Ad Asiago i dipinti di Matteo Massagrande

di Cinzia Albertoni

Vecchie case. Corridoi lunghi e stretti che accompagnano in altre stanze. Scale e ballatoi con ringhiere di ferro scolorite.  Pavimenti piastrellati in bianco e nero. Credenze con piatti, tazze e bricchi in vetrina. Immagini d’interni domestici che il pittore padovano Matteo Massagrande, in virtù di  qualche magico artificio, sembra averci rubato dalla memoria  e trasportato nei suoi dipinti. Per questo piacciono. Perché ognuno di noi porta nel cuore una casa appartenuta alla propria storia e della quale ritrova un tutto, o appena un indizio, in queste stanze polverose e mute. Case vissute e amate ma che appaiono come se fossero state frettolosamente abbandonate, senza chiudere le porte, senza spegnere le lampadine, lasciando tavole apparecchiate e scaffali in disordine. Stanze sulle quali è intervenuto il tempo e la sua lenta corrosione a scrostare gli intonaci, ad ammuffire le piastrelle, a opacizzare i vetri.

Innegabilmente il tutto è intriso di un sentimento di desolazione ma che ci arriva filtrato, schermato da una nebbia edulcorante che il pittore intromette tra il nostro occhio e i suoi ambienti. Che si tratti di case, di cortili, di paesaggi, di volti, Massagrande non li esibisce, ce li propone senza alcuna prepotenza visiva, immersi in una luce polverizzata. Dalle sue finestre ci affacciamo su una Padova fumosa, su opachi cavedi, su cortili brumosi. Ma la foschia non è pesante, luminosità mielate e colori rugiadosi  pervadono di sofisticata grazia queste atmosfere attonite nelle quali tutto si sottrae alla precisione descrittiva.

La pittura di Massagrande è un elogio all’inverno: gli alberi di Budapest sono spogli, le panchine vuote, il sole sbiadito, il cielo livido, i cachi maturi, il paese di Hajos innevato. Pertanto la tavolozza è fredda e per effetto dei grigi, degli azzurri, dei bianchi sporcati, dei tocchi di viola, tutto arretra, sfugge a quell’indagine ottica che ci piacerebbe poter applicare ma che non c’è permessa perché nulla è smaccatamente evidenziato. Ne consegue una pittura alludente a qualcosa d’innominato, che apre spazi a completamenti o apprezzamenti personali attinti dall’individuale sensibilità o conoscenza o memoria.  Alcune immagini superano però i confini del giudizio privato e sono coralmente lodate. Nella mostra attualmente al Museo Le Carceri di Asiago,  si percepisce un trattenuto applauso davanti la lunga distesa ghiacciata del Balaton  (cm. 60 x 194) che, seppur minimamente risolta in sole tre fasce cromatiche, dispensa poesia in ogni tocco pittorico; così, per il tendone a righe del circo stagliato sul nulla, con tutto il suo caravanserraglio schierato in un’assopita vaghezza. C’è chi apprezza gli interni desolati, chi il volto ancora imberbe e malinconico di “Joshua”, chi subisce la potenza dei “ritratti d’albero” con quei tronchi in primo piano dalle cortecce screziate e chi illusoriamente s’inoltra nelle spiagge ventose dove gli elementi si compenetrano confondendo gli orizzonti.
 
INFO. Matteo Massagrande nato a Padova nel 1959 si è formato con i grandi maestri veneti Luigi Tito, Giovanni Barbisan, Guido Cadorin. Compie diversi viaggi di studio in Europa e Stati Uniti. Nel 1993 sposa l’ungherese Angela e nel paese della moglie apre uno studio dove insegna tecniche pittoriche.  Vive a Padova e divide la sua attività tra lo studio padovano e quello di Hajòs in Ungheria. Dal 9 al 30 settembre scorso ha esposto una ventina dei suoi affascinanti interni nella londinese Albermarle Gallery conquistandosi un articolo sul New York Times del 2 dicembre.
Ad Asiago, nel Museo le Carceri sono esposti un’ottantina di dipinti e venti  incisioni fino al 26 febbraio 2012.  Mostra a cura  della Galleria Nino Sindoni in collaborazione con l’Associazione Alberto Buffetti.  Le opere presentate sono state eseguite dal 2002 al 2011.
Orario 10.00 – 12.30 / 16.00 – 19.00  Ingresso libero.

13 dicembre 2011

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