Quale destino per la Croce Rossa Italiana?

di Loris Tarli

Domani 25 ottobre, a Roma ci sarà un incontro riservatissimo tra i vertici della CRI , dovrebbe essere presentata una ipotesi di lavoro.
I circa 3000 dipendenti dell’Ente Pubblico Croce Rossa Italiana stanno aspettando con preoccupazione notizie sulle decisioni del Governo per il mantenimento o la trasformazione giuridica dell’Ente.
Il 4 novembre, infatti,  scadranno i termini della Legge delega per pianificare la ristrutturazione della Croce Rossa Italiana unitamente a molti altri ritenuti inutili dal punto di vista economico e la Croce Rossa Italiana possiede svariati milioni di euro, un patrimonio principesco: un vero e proprio tesoro costituito da poderi, donazioni ed edifici.

L’Ente è a rischio dismissione del Patrimonio e privatizzazione.
Il Governo può destinare l’immenso patrimonio della Croce Rossa Italiana al ripristino dei bilanci in rosso e le migliaia di dipendenti potrebbero essere traslati, in vari enti locali con carenza di organico per via del blocco storico delle assunzioni.
È possibile che vengano erogati incentivi per gli Enti che accetteranno la mobilità di dipendenti provenienti dalla CRI.
L’interrogativo è ancora più inquietante,l però:
Chi interverrà nelle emergenze nazionali, magari in caso di sisma o calamità naturali?
Che fine farà il servizio che da sempre l’immaginario collettivo collega con le autoambulanze al servizio del territorio nazionale?
La possibilità della privatizzazione nel servizio di emergenza e soccorso incute molte incertezze, affidare tale servizio ai soli volontari a molti pare pura follia.
Come potrebbe un volontario accollarsi le spese di conservazione e acquisto degli automezzi?
Si congettura di una Agenzia fatta nascere per gestire l’Ente in modo privatistico usando il logo ed il marchio della Croce Rossa Italiana, una rovina per il personale interno da anni impegnato e assunto nell’Ente.
Pare però che il vero obiettivo della manovra possa essere il patrimonio della CRI: donazioni, eredità e affidamenti che si sono ammonticchiati dal 1866 sino ad oggi.
La Croce Rossa Italiana è proprietaria di immobili, caserme militari, colonie marine e poderi vari in tutta la Penisola.
Un ghiotto boccone per rimpinguare  le casse dello Stato sempre più depauperate,una preziosa ricchezza per garantire la sopravvivenza di un Ente che, ultimamente ha un blasone seppur preziosissimo non troppo immacolato.
Comunque, nonostante le diatribe portate alla luce dai vari servizi di Stefano Salvi con Vincenzo Lo Zito ed il Comitato Regionale CRI  Abruzzo, oppure le vicende clientelari della CRI Sicilia, la CRI per tutti ancora significa: soccorso,  interventi in situazioni di pericolo assistenza sanitaria e vettovagliamento sui campi di battaglia.
Tali virtù non dovrebbero essere messe all’asta o, peggio ancora , affidate a società per la liquidazione di pubblici patrimoni.
Con questa manovra dovrebbero solo restare con connotazione pubblicistica  i Comitati Regionali CRI ed il Comitato Centrale di Roma, mentre i Comitati Provinciali e Locali verrebbero configurati come attività private di soccorso e pubblica assistenza.
I dipendenti interinali, a collaborazione e quelli con contratto a tempo determinato probabilmente verranno licenziati,  per lo più soccorritori, autisti di ambulanze e operatori amministrativi.
In provincia si rischia veramente di veder scomparire l’unico presidio del soccorso fino ad ora servito dalla CRI.
Il Comitato Internazionale della Croce Rossa di Ginevra ha sempre affermato che la Croce Rossa  è una  Associazione di volontariato, solamente in Italia è anche un Ente Pubblico Non Economico, quindi, per i vertici internazionali la dismissione del personale  dipendente non comporterebbe alcun problema morale e giuridico.
I 3000 dipendenti in servizio presso la CRI attendono non troppo fiduciosi le decisioni governative circa la loro sorte, più spensierati saranno i volontari a vario titolo pseudo – operanti  nell’Ente che si libereranno in un sol colpo della fastidiosa presenza dei dipendenti nelle loro sedi di servizio del loro tempo liberato.
Un ulteriore insulto alle conquiste di 150 di storia dell’Unità d’Italia.

 

24 ottobre 2011

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