Storia di una capinera, la pienezza etica di Verga
Guglielmo Ferro firma la regia di Storia di una Capinera, in scena al Teatro Menotti Filippo Perego di Milano dal 13 al 18 febbraio 2024. Una regia contemporanea, piena di rigore, che restituisce il fondamento etico e il sofferente ideale di vita di Giovanni Verga che scrisse questo romanzo nel 1869. E al contempo offre la preziosa possibilità di un incontro quantomai necessario con la rivisitazione di un tempo e di una struttura sociale che purtroppo non appartengono solo al nostro passato, ma che restano visibili, in filigrana, nel nostro odierno vivere.
In Storia di una Capinera, Verga tratteggia la pratica diffusa delle monacazioni forzate, una repressione che, dal medioevo sino alla fine dell’800, si è ammantata dei migliori ideali spirituali.
Denuncia infatti questa forma di violenza famigliare necessaria a quella sociale, tramite la quale giovani donne venivano forzatamente rinchiuse in convento come insignificanti pedine del grande scacchiere degli interessi economici tra la Chiesa e alcune nobili famiglie italiane e non solo.
Enrico Guarnieri, mirabile nel suo ruolo inconsapevole di carnefice, esterna a voce i fulminei dubbi su tale pratica, messi però subito a tacere e cancellati da certezze rassicuranti e “divine”.
La regia sceglie infatti la trasposizione teatrale in forma dialogica del romanzo scritto da Verga in forma epistolare. Ne mantiene però il ritmo lento, drammatico, di una paurosa leggenda narrata con lirismo psicologico.
La storia è quella di Maria, portata in convento a soli 7 anni dal padre rimasto vedovo e poi risposatosi. Quando anni dopo il colera investe Catania nel 1854, Maria ormai giovane donna, è costretta a lasciare il convento poco prima di prendere i voti.
Raggiunge il padre, la matrigna e i due figli nati dall’unione, nella casa in campagna. Davanti all’immensità della natura, alla vibrante vitalità che essa emana, alla luce sfrontata di paesaggi siculi, che lascia intravedere futuri possibili, i suoi occhi sempre tristi, il suo sguardo severo, la sua anima, rifioriscono.
La luce nuova che investe la sua persona tutta, specie dopo l’incontro con Nino, un giovane coetaneo di cui si innamora ricambiata, spaventa il padre e la matrigna che vedono in lei, ora famelica di vita, una nuova, pericolosa, felicità.
La metafisica della colpa, che arriva a indicare nella peste il castigo divino per scacciare il maligno tra uomini corrotti cioè il peccato della carne, si riversa sulla povera Maria.
Per questo suo padre, di concerto col convento, per proteggere da Satana una “preda così ambita” come la giovane che sta consacrando a Dio la sua anima, la rinchiude nuovamente tra le sbarre del convento. A niente valgono le suppliche di libertà della remissiva Maria. L’amore deve essere puro e solo per Dio per questa fanciulla in fiore.
Come la capinera di cui parla Verga nella prefazione del romanzo, Maria appare inserita nel ciclo dei vinti, coloro che non riescono a vivere nel mondo, ma ne sono annientati.
Rientrata forzatamente in convento infatti, dove non c’è pace, ma si possono udire grida mute di disperazione, tra le tenebre di quegli spazi chiusi ed asfittici dove non entra più la luce, l’ombra della pazzia si allunga su di lei, sino ad inghiottirla in una morte silenziosa quanto inutile.
Lo spettacolo è prezioso, materico, denso, in un chiaro scuro continuo dove la luce del convento riesce a dare un che di sinistro persino al bianco immacolato degli abiti delle suore.
Quella luce che dovrebbe essere divina, diventa infatti un personaggio tetro, pieno di livore, rancore, che getta luce sinistra sulle suore che, a tutti i livelli, defraudate della loro giovinezza, infliggono a loro volta quasi con rabbia lo stesso destino alle più giovani.
Colpisce poi per il rigore che si ritrova nella splendida recitazione degli interpreti, nei costumi confezionati da Sartoria Pipi e nella scena ideata da Salvo Manciagli. La ferocia disumana si esprime infatti anche nella perfezione e regolarità geometrica delle scene. Da notare che l’interno del convento è separato unicamente da due porte scorrevoli dall’interno della casa del padre, come se tra l’uno e l’altro ci fosse continuità elettiva, come se il convento e l’interno famigliare si nutrissero e si completassero l’uno con l’altro.
ENRICO GUARNERI e NADIA DE LUCA
Storia di una capinera
di Giovanni Verga
Produzione Teatro Abc Catania – Ass. Progetto Teatrando
Regia Guglielmo Ferro
Con Enrico Guarneri, Nadia De Luca
Con la partecipazione straordinaria di Emanuela Muni
E (in ordine alfabetico)
Rosario Marco Amato, Verdiana Barbagallo, Federica Breci
Alessandra Falci, Elisa Franco, Loredana Marino, Liborio Natali
Regista collaboratore Giampaolo Romania
Scene Salvo Manciagli – Musiche Massimiliano Pace – Costumi Sartoria Pipi
Durata spettacolo 90’ con intervallo




