A chi giova il grande freddo?

Arriva il freddo, si accendono i riscaldamenti e i consumi schizzano alle stelle: è così che la polemica sul gasdotto Brindisi-Minerbio trova nuova linfa per far montare la protesta. A dispetto delle basse temperature, infatti, la situazione è sempre caldissima e il Comitato No Tubo si spende su due fronti per contestare con tutte le forze il progetto della Snam, che prevede la costruzione di un gasdotto sulla dorsale appenninica tra Umbria, Marche ed Emilia Romagna.

Da una parte appoggia la protesta del FAI Umbria (Fondo per l’Ambiente Italiano), dall’altra si domanda dove sia la verità circa la polemica nata sulle scorte di gas italiane in questi tempi di crisi climatica.
La posizione del FAI è di quelle già sentite e ricalca perfettamente le idee di tutte quelle associazioni che, da molto tempo, si battono contro il gasdotto Snam. Dall’effettiva esigenza dell’opera per lo stato italiano, alle dimensioni della stessa, dalle procedure utilizzate per ottenere la VIA (valutazione di impatto ambientale), alle parole utilizzate da Snam per rassicurare circa il basso impatto ambientale, a chi giovi realmente questo progetto, tutta la vicenda – che ormai conta 8 anni di vita – viene contestata dal Fondo per l’Ambiente, ma il punto cardine di questa nuova puntata della “telenovela Rete Adriatica” ruota intorno al parere favorevole del Ministero dell’Ambiente per la prosecuzione dei lavori (decreto VIA del 7/03/2011).
“La Commissione Tecnica di verifica dell’impatto ambientale – recita un comunicato del FAI – ha espresso parere favorevole riguardo alla compatibilità ambientale del tratto di metanodotto Sulmona-Foligno che riguarda direttamente l’Umbria. Nello stesso parere – continua il comunicato – e in evidente contraddizione, tale Commissione rileva come l’opera attraverserebbe territori ad elevata pericolosità sismica sia dal punto di vista della frequenza di eventi, che dei valori della magnitudo. Il metanodotto, infatti, si snoderà lungo le depressioni tettoniche della dorsale appenninica correndo in parallelo o attraversando diverse faglie attive e coinvolgendo molti comuni già colpiti da disastrosi terremoti”. Conclude: “E’ possibile che ancora oggi politiche speculative non tengano conto del rischio sismico di territori nonostante i numerosi e recenti episodi?”.
Le perplessità del FAI si legano strettamente a quelle del Comitato No Tubo: “possiamo aggiungere che attualmente il fabbisogno di gas in Italia, dai dati pervenutici, è di circa 85 miliardi di metri cubi l’anno, le infrastrutture esistenti hanno una capacità di 107 miliardi di metri cubi annui”. Punto della questione è la domanda: a che – o a chi – serve costruire altri gasdotti per incrementare le importazioni? È di grande attualità infatti il problema delle forniture di gas, considerate le temperature gelide nella penisola ed i grandi consumi di gas per il riscaldamento registrati in questo periodo. I timori dei comitati contrari al gasdotto è che si monti una polemica ad arte per convincere gli italiani e le amministrazioni che, in taluni casi straordinari come quelli odierni, ci sia bisogno di incrementare le entrate di combustibile dalle regioni del Sud Europa e dall’Africa con la costruzione di nuove strutture. La paura è anche quella che si tenti di investire la Russia di responsabilità esagerate nel caso si verifichino crisi diplomatiche e diminuzioni delle esportazioni di gas verso l’Europa centrale. Una campagna ad arte potrebbe, secondo i No Tubo, far credere alla gente che ci sia bisogno di maggiori importazioni perché il gas in stoccaggio “potrebbe finire entro mercoledì” – come ha dichiarato Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni.
Le stime dei No Tubo sono diverse. Al momento il quadro degli stoccaggi vede un utilizzo arrivato al 60% circa del totale del working gas, con una rimanenza di circa 4 miliardi di metri cubi cui si aggiungono i 5 miliardi di metri cubi di strategico. Se facciamo il calcolo della mancanza di rifornimenti, glissata anche dalla commissione europea, arriviamo a piena primavera: questa la posizione dei No Tubo. La posizione (e i timori) sono chiari: ogni volta che ci sono questi problemi si mettono le mani avanti per richiamare l’interesse politico e dell’opinione pubblica sulla necessità di nuove infrastrutture di trasporto (South Stream, rigassificatori) o sulla importanza e strategicità delle strutture esistenti.
Cui Prodest?

Luca Bolli

7 febbraio 2012

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