Quella firma gialla nascosta nel marmo di Michelangelo
Succede che un capocava di Colonnata, uno di quegli uomini che ogni giorno maneggiano il bianco più celebre del mondo, si imbatta in qualcosa di anomalo e decida di portarlo ai laboratori dell’Università di Pisa. Succede che quel campione, analizzato nei laboratori del Cisup, il centro per l’integrazione della strumentazione scientifica dell’ateneo, riveli una composizione chimica che non corrisponde a nessuna delle oltre seimila specie minerali catalogate sul pianeta. Succede, insomma, che dalle viscere delle Alpi Apuane emerga un minerale che nessuno aveva mai visto, né in natura né in un laboratorio, e che la comunità scientifica internazionale debba aggiornare i propri registri. Il nome scelto è delchiaroite, omaggio a Lorenzo Del Chiaro, figura che per anni ha contribuito a far emergere la ricchezza mineralogica di queste montagne, e il simbolo ufficiale è Dch. L’eccezionalità della scoperta risiede nella chimica insolita di questo composto, che mette insieme lo iodio e una componente organica, il metantiolato, in un equilibrio che fino a oggi sembrava impossibile. La formula, Cu₃I(CH₃S)₂, descrive il primo ioduro-metantiolato di rame mai rinvenuto in un contesto naturale. Si presenta sotto forma di minuscoli cristalli gialli, la cui lunghezza non raggiunge nemmeno il decimo di millimetro, eppure dentro quella dimensione quasi invisibile si concentra un’informazione geologica formidabile. Lo iodio, va detto, è un elemento che forma molto raramente minerali propri, e tra le oltre seimilacento specie oggi conosciute appena trentuno lo contengono come costituente chimico. Il marmo di Carrara, d’altra parte, risulta straordinariamente arricchito in iodio, probabilmente a causa della presenza di sostanza organica nei sedimenti giurassici da cui, dopo complesse vicende tettoniche, si sono originati i marmi apuani. È proprio questo legame tra materia vivente e trasformazione geologica a rendere la delchiaroite qualcosa di più di una curiosità da collezione. I ricercatori la considerano una sorta di biofirma, la prova tangibile che soltanto un pianeta capace di ospitare la vita può generare minerali con composizioni chimiche così peculiari, una testimonianza del dialogo profondo tra l’evoluzione biologica e quella della crosta terrestre. Nel corso dei secoli, nelle minuscole cavità e nei cristalli nascosti nel marmo carrarese, sono stati rinvenuti oltre centoventi minerali diversi, un numero che la delchiaroite ha appena fatto crescere e che sembra destinato ad aumentare ancora grazie a strumenti di analisi sempre più raffinati. Il professor Cristian Biagioni, docente di Mineralogia a Pisa e tra i principali autori dello studio pubblicato sull’European Journal of Mineralogy, ha definito il ritrovamento un evento di eccezionale rarità, sottolineando come la coesistenza di rame, iodio e un gruppo organico in un contesto geologico così antico rappresenti una sfida aperta alle conoscenze consolidate della mineralogia sistematica. La scoperta ha intanto contribuito a rafforzare l’idea che le Alpi Apuane rappresentino un territorio di straordinaria geodiversità, un luogo dove la Terra ha sperimentato soluzioni chimiche che altrove non si sono mai verificate. Accanto al valore scientifico, il ritrovamento si inserisce peraltro in un contesto più ampio, considerando che le stesse aree in cui è stato individuato il minerale sono al centro di un dibattito acceso legato all’attività estrattiva. Un paradosso tutto italiano, in fondo, dove ciò che si cerca di proteggere e ciò che si continua a scavare abitano la stessa montagna.




