Esplosione Lunigiana. No Tubo: “sembrano i nostri paesi appenninici”

Un boato, un cratere e numerosi feriti. Il tragico evento avvenuto il 18 gennaio in località Tresana, in provincia di Massa Carrara, ha smosso le coscienze di molti e ridestato il problema della costruzione di nuovi metanodotti, nel caso in cui non venisse adottato il giusto buon senso. I primi a rialzare la voce (e le proteste) verso il progetto del gasdotto Brindisi-Minerbio – la cosiddetta Rete Adriatica – sono stati gli esponenti del Comitato No Tubo, associazione spontaneamente formatasi all’indomani della presentazione dell’ipotetico tracciato che dovrebbe attraversare la dorsale appenninica delle regioni del centro Italia.

I feriti, i danni e l’imperizia dei lavoratori che operavano sulle condutture in Lunigiana hanno messo in evidenza il fatto che tubature di quelle dimensioni non possono essere costruite seguendo i criteri puramente economici di costi e guadagni.
A destare molti dubbi tra gli aderenti del Comitato No Tubo, inoltre, è un comunicato pubblicitario dove la società che gestisce la rete di distribuzione gas in Italia dichiara le future mosse per diventare “un hub nel sud Europa attraverso un ambizioso piano di investimenti che può contribuire a trasformare l’Italia, da semplice paese di consumo, in un crocevia delle rotte internazionali del gas”. Questo concetto spaventa le associazioni coinvolte nella lotta, poiché esse vedono, in queste stesse parole, una visione puramente economica e lucrosa da parte della Snam e temono che un tale atteggiamento possa essere foriero di altri eventi scellerati, come quello avvenuto proprio ieri.

Luca Bolli

19 gennaio 2012

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