Mouse: P.I. for Hire – Lo stile è davvero tutto?
Di recente abbiamo infatti giocato a Mouse: P.I. for Hire, uno sparatutto in prima persona sviluppato da Fumi Games e pubblicato da PlaySide Studios, che ci aveva attratti già dal suo primissimo trailer di lancio, proprio per questo suo stile grafico molto curato e particolareggiato.
È stato proprio il contrasto tra lo stile grafico e il gameplay del gioco ad incuriosirci al punto tale da voler puntare su questa nuova produzione. Un poliziesco noir in stile cartoon con un sistema di shooting che ricorda molto i buoni e cari Doom del passato, cosa potrebbe mai andare storto?
Mouse: P.I. for Hire – Indagini e fumo
Pad alla mano, Mouse: P.I. for Hire presenta al giocatore la figura di Jack Pepper, un investigatore privato in una distopica America anni 50 nelle mani di topi affamati di formaggio.
Dopo una piccola missione tutorial, che servirà principalmente per insegnare le basi del gioco, verremo a conoscenza della misteriosa scomparsa di un grande mago vecchio compagno d’armi del nostro protagonista.
Inutile dire che la puzza di gorgonzola inizierà a farsi strada tra i pensieri del nostro investigatopo e noi dovremo aiutarlo a scovare gli indizi attraverso una dura società fatta di criminali, traffici illegali e politici corrotti. Un giorno di ordinaria amministrazione… no?
Nella pratica, Mouse: P.I. for Hire suddivide le indagini di Jack Pepper in mini aree in cui farsi strada sparando ad ogni nemico presente, spingendo il giocatore ad osservare ogni minimo dettaglio per riuscire a trovare gli indizi per poter proseguire con il caso. Ogni indizio trovato dovrà poi essere attaccato alla classica lavagna degli appunti, che servirà per trovare i collegamenti che sbloccheranno le successive fasi dell’indagine.

Per quanto il gioco sia abbastanza lineare e con aree di dimensioni mai eccessive, lo stile grafico permette agli sviluppatori di inserire moltissimi segreti all’interno delle zone esplorabili e per quanto il gioco si riesca a portare a termine anche senza trovare la totalità degli indizi, non è scontato perdersi alcuni dettagli a causa di una grafica che gioca sulle sue particolarità.
Per aumentare l’effetto cartoon infatti i nemici, così come il protagonista e molti altri elementi a schermo, risulteranno bidimensionali al contrario della tridimensionalità generale degli ambienti, rendendo talvolta semplice nascondere qualcosa di segreto dietro apparenti strade senza sbocchi. La progressione ad aree aiuta questo compito, impedendo spesso al giocatore di tornare indietro nelle aree visitate in precedenza.

Pistole, baseball e stile vintage
Lo stile noire di Mouse: P.I. for Hire, oltre che da una scelta musicale davvero impattante e da una scelta grafica bicolore, passa anche attraverso la narrazione e la creazione del mondo di gioco e dei vari stage affrontabili.
Il protagonista parlerà sempre in sottofondo, commentando ogni azione ed ogni indizio, in pieno stile giallo d’altri tempi ad esempio e moltissimi livelli ripercorrono l’immaginario comune di luoghi simbolo americani (come TopHollywood) dando la possibilità agli sviluppatori di trasformare con idee geniali aree che altrimenti avrebbero avuto poco carattere proprio a causa dello stile grafico.
In aggiunta vi è una serie di missioni secondarie e collezionabili basate sulle mode americane dell’epoca, come le figurine dei giocatori di Baseball o le copertine dei quotidiani e dei fumetti a strisce ed anche i temi trattati durante le varie indagini risultano essere un altalena di battute sarcastiche e temi cupi e pesanti, bilanciati con maestria e senza mai sfociare nel banale.

Musica impeccabile, ma lo shooting?
C’è però una nota dolente in Mouse: P.I. for Hire, ed è il feeling nello shooting. Per quanto stiloso e molto ispirato tematicamente e, soprattutto, musicalmente, non possiamo non citarvi questo dettaglio che, a mio personalissimo parere, rischia di rovinare un pochino l’esperienza complessiva.
Non vi è un vero e proprio feeling con le armi e spesso si avrà la sensazione di non aver fatto il minimo danno al nemico anche se quest’ultimo verrà abbattuto dal nostro colpo. Alcune armi molto impattanti come il fucile risulteranno essere davvero poco divertenti da usare a causa di questa scelta stilistica che premierà invece le pistole, o le armi leggere, molto più dinamiche e senza la pretesa di essere anche molto letali.
Un peccato perché questa mancanza compromette in un modo o nell’altro, l’esperienza complessiva del titolo che da una parte spingerà il giocatore a voler scoprire sempre più segreti sulla trama e sui personaggi principali per risolvere i casi, ma che rovinerà le zone dove lo shooting è più frenetico e dove i nemici sono più aggressivi.





