George Floyd. Morire in otto minuti e cinquantatré secondi

George Floyd. Morire in otto minuti e cinquantatré secondi
Fonte immagine: g2r

Quando un essere umano perde la vita non esiste alcuna forma di ristoro che possa ricomporre quella perdita. L’unico vero rimedio, l’unica consolazione sarebbe poter tornare indietro e impedire che accada. Una volta avvenuto l’irreparabile, però, se penso a un gesto che possa in minima parte rendere giustizia a chi non ha voce perché ha smesso di essere parte di questa terra o a chi la voce l’ha persa a causa del dolore, me ne viene in mente soltanto uno e sempre lo stesso: parlare forte e trasparente, senza il timore di chiamare le cose con il proprio nome.

George Floyd – “I can’t breathe”

George Floyd, afroamericano, 46 anni, è morto gridando, prima, sussurrando, poi, “I can’t breathe”, – non respiro – mentre un poliziotto lo costringeva a terra con un ginocchio che premeva sul suo collo.

George Floyd è morto supplicando di non essere ucciso – e già solo il fatto che un uomo possa paventare l’ipotesi di morire durante un fermo di polizia pone un problema enorme – mentre quello stesso poliziotto fissava la videocamera dei testimoni che hanno ripreso l’accaduto in un paese, l’America, dove gli afrodiscendenti sono stanchi di morire per una banconota falsa.

Una banconota falsa, pare proprio che la polizia sia intervenuta inizialmente per questa ragione allertata da un negoziante, e che in seguito abbia trattenuto l’uomo perché sotto effetto di sostanze stupefacenti.

Derek Chauvin è stato arrestato con l’accusa di omicidio di terzo grado, anche se dal referto della prima autopsia si esclude che la morte di George Floyd sia stata conseguenza di un soffocamento, stabilendo che «gli effetti combinati dell’essere bloccato dalla polizia, delle sue patologie pregresse e di qualche potenziale sostanza intossicante nel suo corpo hanno probabilmente contribuito alla sua morte».

Minneapolis, proteste dopo la morte di George Floyd. Fonte immagine: Ansa

Le indagini e il processo decreteranno le sorti del poliziotto. Quel che è certo però è che un’autorità di pubblica sicurezza, nel pieno esercizio delle proprie funzioni, ha infierito su un uomo inerme esercitando la forza fisica. E ha agito alla luce del sole, un gesto lungo otto minuti e cinquantatré secondi, senza bisogno di nascondersi, consapevole che le sue gesta avrebbero potuto essere diffuse.

Otto minuti e cinquantatré secondi può essere un lasso di tempo breve per molti.

Otto minuti e cinquantatré secondi è un tempo lunghissimo per accorgersi che quello sguardo dritto verso la camera richiama la noncuranza di chi si ritiene intoccabile.

La criminalizzazione degli afroamericani e il ruolo della politica

Secondo alcune persone sottolineare la nazionalità di George Floyd è un torto alla vittima, bisognerebbe porre l’accento sul fatto che a morire è stato un uomo la cui vita è importante tanto quanto quella di ogni singolo essere umano sulla faccia della terra. Bisognerebbe sottolineare l’uguaglianza di ogni individuo. Ecco, in questo caso così facendo si perderebbe il centro del problema. George Floyd era afroamericano ed è proprio la sua etnia ad aver determinato il trattamento a cui è stato sottoposto, perché essere nero in America – ma in misura diversa anche in altri paesi – comporta uno stigma che non pesa sulle spalle delle persone bianche.

«Né schiavitù o servitù involontaria, eccetto che come punizione per un crimine per cui il soggetto dovrà essere debitamente incarcerato, esisterà sul suolo degli Stati Uniti, o in ogni altro luogo soggetto alla sua giurisdizione», così dispone il tredicesimo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America entrato in vigore il 18 dicembre 1865. Da quel momento viene abolita formalmente la schiavitù, ma si impone una clausola preoccupante che la legittima come sanzione di fronte a un atto criminale. Esiste una falla nella Costituzione americana, che di fatto ha portato alla criminalizzazione degli afroamericani istituendo una corrispondenza tra il colore della pelle e la propensione al crimine.

