Statua Montanelli imbrattata. Un passo per comprendere l’Occidente

Statua Montanelli imbrattata. Un passo per comprendere l’Occidente

La morte di George Floyd ha sollevato ciò che per tanto tempo era rimasto nascosto, in un’apparente calma piatta, come un vulcano che, da semplice rilievo, genera una forte esplosione. Tutti si concentrano sul momento violento della fuoriuscita del magma, quasi fosse una sorpresa, eppure la scienza ci dice che è solo questione di tempo e che non c’è nulla di casuale.

In un certo senso la morte dell’afroamericano Floyd è stata soltanto l’ennesima manifestazione di un evidente e dilagante razzismo presente negli Stati Uniti, senza usare mezzi termini, perché i numeri della violenza parlano chiaro, ma che paradossalmente ha destato coscienza ed attenzione mediatica soltanto dopo quei terribili otto minuti e cinquantatrè secondi.

La complicità dei social network, strumento mancante nelle precedenti rivendicazioni, ha consentito la diffusione di un messaggio chiaro e forte in tutto il mondo: Black Lives Matter, le vite dei neri contano. Un vulcano che erutta con tutta la sua violenza e che spinge fuori, senza limiti e controllo, le paure, le sofferenze, le ingiustizie subite tacitamente nella vita di tutti i giorni.

Ma neanche la morte di Floyd è valsa per consentire ai più di pensare, anzi ripensare, i valori Occidentali e il piano della discussione è sceso al livello di dover giustificare, o meno, la violenza dei riottosi, come se fosse quello a contare per davvero, dimenticando, di fatto, che una violenza simile non può essere casuale.

Adesso invece la discussione si è spostata ulteriormente, portando l’opinione pubblica a scontrarsi sul tema dell’abbattimento delle statue, dividendo chi vuole sostenere e difendere il valore storico di alcuni monumenti, e ciò che rappresentano, e chi invece proprio per ciò che rappresentano vogliono buttarli giù. Ancora una volta stiamo mancando il punto essenziale della discussione: ripensare i valori Occidentali e la nostra cultura.

La statua di Indro Montanelli imbrattata

Nei giorni scorsi si era parlato tanto della possibilità di rimuovere la statua di Indro Montanelli, a Milano, e così, non potendola rimuovere, è stata imbrattata con vernice rossa ed una scritta che recita “razzista stupratore”.

Senza voler ripercorrere la vita di Indro Montanelli va precisato che, tra le tante accuse, quella che desta maggior scalpore è il madamato all’età di 26 anni, in Eritrea, con una bambina di 12 anni che non esitò a definire animaletto docile in una intervista ad Enzo Biagi del 1982

Si provarono a giustificare tali pratiche ricorrendo a tradizioni ed usanze locali, ma va ricordato che i soldati italiani provenivano dal nostro territorio, con un’educazione morale e religiosa che condannava atti simili, soprattutto con minori.

Nel caso di Montanelli, dunque, c’è poco da interpretare. Questo però giustifica la sua rimozione, o meglio, il suo imbrattamento?

Ancora una volta si presenta l’occasione in cui la scelta da fare è quella di difendere il valore storico oppure, proprio in virtù di tale valore, abbatterlo. È giusto interpretare la storia del passato con il nostro sguardo? La risposta è no, perché in questi giorni qualcuno ha ipotizzato di dover rimuovere il Colosseo, essendo stato costruito da una società schiavista e in cui venivano dati in pasto esseri umani a belve feroci, solo per il gusto del pubblico.

Ma per noi che viviamo nel 2020, quanto fa paura la possibilità di lottare come gladiatori in un’arena? La riteniamo una realtà vicina? Oppure ci spaventa di più la possibilità di essere perseguiti per qualcosa che rappresentiamo?

Il colore della pelle, dei capelli, il sesso, l’orientamento sessuale, l’appartenenza ad un gruppo religioso o anche semplicemente il voler abbracciare usi e costumi di un determinato contesto sociale, come essere nerd o metallari, non vi fa sentire più minacciati? Qualcuno potrebbe pensare che sto esagerando, ma il tatuaggio che portate con orgoglio vi creerà non pochi problemi in qualche parte del mondo.

Ciò che voglio dire è che chiedere l’abbattimento del Colosseo è un tentativo di portare all’estremo alcune conclusioni per cercare di avere ragione, perché oggi non abbiamo più paura di essere dati in pasto ad un leone, ma abbiamo paura delle discriminazioni, ed è per questo che buttare giù la statua di uno schiavista a Bristol o voler imbrattare la statua di Montanelli, che nella sua brillante carriera ha scelto consapevolmente una pratica ignobile, è assolutamente diverso.

La memoria non è solo un posto in cui si vanno ad immagazzinare fatti ed eventi, ma è qualcosa che evoca in noi emozioni, paure, ma soprattutto valori ed oggi, dopo la morte di Floyd, c’è una grande voglia di ribaltarli.

Ma allora è giusto o meno abbattere gli idoli? Non si rischia così di fare un favore proprio all’idolo stesso? Se eliminassimo Auschwitz non sarebbe un punto per il nazismo? Certo, il campo di concentramento non è la testimonianza di un personaggio dalla biografia sospetta, e non è neanche un monumento celebrativo, come può essere la statua di Montanelli.

