Non era domenica senza Borghetti
Paragonare il caffè Borghetti a un semplice liquore è come dire a un tifoso che quei novanta minuti alla fine rappresentavano solo ed esclusivamente un gioco dove undici uomini in calzoncini rincorrevano un pallone.
Se non hai mai fatto quei gradini di cemento della curva senza sentire echeggiare tra le voci roche “Borghettiii!”, allora non sei mai stato davvero allo stadio. Non come si doveva. Quante domeniche, tornando verso casa senza voce, con la gola bruciata dai cori, dal freddo o dalle troppe sigarette mentre ripensavi ancora a quella giocata vincente o al gol subito, hai dato un calcio ad un Borghetti vuoto rotolato sul marciapiede.
Sì, l’hai fatto. E nel farlo, per un attimo, sei tornato bambino.
Il caffè Borghetti era diventato quello per il tifoso di una volta. Un simbolo che non c’è più, un rito che si è perso, una liturgia che santificava quelle domeniche che oggi sembrano appartenere a un altro mondo. Un mondo dove esisteva ancora il tempo per fermarsi, per aspettare, per credere che tutto potesse cambiare in novanta minuti.
Tutto reso possibile da quella mitica “confezione da stadio”: la bottiglietta mignon di plastica da 3,5 centilitri col tappo rosso che infilavi nella tasca del Levi’s come un amuleto. La curva era il tuo regno, quella bottiglietta il tuo scettro. Per un’ora e mezzo eri tu il re di un mondo fatto a misura per te.
Era il 1860 quando l’anconetano Ugo Borghetti, in quel suo piccolo bar chiamato Caffè Sport nella piazza della stazione centrale di Ancona, non sapeva che stava creando una leggenda. Era il maggio del 1863 quando, per l’inaugurazione della linea ferroviaria Ancona-Pescara, distribuì ai viaggiatori in partenza quello che allora si chiamava “il Caffè Sport” – l’antico nome del Borghetti che sarebbe diventato storia, mito, leggenda.
Inizialmente era solo una miscela semplice di caffè e alcol servita ai viaggiatori della vicina stazione ferroviaria. Poi, con gli anni, la ricetta si raffinò: Coffea arabica e Coffea robusta che si sposavano in un sapore che sapeva di casa, di festa, di domenica. Borghetti iniziò a produrlo a livello industriale, si trasferì a Roma, attraversò il periodo fascista con tutti i suoi compromessi e le sue contraddizioni.
C’è chi ricorda ancora, nella provincia di Macerata, quando il Borghetti si mescolava al mistrà – principalmente Varnelli – per preparare quel cocktail che chiamavano “calzolaio”. Era un altro tempo, quando i nomi delle bevande raccontavano storie di mestieri e di gente comune.
Poi arrivarono gli anni settanta con i loro dissesti finanziari, il fallimento, il marchio messo all’asta nel ’76 e aggiudicato alla Carpano. Nel ’82 arrivarono le Distillerie fratelli Branca, il successo internazionale, l’acquisizione completa nel 2002. Ma per allora, qualcosa si era già perso per strada.
Sulle prime etichette che Ugo Borghetti appose alle sue bottiglie c’era questa piccola poesia, che oggi suona come un epitaffio di un’epoca perduta:
«Ne’l’eden mistico
nel fiero bosco
ne’l’onda indomita
nel ciel più fosco
Dai climi torridi
insino al folo
con questo nettare
sol mi consolo.»
Borghetti, per il tifoso di ieri, era semplicemente il binomio perfetto: identità e appartenenza. Era l’Italia dei quartieri, delle domeniche in famiglia dopo la messa, degli stadi che profumavano ancora di umanità in tutte le sue sfaccettature, bianche e nere. Era quel sapore amaro-dolce che ti accompagnava dalla curva fino a casa, nel silenzio delle strade vuote dopo la partita, quando ancora credevi che il calcio fosse solo una questione di cuore.
Oggi quegli stadi non ci sono più. E forse nemmeno noi siamo più quelli di allora.




