Lo scudo che manca: come l’Europa vuole fermare i droni
Un ronzio improvviso nei cieli di Varsavia e la chiusura forzata di alcuni aeroporti in Polonia, incursioni misteriose sopra basi militari in Danimarca e Svezia con velivoli non identificati a Copenaghen e Oslo. Quella che fino a pochi anni fa sembrava fantascienza è oggi la normalità di un’Europa che deve fare i conti con una nuova minaccia: i droni russi e le intrusioni aeree non autorizzate.
Quanto accaduto negli scorsi giorni non è casuale, come spiegano gli esperti, tra cui il Professore Antonio Missiroli, docente di Difesa Europea a Parigi: si tratta di una provocazione con cui Mosca testa la prontezza del sistema difensivo occidentale, verifica la sussistenza di un’eventuale reazione, misura i tempi di questa, e, soprattutto, sonda le falle di un’architettura che resta ancora incompleta.
Ma come funziona l’attuale sistema di difesa europeo? E come si sta evolvendo?
L’Unione Europea e la Nato hanno già da tempo costruito un sistema di difesa a più livelli, composto da intercettori pesanti per le minacce più grandi, sistemi a medio e corto raggio, guerra elettronica, radar e sensori che guardano oltre i confini orientali: è la cosiddetta difesa multilivello, una muraglia invisibile che dovrebbe proteggere lo spazio aereo europeo. Eppure le cronache mostrano che questo sistema non è affatto ermetico come si prospetterebbe: piccoli droni, spesso a basso costo, riescono a penetrare lo scudo, sfuggendo a radar progettati per missili o caccia. Si tratta di un problema tecnico, ma anche politico e legale, infatti, in paesi come la Germania, le forze armate non hanno sempre l’autorizzazione ad abbattere un drone sospetto.
Proprio per colmare queste lacune, Bruxelles intende accelerare su un progetto tanto imminente quanto ambizioso: il cosiddetto “muro anti-drone”, proposto dalla presidente Ursula von der Leyen dopo una visita ai Paesi Baltici. L’idea è semplice ma non banale: si vorrebbero installare, lungo il confine orientale dell’Unione, una rete di sensori, radar e sistemi d’intercettazione capaci di individuare e neutralizzare i droni prima che entrino nello spazio aereo europeo.
Il commissario europeo alla Difesa, Andrius Kubilius, parla di questo muro come della “priorità assoluta”; il progetto dovrebbe nascere in stretta collaborazione con l’Ucraina, che in questi anni di guerra ha maturato una competenza unica contro le incursioni aeree. I costi stimati sarebbero di diversi miliardi di euro, che emergerebbero attingendo al Fondo europeo per la difesa e al programma Safe, mentre i tempi, secondo Bruxelles, sono ancora da definire con certezza, ma comunque il muro potrebbe essere operativo già in un anno.
Accanto al muro anti-droni poi, c’è l’altro pilastro della nuova difesa europea: l’European Sky Shield Initiative (ESSI), lanciata dalla Germania nel 2022. Si tratta di un progetto che punta a unire le capacità dei diversi Stati membri in un’unica architettura integrata, con sistemi IRIS-T per il medio raggio, Patriot per il lungo raggio e Arrow per il balistico, il tutto combinato insieme in una difesa “a cipolla”, che sovrappone strati diversi contro minacce diverse.
La leadership di Berlino nel sistema è cruciale: la Germania guida – ancora – non solo politicamente, ma anche industrialmente, aumentando la produzione di sistemi e intercettori. Tuttavia, in questo sistema, resta in piedi appunto l’enorme sfida dei piccoli droni, infatti, nell’odierno meccanismo di difesa, i Patriot sono troppo costosi per abbattere velivoli che valgono poche centinaia di euro: ecco il perché dello studio di ulteriori soluzioni più leggere e mirate come il muro anti-drone.
Intanto, sul fronte alleato, la Nato non resta di certo a guardare. Infatti, con missioni come Eastern Sentry, l’Alleanza Atlantica rafforza la sorveglianza del fianco est, mentre basi strategiche come Sigonella in Sicilia – sì, proprio quella – operano in stato di allerta “Alpha Plus”, diventando hub fondamentali di coordinamento e segnalazione in caso di emergenza.
Il quadro è chiaro: l’Europa corre contro il tempo. Da un lato c’è l’urgenza, dettata dalle incursioni sempre più frequenti e un conflitto sull’uscio di casa, dall’altro la complessità tecnica, politica e finanziaria di costruire uno scudo realmente efficace.
Il futuro della difesa europea dipenderà dunque dalla capacità di integrare le diverse iniziative – il muro anti-drone, l’ESSI, i sistemi Nato e quant’altro – in un unico meccanismo interoperabile. Non sarà semplice né economico, ma nel frattempo cresce la consapevolezza del fatto che, senza un sistema comune, le capitali europee resteranno esposte al ronzio minaccioso di velivoli a basso costo che oggi sorvolano cieli troppo fragili.