Eppure credo fermamente che qualsiasi gesto ed evento storico, anche quello celebrativo in cui si innalza l’idolo, sia da salvare o, meglio, reinterpretare in una oggettività storica che non deve lasciarsi andare al tempo presente, perché ogni generazione futura avrà un proprio tempo presente e piegare il passato con lo sguardo contemporaneo è quanto di più deleterio possa esserci. Fu proprio Mussolini a seguire questa lunghezza d’onda, e sappiamo bene come sia andata a finire.

Se della statua di Saddam che viene rovesciata non avessimo un video avremmo perso qualcosa in grado di dirci da dove proveniamo. Ma allora le statue devono essere lasciate così, intatte al loro posto, insieme ai nomi delle strade dedicate a gerarchi fascisti o personaggi malfamati? No, c’è una terza via

La terza via: la storia e l’arte come performance

Siamo abituati all’idea che per studiare la storia o l’arte si debba aprire unlibro (giustamente, direi). Il sapere è contenuto in un testo che ad un certo punto però, in alcuni casi, soprattutto per quanto riguarda l’arte, si arresta. C’è bisogno di una testimonianza, c’è bisogno di toccare, di sentire, e quelle lettere stampate non bastano più.

Quindi che cosa si fa? Si va in un museo, si paga il biglietto, e si segue l’itinerario. L’arte e la storia vengono così affidate a posti specializzati, frequentati da persone propositive, che stanno indagando ed aprendo volontariamente la propria mente.

In realtà siamo circondati nella vita quotidiana dalla storia e dell’arte, non soltanto nei musei: basta saper guardare con attenzione. Anche qui, anche se con i contorni più sfumati, si richiede la propositività dell’osservatore, quindi la sua sensibilità, il suo studio, le sue conoscenze.

Però capita che, e credo che sia capitato a tutti, in una Domenica pomeriggio, in una gita fuori porta, si incontrino monumenti, statue, nomi di piazze e città, e di fermarsi per qualche minuto a leggere quella breve didascalia di fianco. Chiunque può farlo, chiunque lo ha fatto, e con una manciata di secondi si tocca con mano una testimonianza storica ed artistica importante.

Come un fulmine a ciel sereno facciamo un tuffo nel passato, tuffo che può occasionare qualche volta un pensiero, costringendo il cervello a fare un po’ di ginnastica. Dunque, perché rimuovere la statua di uno schiavista? Non si rischia di rimuovere dalla memoria una pratica oltraggiosa?

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Edward Colston – Fonte Immagine: globalist.it

Credo che l’operazione che dovremmo intraprendere, tutti insieme, sia quella di trasformare una testimonianza celebrativa in una testimonianza storica. Non occorre usare epiteti nelle didascalie, o interpretazioni che vanno ad esaltare la magnificenza di un certo personaggio: si possono elencare opere, eventi biografici segnanti, e consentire ai passanti di dire che quello era uno schiavista ed anche un politico.

Trasformare l’evento celebrativo in uno storico significa consentire a tutti di comprendere, di imparare, di saper convivere con l’idea che il male può provenire anche da chi ha fatto cose buone per il proprio paese, e che i mostri non hanno sempre il volto delle bestie feroci.

L’assenza di una statua di Hitler, o la sua presenza parzialmente celata nel museo delle cere di Berlino, consentirà probabilmente al tempo, forse tra qualche secolo, di trasformarlo in uno dei tanti dittatori atroci della storia. L’esempio è provocatorio e non tiene conto della voglia di un popolo di lasciarsi alle spalle degli anni estremamente duri e vergognosi.

Ciò su cui voglio focalizzare l’attenzione è la capacità che abbiamo, oggi più che mai, non di interpretare la storia, ma di riportarne in maniera oggettiva (sui monumenti, si intende) gli eventi salienti, la biografia e consentire allo spettatore di iniziare autonomamente la sua ricerca.

Si possono dedicare spazi ampi nei luoghi pubblici in cui descrivere, narrare, riportare eventi fondamentali, anche oscuri, della nostra civiltà, e non più una manciata di parole in una targa celebrativa.

Ciò non significa che oggi dovranno essere costruite statue e monumenti per preservare la memoria storica di personaggi ambigui, dietro la quale può celarsi la ben più pericolosa memoria celebrativa, ma svuotare l’entusiasmo e far cessare le fanfare su ciò che già abbiamo e restituire alla storia la sua biografia.

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Mausoleo inaugurato nel 2012 a Graziani, gerarca fascista. Fonte immagine: patriaindipendente.it

Una statua non sarà più l’idolo, il feticcio, il trofeo celebrativo, ma un punto di partenza per una maggiore consapevolezza della nostra storia e del nostro passato, che non può più essere relegato soltanto a luoghi specializzati, quasi di culto, come i musei.

Pur comprendendo l’importanza fondamentale dei musei, con i quali siamo in grado di organizzare, difendere, conservare il nostro patrimonio, credo che si possa investire molto su questa terza via, in grado di istruire e di gettare nel vivo lo spettatore in una performance attiva e stimolante.

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