Il documentario 13th, diretto da Ava DuVernay e trasmesso su Netflix, ha indagato il razzismo sistemico che pervade la società americana, tentando di risalire alla sua causa.

Prima di tutto qualche dato: gli Usa rappresentano il 5% della popolazione mondiale. Il 25% è la popolazione incarcerata. Un uomo bianco ha 1 possibilità su 17 di finire in carcere. Un uomo nero americano ha invece 1 probabilità su 3.

Ma come si è giunti a questo scenario preoccupante? La politica e la necessità di ottenere consensi attraverso il mantenimento della sicurezza hanno avuto un peso considerevole.

Il documentario, nel quale intervengono attivisti e docenti universitari, ci riporta indietro al tempo di Richard Nixon, inventore dello slogan law and order e della cosiddetta war on drugs. L’America, negli anni Settanta, individua nella droga il suo nemico principale e attua una politica repressiva per contrastarne la produzione e diffusione. Le dichiarazioni del consigliere del presidente americano, John Ehrlichman, rilasciate al giornalista Dan Baum hanno gettato un’ombra sui buoni propositi che sembravano guidarli allora, pare infatti che «la campagna di Nixon nel 1968 e la Casa Bianca, da lui stessa gestita, avevano due grandi nemici: le frange del popolo contrarie alle guerre e i cittadini di colore. Capisci di cosa sto parlando no? Eravamo coscienti che non potevamo rendere illegali le persone di colore o gli oppositori delle nostre guerre. Tuttavia, grazie alle nostre manovre, i cittadini iniziarono ad associare gli hippy con la marijuana e i neri con l’eroina, il che ci permise di criminalizzare pesantemente ed ostacolare con tutti i mezzi quelle comunità. Potevamo finalmente arrestare i loro leader, fare irruzioni nelle loro case, interrompere le loro riunioni ed attaccare qualsiasi cosa facessero, notte dopo notte, su tutti i principali telegiornali della sera».

Ronald Reagan continua sulla scia del predecessore e con l’Anti-Drug Abuse Act, emanato nel 1986: dispone pene più severe in riferimento ai reati di droga, prevede finanziamenti alle forze dell’ordine e, di fatto, istituendo un trattamento diverso a seconda del tipo di droga utilizzato, provoca un atteggiamento discriminatorio su base etnica. Nonostante il proposito di «identificare coloro che fanno uso di droghe, contattarli, aiutarli a smettere e dare loro il sostegno di cui hanno bisogno per vivere nel modo giusto» si prevede una pena minima di cinque anni per i possessori di cinque grammi di crack, ma anche per i possessori di cinquecento grammi di cocaina. Il crack, una droga potente ed economica, circolava nei ghetti neri.

Il Federal Crime Bill emanato nel 1994, durante la presidenza di Bill Clinton, ha introdotto minimi di pena particolarmente elevati soprattutto per i reati legati alla droga, estendendo la pena di morte al traffico di stupefacenti su larga scala, inoltre ha previsto che i condannati per reati violenti trascorressero almeno l’85% della loro pena in carcere. Questi strumenti giuridici hanno contribuito alla cosiddetta incarcerazione di massa e si è arrivati al punto che nel sistema processuale statunitense il 90% dei processi si chiude con un patteggiamento, quindi con un accordo tra il procuratore e l’accusato per poter ricevere una pena certa.

Secondo uno studio del Proceedings of the National Academy of Science of the United States, «la violenza della polizia è una delle principali cause di morte per i giovani negli Stati Uniti. Nel corso della vita, circa 1 su 1.000 uomini neri può aspettarsi di essere ucciso dalla polizia», inoltre «donne e uomini di colore e donne e uomini indiani d’America e dell’Alaska hanno significativamente più probabilità delle donne e degli uomini bianchi di essere uccisi dalla polizia. Gli uomini latini allo stesso modo hanno maggiori probabilità di essere uccisi dalla polizia rispetto agli uomini bianchi».

