Hogwarts Legacy, J.K. Rowling e il consumo etico
Lo conosciamo, è sulla bocca di tutti: questo Hogwarts Legacy sarà a breve disponibile per il grande pubblico su PlayStation 4 e 5, Xbox Series S/X/One, PC e Nintendo Switch, ma è da tempo che si è fatto conoscere – suo malgrado – per il polverone sollevato intorno all’autrice dell’opera originaria.
Ma perché J.K. Rowling è nel mirino dell’opinione pubblica e da dove nasce questo scontro? E poi, l’operazione di boicottaggio del videogioco è uno strumento utile alla causa? Si può parlare di consumo etico nell’industria videoludica, o in generale? Toccheremo tutti questi temi nel presente articolo, nel quale vedremo come dibattiti online hanno avuto e possono avere ripercussioni reali. Nel fare questo, si faranno menzioni a fatti o parole legate ad argomenti sensibili come transfobia e hate speech, per cui lettrici e lettori sono avvisati.
Antefatto: J.K. Rowling dal 2020 ad oggi
Siamo a giugno del 2020, e Joanne Rowling decide di condividere sul suo profilo Twitter un articolo di opinione uscito su devex.com e lo commenta con questa frase:
«“Persone con mestruazioni”. Sono sicura che c’era una parola per queste persone. Qualcuno mi aiuti. Wumben? Wimpound? Woomud? (distorsioni di “Women”, ndr)».
Questa presa di posizione ha immediatamente acceso una discussione e una serie di proteste in quanto il messaggio proposto è chiaro: le uniche persone dotate di utero sono le donne, e dall’equazione sono escluse le donne transgender a cui alla nascita è stato assegnato un genere diverso in virtù delle caratteristiche biologiche.

A questa frase sono poi seguite una serie di messaggi scomposti e contraddittori: Rowling procede ad affermare il suo sostegno alle donne transgender, salvo poi ribadire il concetto che sesso e genere coincidono e associare alle persone trans la figura dei groomer, o adescatori. In tempi più recenti, l’autrice ha fatto parlare di sé in questo in vari modi, esprimendo il suo pieno supporto all’associazione LGB Alliance (che volutamente esclude la T di transgender), oppure inserendo all’interno di una delle sue opere più recenti un personaggio che si “traveste” da donna per adescare e uccidere giovani donne, antagonizzando la pratica del cross-dressing in quanto tale. È stato inoltre fatto notare come lo pseudonimo con cui sceglie di pubblicare i suoi ultimi romanzi, Robert Galbraith, sia il medesimo di uno psichiatra che intorno al 1970 ha pubblicato una ricerca scientifica secondo la quale si sarebbe “curato” un uomo omosessuale rendendolo eterosessuale tramite stimolazioni cerebrali. Su quest’ultimo aspetto Rowling ha però asserito si trattasse di una mera coincidenza.
Tornando invece alle dichiarazioni iniziali, da dove proviene il sentimento anti-transgender? Molto sinteticamente e non potendo trattare l’intera evoluzione del movimento femminista in questo contesto, non si tratta di prese di posizione nuove o inventate dall’autrice britannica ma bensì di idee figlie del cosiddetto femminismo radicale, che a sua volta origina dalla cosiddetta seconda ondata del movimento femminista degli anni ‘60 del ‘900. La parola “radicale” sta ad indicare un ritorno alle radici della distinzione tra uomo e donna, e in ultima analisi al binomio sesso-genere e alla loro congruenza. Questa visione non tiene quindi in considerazione gli studi più recenti sull’identità di genere e sul principio di autodeterminazione.
Questo è, dunque, il contesto in cui si inquadra la controversia legata alla creatrice del Wizarding World. Il dibattito, inizialmente di esclusivo appannaggio degli utenti Twitter e delle community online, si è poi riversato anche nel “mondo reale” – passatemi il termine – con tanto di dichiarazioni ufficiali di presa di distanza o di supporto da parte di membri del cast dei fortunati film, oltre che note stampa della stessa Warner Bros. Questo, unitamente al sostegno economico che Rowling ha dato a persone e gruppi attivamente transfobici, rendono l’intera vicenda e le sue conseguenze visceralmente reali.
E qui entra in gioco… il gioco
Arriviamo quindi alla fatica di Avalanche Games, Hogwarts Legacy. Come mai proprio questo, di tanti prodotti del brand Wizarding World (colosso che ad oggi ha fatturato un totale di £32 miliardi tra box office, libri, merchandise e quant’altro), è finito nell’occhio del ciclone?
Anzitutto si tratta dell’opera più recente ambientata nel mondo di Harry Potter, e quindi è facile comprendere come questa sia inevitabilmente finita per essere oggetto di discussione prematura, tra hype e critiche varie. Non ha aiutato il fatto che la stessa Rowling ha affermato anzitempo che il suo fatturato aiuti molto a superare il disagio provocato dalle polemiche, deridendo i suoi detrattori in virtù del suo enorme guadagno.

Inoltre, c’è un discorso da fare in merito proprio alle revenue di Hogwarts Legacy. Molto spesso, infatti, chi difende il titolo porta avanti l’argomentazione relativa al team di sviluppo e a come questo non debba pagare per le dichiarazioni di qualcun altro, anche se quest’ultimo ha creato il mondo fittizio di Hogwarts. Certo, questo concetto è sacrosanto e lo stesso team ha preso le distanze dalle posizioni radicali di Rowling. Per ciò che concerne il successo o meno del gioco, questo verosimilmente peserà sia sulla percentuale che l’autrice percepirà (al netto di una base probabilmente fissa e discussa con Warner Bros., ma qui entriamo in territorio di pure speculazioni e questo va sempre tenuto a mente), sia sul lavoro dei dev, non tanto in termini di stipendio puro quanto del futuro di Avalanche Games e di eventuali prodotti successivi.
Il principio del boicottaggio: pro e contro
Arriviamo quindi al punto: ha senso parlare di boicottaggio in un mondo come quello dell’industria videoludica, al netto di tutte le possibili conseguenze e persone coinvolte? Mettendo immediatamente le cose in chiaro, questo articolo e chi lo scrive non risponde né “Sì”, né “No” a tale domanda, perché banalmente la risposta, sempre se esiste, è complessa. Ovvero, la scelta di comprare o meno un titolo resta individuale e come tale può avere motivazioni differenti. Può quindi avere senso decidere di seguire la propria bussola morale e non voler più sostenere un brand creato da una persona con posizioni di odio così palesi e gratuite, come è comprensibile invece la volontà di provare un videogioco che si spinge verso i limiti grafici e creativi in nome della curiosità verso il futuro dell’industria videoludica; oppure ancora c’è chi vuole semplicemente immergersi in un mondo di fantasia prescindendo da chi l’ha ideata in tempi non sospetti e prima di esporre le proprie posizioni.

Bisogna tenere a mente alcune cose in merito all’operazione di boicottaggio lanciata online, principalmente dalla community di persone transgender. La prima è che non si tratta solo di un intervento prettamente ideologico, ma che mira a voler attenuare quelle che sono le conseguenze concrete sulle vite delle persone dovute al sostegno economico di Rowling nei confronti delle associazioni radicali e transfobiche. In queste realtà ci sono infatti stati casi di persone che hanno violato ripetutamente la privacy di persone frequentanti i bagni delle donne chiedendo insistentemente di “provare” di essere “davvero” donne.
Il concetto di fondo dietro al boicottaggio è quindi di stampo attivista e vuole portare a un cambiamento, oltre che creare maggiore consapevolezza sulle difficoltà che la comunità transgender affronta quotidianamente, le quali sono insindacabilmente valide e in alcun modo sminuibili. Tuttavia, questo sforzo collettivo si è ridotto in ultima analisi al tentativo di rendere irrilevante l’intero mondo di Harry Potter e quindi la figura di Rowling, impresa che si può facilmente intuire essere titanica e certamente non ottenibile al day one, accompagnato toni eccessivamente accesi da una e dall’altra parte della barricata. Inoltre è opportuno ricordare come il patrimonio di Joanne Rowling non dipenda esattamente dalla buona riuscita di Hogwarts Legacy, ma sia già consolidato a sufficienza e l’autrice può tranquillamente procedere nel dare fondi a chi più le aggrada.
Si tratta quindi, nuovamente, di un tema estremamente complesso e delicato. Le ragioni delle persone transgender sono chiare, ma le modalità di dialogo perpetrate nelle ultime settimane hanno reso la trasmissione del messaggio discontinua e poco accessibile: non si contano le numerose dichiarazioni online secondo cui chi compra il gioco sarebbe apertamente transfobico, o gli espedienti per antagonizzare chi decide di giocarlo in diretta su piattaforme di streaming – pratica per cui è stato creato un sito apposito, con l’unico scopo di tracciare gli streamer coinvolti. Inoltre, in un certo senso, la vicenda ha portato a una maggiore fama di Hogwarts Legacy, raggiungendo anche persone “fuori target” che probabilmente non vi si sarebbero nemmeno avvicinate e ottenendo così l’effetto opposto a quello ricercato dal boicottaggio.
Ma quindi, esiste il consumo etico nella società capitalista?
Il sottotitolo a conclusione di questo articolo è una provocazione che esiste online da almeno dieci anni, ed è una frase che è stata ampiamente usata in risposta a una campagna femminista che si è però avvalsa di prodotti creati in condizioni lavorative disumane. Si è scelta di formularla qui sotto forma di domanda poiché riconducibile alla campagna di sensibilizzazione e boicottaggio di cui sopra nei confronti di Hogwarts Legacy.
In linea generale, è incredibilmente complesso anche per l’attivista più incallito perseguire uno stile di vita puramente etico al 100%, e questo è dovuto al sistema sociale ed economico in cui ci collochiamo. Non è sempre possibile anche per cose che sembrerebbero banali, come l’acquisto di vestiti, poiché il modo più accessibile ed economicamente sostenibile di farlo prevede l’ingresso in negozi di fast fashion, che è ampiamente noto e dimostrato essere un mondo che si avvale di cicli di produzione con pochi (o inesistenti) riguardi nei confronti della dignità della working class.
In alcuni casi, però, è possibile compiere una scelta. E come detto in precedenza, la scelta di acquistare o meno Hogwarts Legacy può avere differenti motivazioni e ragionamenti a seconda del singolo individuo. Da questa storia si possono però imparare diverse lezioni: chi non conosceva o era poco esposto al mondo della comunità transgender ora può avere maggior comprensione delle ragioni per il suo agire, e d’altro canto questa realtà può ripensare alle modalità di attivismo online e a come avvicinare maggiormente le persone alle proprie istanze, evitando di antagonizzare ed avvelenare un dibattito potenzialmente costruttivo in nome dell’autoconservazione, per quanto sacrosanta essa sia.
Le persone, come chi scrive, non appartengono alla comunità T non possono comprendere appieno la sofferenza di chi è bersaglio di affermazioni d’odio e bullismo, online e offline; ma si può avere sufficiente empatia da capire che le azioni e parole di J.K. Rowling sono altamente dannose e hanno una responsabilità importante e risvolti sociali seri. E se quindi non ci si sente in grado di compiere determinate scelte in nome del consumo etico, è però sempre possibile, anche grazie al lavoro di attiviste e attivisti e alla vasta documentazione reperibile online, essere informati e imparare ogni giorni come mantenere il rispetto reciproco. E questo lavoro continuo di autocoscienza è fondamentale soprattutto in una comunità vasta, eterogenea e in costante crescita come quella dei videogiocatori.




