Winter Ember – il coraggio di proporre un gioco stealth oggi
Il lento declino del filone stealth è un fatto ormai più che acclarato all’interno del panorama videoludico, e per quanto i rumors sul nuovo capitolo di Splinter Cell a opera di Ubisoft possano portare a piacevolissime speculazioni, resta fuor di dubbio che questo genere costituisca una tra le nicchie più lontane dal mainstream. Sky Machine Studios – team con base a Sydney – ha provato però a infondervi nuova linfa, esordendo nel mercato indipendente con un titolo fortemente incentrato sulla furtività e sulla circospezione.
Winter Ember coniuga l’assetto ludico di giochi come Thief ad una visuale (quasi) isometrica, dando origine ad un curioso caso di action/stealth che per certi versi ripercorre le orme dei grandi classici, ma con un gameplay dalle sfumature inedite, figlie di un atteggiamento volto a raggiungere il pubblico di oggi. Ad essere interessante è infatti il modo in cui il titolo dello studio australiano ripropone il concetto di furtività vecchio stile in un contesto ludico decisamente più in linea con le logiche di mercato attuali, motivo per il quale è opportuno spendere due parole – o meglio, due righe – a riguardo.
Meno immersività, più tattica
Se è vero che il motivo dell’inabissamento del genere stealth è da ricercarsi nella perdita di pazienza ostentata dall’utenza contemporanea, proporre un gioco di questo tipo oggi significa dunque prendersi prima di tutto un rischio considerevole, e Sky Machine Studios ha ben pensato di costruire una formula ludica che tenesse conto di questa barriera – si potrebbe dire – culturale. Al netto di alcune oscillazioni qualitative sul fronte tecnico e di accorgimenti che di certo avrebbero giovato a quello ludico, Winter Ember fa suo il canone stealth inscrivendolo però in un mondo di gioco molto più “schematico”.
Da una parte espedienti come la possibilità di sbirciare dalle serrature ed una buona disposizione delle ombre (con tanto di fiaccole che possono essere spente) fanno della produzione targata Sky Machine Studios un perfetto esponente della sua categoria. Dall’altra l’immersività data dalla prima persona che viene tipicamente associata allo storico Thief – e nondimeno agli immersive sim che lo hanno seguito – lascia il posto ad una visuale in terza che premia lo spostamento tattico anziché la capacità di improvvisazione e di adattamento.

In Winter Ember conta di più ponderare al meglio ogni movimento, sfruttando ombre e coperture per aggirare le guardie, sottrarre loro le chiavi senza che se ne accorgano e utilizzare l’arco per interagire con l’ambiente circostante e scovare strade alternative. Da questo punto di vista il level design riesce a promuovere un approccio di tipo metodico, facendo emergere la natura degli stealth game e rifiutando la deriva marcatamente action che invece è stata la prima avvisaglia del loro silenzioso declino – e questo vale anche tenendo conto di un sistema di combattimento che attinge a piene mani dai Souls.
L’operato di Sky Machine Games manda un messaggio chiaro: agire furtivamente è quanto richiesto dal gioco, non l’attitudine che occorre sviluppare per calarsi nei panni del protagonista e seguire il percorso tracciato attraverso un world building asservito alla narrativa. Non un’esigenza implicita alla diegesi, insomma, ma il fondamento della pretesa ludica stessa: una furtività, in un certo senso, arcade.
Come può tornare il genere stealth?
Pur con tutti i suoi difetti, Winter Ember stabilisce quindi un punto di contatto tra due modi differenti di intendere lo stealth, di cui uno risulta evidentemente inconciliabile con la voracità del mercato odierno, e l’altro invece più indicato per una sua certa frangia. Lasciata alle spalle l’immedesimazione – tratto distintivo di titoli come Splinter Cell e Metro Exodus – che spesso costringe il giocatore ad una pazienza indesiderabile, la proposta di Sky Machine Studios invoca il problem solving in maniera più diretta, attivando fin da subito la sfida di quello che non sarebbe azzardato definire un puzzle game.
Si può dunque asserire che lo stealth non abbia più bisogno di immersività? Che per riportare in auge questo genere si debba privarlo della scrittura introspettiva che nel tempo ha consacrato i miti di Sam Fisher e Solid Snake? L’immagine di uno stealth più “funzionale”, più riconoscibile e quindi più facilmente inquadrabile nella nicchia di chi ama risolvere i rompicapi è infatti seducente e ben si confà al panorama profondamente segmentato di oggi, dove l’offerta è tale solo se vistosamente accessibile.

Del resto, per quanto carismatico possa apparire l’infallibile Agente 47, anche Hitman adopera questo tipo di soluzione, mettendo in risalto la necessità di sfruttare ambiente e oggetti per raggiungere il proprio obiettivo con il minor spargimento di sangue possibile. E non a caso la serie di IO Interactive è forse l’unica vera superstite del genere in questo preciso momento storico.
Una visione così tranchant peccherebbe forse di ingenuità, considerando quanto l’evoluzione degli innumerevoli generi videoludici abbia ceduto il passo a contaminazioni di ogni tipo fino a rendere superflue certe distinzioni. Fatto sta che Winter Ember si muove su questo duplice sentiero, tra il romanticismo di un’ispirazione rivolta ai fasti di Thief e la perdita di quell’attendismo incarnato dal filone stealth nei suoi anni d’oro. Il risultato è una testimonianza che mette a confronto i miti del passato con le aspettative del presente: chissà che lo stealth non sia già cambiato, magari di nascosto, lontano da sguardi indiscreti. E rigorosamente senza far scattare l’allarme.