Trayvon Martin, Michael Brown, Laquan Mcdonald, Tamir Rice, Freddie Gray sono stati ammazzati per mano della polizia tra il 2012 e il 2014. E queste sono soltanto alcune delle vite che contavano.

L’America brucia ancora

L’America è teatro di scontri da giorni, da quando un gruppo di manifestanti è sceso in strada per difendere il “diritto di respirare”.

Qualche giorno fa sono state diffuse le immagini dell’arresto di Omar Jimenez, giornalista afroispanico della Cnn fermato insieme alla sua troupe, e rilasciato poco dopo. Un ragazzo di diciannove anni, a Detroit, è stato ucciso da alcuni colpi di pistola provenienti da un Suv e diretti verso la folla che manifestava. È stato scontro violento anche tra i manifestanti e gli agenti del Secret Service di fronte alla Casa Bianca, episodio che ha scatenato la reazione di Donal Trump, il quale ha dichiarato che se fossero riusciti ad entrare «sarebbero stati accolti dai cani più feroci e dalle armi più minacciose che io abbia mai visto: e questo sarebbe stato il momento in cui la gente si sarebbe fatta veramente male».

Il Presidente degli Stati Uniti, oltre a definire la morte di Floyd «una grande tragedia», ha condannato l’operato del sindaco di Minneapolis, Jacob Fray, attribuendo la sua presunta debolezza a una posizione politica di sinistra. «Non posso stare indietro e guardare quanto accade in una grande città americana – ha scritto qualche giorno fa Trump su Twitter – Una totale mancanza di leadership. O il debole sindaco della sinistra radicale, Jacob Frey, si mette in azione e mette sotto controllo la città, oppure invierò la Guardia Nazionale e farò il lavoro giusto».

Minneapolis. Le proteste dopo la morte di George Floyd. Fonte immagine: Star Tribune

In America potrebbe marciare l’esercito per reprimere gli scontri, la politica gioca a fare se stessa e si divide in fazioni, i manifestanti vengono apostrofati come violenti facinorosi. L’America brucia ancora e a mancare, come sempre, è quella che l’antropologia definisce la dimensione emica: il punto di vista degli attori sociali. Allora proviamo a comprenderla questa prospettiva che non ci appartiene e cerchiamo di capire che utilizzare la forza per condannarla potrebbe apparire un controsenso, ma a volte è necessario abbandonare l’esigenza tutta umana di conferire la ragione o il torto ad una delle parti in causa e prestare ascolto al dolore, che spesso ha bisogno di esplodere prima di trasformarsi in discorso.

Il movimento Black Lives Matter, nato nel 2014 a seguito dell’ennesima uccisione di un giovane da parte della polizia e portavoce della comunità afroamericana, chiede ai bianchi di prendere coscienza del loro privilegio usandolo per decostruire gli stereotipi razzisti che pervadono la società occidentale, una società profondamente razzializzata.

Oggi stiamo reagendo di fronte alla brutalità di un omicidio al quale abbiamo potuto assistere, anche se a distanza e dietro uno schermo. Tutti noi abbiamo guardato negli occhi quel poliziotto, tutti noi abbiamo ascoltato un uomo sdraiato a terra ripetere “Please, man, I can’t breathe” e questo destabilizza, colpisce, fa sentire impotenti.

La violenza è soltanto l’apice, prima c’è la retorica politica che disumanizza gli immigrati trattandoli come strumenti di lavoro privi di qualsiasi tutela; c’è Donald Trump che contesta l’autenticità del certificato di nascita di Barack Obama; c’è la costruzione dell’uomo nero che viene a rubare il lavoro agli italiani brava gente.

L’immaginario non è qualcosa di astratto o innocuo, è una costruzione mentale che guida la prassi delle nostre azioni quotidiane. Evidentemente lo stiamo nutrendo di pensieri sbagliati.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook