavoro umano. I campi di applicazione sono svariati; evidenti quelli in campo medico; gli esoscheletri, ad esempio, sono parti robotiche atte a sostituire/riabilitare gli arti umani dopo un trauma tanto da permettere, anche in caso di traumi irreversibili, possibili spazi di movimento.

Case di giocattoli creano macchine robotiche non umanoidi con funzioni educative: Haibo, il cane parlante che simula gesti e movimenti animali, Tamagotchi, il primo giocattolo domestico virtuale da accudire a 360 gradi; diversamente il gioco si conclude con la morte dell’essere virtuale e dell’apparecchio. Tra i più celebri giochi educativi automatizzati per i più piccoli compare Sapientino, insieme di piccoli applicativi elettronici che assistono nel riconoscimento di parole o numeri, anche in lingua straniera.

Il robot umanoide, al contrario, proprio per la sua fattezza, cattura più facilmente l’attenzione relazionale dei bambini anche di quelli che presentano difficoltà nelle interazioni coordinate e sincronizzate con l’ambiente. I bambini affetti da autismo sono, in genere, molto interessati a giocare con computer o giocattoli meccanici. Sono tanti i progetti socio-educativi che fanno ricorso agli umanoidi per incoraggiare in loro le capacità di socializzazione; sia in setting individuali che in gruppo, i robot mobili finiscono per svolgere il ruolo di mediatori sociali interattivi.

Tornando a noi, “porteresti a casa un robot?”

Lo abbiamo chiesto agli ospiti del Policlinico di S. Orsola, ai curiosi di robotica e società durante Le stelle di S. Orsola, nel maggio 2017, e il Festival della Medicina, terminato da poco.

In queste occasioni l’Ospedale si apre alla città, mostra i suoi talenti e gli scenari di cura meno noti. Tra questi compare l’ambiente pediatrico in cui lavora Nao, il robot umanoide più piccolo.

Abbiamo chiesto ai presenti, grandi e piccoli, che hanno scelto di passare un pomeriggio con noi:

“Porteresti Nao a casa con te?” e “ Cosa pensi lui faccia in ospedale?”

Di seguito i grafici relativi alle risposte.

Una buona parte dei cittadini desidera avere Nao nella propria abitazione (Fig 1), soprattutto come compagno di giochi e distrazione.

In ospedale Nao lo si immagina a disposizione di chi è ricoverato (Fig 2) in tutte quelle attività di accudimento e gioco necessarie alla vita di ogni bambina e bambino.

Ancora una volta gli umani immaginano una robotica al servizio della persona, per niente distante dai bisogni di ogni essere vivente: giocare, studiare, aiutarsi, stare insieme.

Non nascondiamo che questa visione ci rassicura. Sapere che, nello scenario collettivo attuale, un umanoide assomiglia più ad un umano che a un robot è segno che si è capito il senso del nostro lavoro con lui: Nao è apprezzato perché originale ma piccolo, vivace e prevedibile.

È Morbido, a tratti imperfetto. Sa stare tra gli umani senza presunzione, rimane a disposizione.

Figura 1
Figura 2

Dorella Scarponi

Raffaele Buccolo

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