Un’ Europa Unita nella diversità

PERUGIA- Nel pomeriggio di ieri, presso il Palazzo Sorbello, si è svolta con successo la tavola rotonda “Shoah Memoria d’Europa”. Si tratta di un’iniziativa organizzata congiuntamente dalla Fondazione Ranieri di Sorbello, dall’ ISUC e dall’Associazione Italia- Israele.

Oltre alle introduzioni del presidente della Fondazione Ranieri di Sorbello Ruggero Ranieri e del presidente dell’Isuc MarioTosti sono intervenuti Letizia Cerqueglini dell’Università Ben Gurion di Beer Sheva, Semso Osmanović dell’Università di Trieste e Sergio Zucchi del Comune di Trieste.
Partendo dall’affermazione di Ugo Tosti che l’Europa degli Stati alla quale molti vogliono ritornare non è che l’Europa delle guerre e della violenza, si è riflettuto sull’esigenza di rispettare le minoranze, perché una società eterogenea non può che essere una società più ricca.
Dopo un breve excursus di Letizia Cerqueglini sulla presenza ebraica in Europa e oriente, con Semso Osmanović, giovane bosniaco musulmano sopravvissuto ancora bambino al massacro di Srebrenica, abbiamo riflettuto ancora una volta sul significato della Shoah e sul suo ruolo nella memoria europea.
 La memoria della Shoah rappresenta anzitutto un momento di riflessione sulle atrocità subite dagli ebrei durante la seconda guerra mondiale, ma anche sulla crudeltà di cui l’uomo è capace in ogni tempo, in ogni luogo e contro qualsiasi altro essere umano.
Semso Osmanović ci racconta i Balcani multietnici, esempio della convivenza possibile, eredità dell’Impero Ottomano, con musulmani, ebrei, cristiani ortodossi e cattolici e varie lingue ed etnie: «Si festeggiava il Ramadan a casa, poi la Pasqua dai vicini ebrei e il Natale dagli amici cristiani».
 Ma all’improvviso la pulizia etnica, la violenza dettata dalla paura della diversità e dal desiderio di prevalere a tutti i costi. Desiderio nefasto che più volte nella storia è stato portatore di dolore, guerre, violenza, sangue e odio. Desiderio che la razionalità non è in grado di spiegare.
 Eppure un mondo al plurale è possibile, ne abbiamo conferma se pensiamo alla Spagna prima della Reconquista e alla Sarajevo del ‘600, dove musulmani, cristiani ed ebrei convivevano e intessevano tra loro fittissime trame  sociali e commerciali.
Allora il deterrente non può essere che uno: l’unità. Un’unità di popoli, di coscienze, di diversità.

Rosalba Belmonte

27 gennaio 2012

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