Architetture diaboliche: Partenope violata
Napoli voleva essere accerchiata, catturata, la grande metropoli inesistente, invisibile, intoccabile, stava nel centro delle grandi manovre delle flotte tra piratesche e adolescenti che cercavano casa oltre le coste patrie. Napoli non c’era; non c’era il rumore, il clangore, non il precipitoso coagulo di colori, non gli dèi, le donne, l’aroma del cibo, il sonno. Eppure l’ipotesi colossale di Napoli agiva, e i minuscoli uomini sfioravano lo spazio che doveva per sempre essere Napoli. – Giorgio Manganelli
A ondate alterne, si torna a discutere di criminalità organizzata, cattiva gestione delle risorse pubbliche, malasanità. Le onde vanno e vengono, ce lo insegna il mare, e il mare del golfo di Napoli, sa bene che si discuterà sempre della sua città.

Non si può restare impassibili davanti a tanta violenta bellezza. Il visitatore occasionale che si trova per la prima volta tra le strade dell’antica Partenope porterà per sempre dentro di se il ricordo di quell’odore di sudore e umanità, pane e sacrificio, perché Napoli è fatta di gente che soffre, che ride, che scongiura e impreca; un popolo unico al mondo.
Parliamo dei napoletani perché in qualche modo questa città la fanno loro, la plagiano, la forgiano coi loro umori. Così Napoli è i napoletani e i napoletani quando, disgrazia loro, devono emigrare, sono Napoli. Non crediamo esista popolo più identitario di quello partenopeo. Il culto del caffè, il rito della pizza, l’idioma inconfondibile.

Geminata dal noto colle di Pizzofalcone, antica colonia greca, ha portato avanti nei secoli il suo mito di entità indipendente, immutabile e incandescente, proprio come il Vesuvio le cui pendici occupa.
Vicoli sempre più stretti, stradine tortuose e abbacinanti scorci sul mare, Napoli non ama denudarsi, donna incantevole, ricca di erotismo si mostra sudata tra le tende, invitandoti a spogliarla adagio: femme fatale mediterranea.

Ti pervade un senso di peccaminosa perdizione girando per i vicoli dei Quartieri Spagnoli, addentrarsi troppo non è mai consigliabile e, a dire il vero, quasi impossibile per il flaneur che crede di essere libero di passeggiare dove vuole. D’altronde, cosa sarebbe questa città senza le sue strette strade intrise di odori?
Che architettura diabolica, finti decumani che illudono linearità in un coacervo impazzito di costruzioni, è urbanistica ormai superata, priva di raziocinio si potrà pensare. Che dire allora del hinterland partenopeo? Uscite dal centro storico, avventuratevi, in compagnia di qualcuno del posto che sa “dove si può e dove non si può”, andate a vedere i mitologici mostri della 167, o forse no, statene alla larga.

Allontanatevi dal centro, andate a Caivano a vedere i resti di quel maremoto cementizio che colpì l’Italia alle soglie del boom economico. Chiedete di Don Patriciello che lì tutto fa tranne che il parroco. Ecco apparire la testa della piovra, una di tante, palazzoni di cemento e povertà dove Dio sembra proprio non voler guardare.
Andate a Secondigliano, sempre al comprensorio 167, chiamatelo Scampia se vi suona più familiare, guardatele bene le Vele, questo trionfo di morte e abbandono. L’edilizia popolare nasce dalla sacrosanta necessità di dare decorosa sistemazione a chi ne ha bisogno, averlo fatto così è stato uno dei più grandi fallimenti dell’urbanistica moderna.

Tralasciando il gusto estetico di strutture destinate ad abitazione popolare, è incredibile invece come, inconsciamente, si siano costruiti casermoni perfettamente connaturati all’ambiente che avrebbero alimentato: quello della criminalità. È stato facile, una volta constatata la totale assenza delle istituzioni, fare di quegli accampamenti, roccaforti camorriste, zone franche dove la Repubblica non arriva.
E così di Napoli continuiamo a parlare e continueremo a farlo con un occhio sulle meravigliose architetture barocche e un altro sui mostri di cemento dei clan. Visto da Napoli, a volte, lo Stato non esiste.




