Che destino vorrà dare l’Amministrazione Comunale alle case inutilizzate di Via Longo?

Comunicato Stampa

Teramo – La gestione delle trasformazioni fisiche del territorio e della città è il principale terreno di prova sul quale si misura la coesione di una comunità e l’attitudine di chi la governa ad esserne espressione diretta.

Tali costruzioni possono essere un argomento sul quale vale la pena ragionare pubblicamente in termini concreti ed operativi, cercando di allargare la riflessione per trarre dal caso particolare di quell’insediamento indicazioni utili a definire una prospettiva sostenibile di trasformazione urbana.
La questione non può essere affrontata mettendo in moto il rituale apparato di strumenti finanziari, prima di essere pubblicamente pervenuti ad un’ipotesi urbanistica che coinvolga il contributo diretto dei cittadini che abitano quelle case e di tutti quelli che hanno interesse alla qualità degli spazi comuni.

Registriamo da parte del Comune di Teramo un totale disinteresse nei confronti di un’iniziativa che punta proprio alla partecipazione diretta piuttosto che a comunicati ed annunci relativi a progetti che non è dato modo di conoscere prima che le cose si siano spinte fino ad un temibile punto di non ritorno.

Anche da un punto di vista strettamente finanziario, la notizia della firma di un accordo fra fondazioni bancarie e gruppi immobiliari con la partecipazione al 40% di un fondo nazionale gestito dalla Cassa Depositi e Prestiti (come previsto dal Piano Casa), porta in primo piano l’attenzione proprio sulle modalità con le quali si andrà ad operare fisicamente, giacché il finanziamento pubblico deve essere erogato sulla base di valutazioni legate alla sostenibilità finanziaria (i cosiddetti “fondi etici”), alla sostenibilità edilizia, alla sostenibilità sociale.

Per questo vorremmo che prima di tutto venissero messe a confronto in maniera argomentata le diverse possibili modalità di intervento, proprio sulla base delle valutazioni di sostenibilità di cui sopra.

Stupisce, in questo senso, come si senta parlare dell’area di via Longo in termini generici di “generalizzato degrado edilizio ed urbanistico”, come si metta in campo la demolizione di 6 fabbricati per ricostruire una volumetria che porti ad un incremento sostanziale del numero degli appartamenti, come si affronti la questione dei cittadini residenti focalizzando l’attenzione soprattutto sulla perdita da parte di alcuni di questi (il 40%) dei requisiti per usufruire del canone sociale, e su come tutti gli altri (circa 60 famiglie) successivamente ad uno spostamento potrebbero poi “anche (sic!) tornare negli alloggi di via Longo”, dei quali “una parte” (quanti?) resterà di proprietà del Comune.

Di come un programma con un simile impatto economico, urbanistico e sociale possa essere attuato crediamo si debba discutere pubblicamente. In questo senso è particolarmente assordante l’indifferenza con la quale è stata accolta un’iniziativa di un giornale locale con tiratura di 2000 copie interamente autofinanziato e senza messaggi pubblicitari che intende porre queste questioni al centro dell’attenzione dei cittadini residenti.

Le dichiarazioni che abbiamo letto in questi giorni, e le scelte che le hanno generate, non considerano in nessun modo il contributo di una parte attiva della cittadinanza, trasmettendo il messaggio che la gestione del territorio è argomento sul quale non è dato interferire e che i segnali in senso contrario che arrivano in forma autoprodotta vanno semplicemente ignorati.

Pur consapevoli del fatto che l’ipotesi di confrontarsi con pratiche partecipative possa non risultare in sintonia con l’approccio a questi temi da parte dell’amministrazione, invitiamo la stessa a considerare i contributi dei cittadini con più attenzione, per puntare alla definizione di un’idea organica dello sviluppo della città, fondata su criteri trasparenti e condivisi che stiano a monte delle scelte operative e degli strumenti finanziari che dovrebbero permetterne l’attuazione.

Esistono questioni sulle quali è particolarmente importante che l’amministrazione della cosa pubblica si attui in forme partecipative, affinché le scelte che si compiono risultino comprensibili e condivise per un numero quanto più possibile ampio di cittadini.

 

 

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