Project Babylon: l’arma fantasma di Saddam Hussein
Un’ambizione d’acciaio
Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, l’Iraq di Saddam Hussein coltiva un’ambizione strategica senza precedenti. L’obiettivo è costruire un’arma capace di ribaltare gli equilibri regionali: un cannone di proporzioni colossali, battezzato “Project Babylon” o “Big Babylon”. Le specifiche tecniche parlano chiaro: centocinquantasei metri di lunghezza, peso di mille tonnellate, installazione sotterranea per evitare rilevamenti satellitari. Il sistema avrebbe dovuto lanciare satelliti e proiettili con carichi nucleari, chimici o biologici fino a mille chilometri di distanza.
L’investimento previsto ammonta a venticinque milioni di dollari, una cifra considerevole ma giustificata dall’ambizione di Baghdad: ottenere supremazia militare sull’Iran e consolidare l’egemonia nell’intera area mediorientale.
Gerald Bull: dal Canada all’Iraq
La mente dietro questo progetto appartiene a Gerald Bull, ingegnere balistico canadese la cui reputazione nel settore è riconosciuta a livello mondiale. La sua carriera accademica presso la McGill University di Montreal, dove conduceva ricerche sostenute da finanziamenti governativi nordamericani, si conclude quando sceglie di operare autonomamente come consulente militare privato.
Bull costruisce relazioni commerciali con governi controversi: fornisce sistemi d’artiglieria al Sudafrica durante l’apartheid, collabora con il regime di Pinochet in Cile, fino ad approdare all’Iraq. Questa attività gli causa problemi legali: le transazioni con Pretoria, in violazione delle sanzioni ONU, gli costano una condanna a sei mesi di detenzione. Nonostante l’arresto, Bull non abbandona il mercato delle armi.
Il suo approccio è metodico: sviluppa inizialmente “Baby Babylon”, un prototipo con gittata limitata a poche decine di chilometri, utilizzandolo come base per il progetto definitivo, molto più ambizioso e letale.
22 marzo 1990: Bruxelles
In una sera di fine marzo del 1990, Gerald Bull rientra nella sua abitazione brussellese. Sono le 19:30 circa quando viene colpito alla testa da cinque proiettili calibro 7.65. L’ingegnere muore sul colpo. Le autorità belghe propendono inizialmente per una rapina degenerata, ma l’ipotesi convince pochi.
Bull era sotto sorveglianza: il Mossad israeliano seguiva i suoi movimenti, così come la CIA. L’ingegnere possedeva informazioni sensibili e manteneva contatti nei circuiti internazionali del commercio militare clandestino. La sua eliminazione interrompe bruscamente il Project Babylon, ma non cancella le tracce della rete che aveva costruito.
La filiera europea
Prima della sua morte, Bull aveva organizzato una catena di produzione distribuita geograficamente. Componenti del supercannone venivano fabbricati in stabilimenti metallurgici britannici, belgi, statunitensi e italiani. La strategia prevedeva di mascherare questi elementi come tubature per oleodotti e condutture industriali civili, aggirando così l’embargo internazionale verso Baghdad.
I servizi d’intelligence occidentali però non si fanno ingannare. Partono sequestri coordinati in diversi paesi. Nel porto britannico di Teesport viene fermato un carico diretto in Iraq, nonostante la documentazione lo presentasse come materiale per infrastrutture petrolifere. In Italia, operazioni simili colpiscono gli impianti di Terni, Napoli e Brescia. Nella città umbra vengono bloccate quindici tonnellate di componenti metallici. La Svizzera nel 1990 confisca materiale per un valore stimato in sette miliardi presso Berna.
Conseguenze giudiziarie
Il caso italiano porta in tribunale sette imputati: due funzionari ministeriali iracheni del dicastero dell’industria, due progettisti britannici, un tecnico e due responsabili dello stabilimento ternano. I dirigenti italiani scelgono il patteggiamento, ricevendo condanne a un anno e sei mesi di reclusione.
Nel 1993 britannici e iracheni ottengono l’assoluzione, ma la vicenda giudiziaria non si chiude. Dodici anni più tardi, nel 2005, i cittadini del Regno Unito vengono condannati a sei anni. Anche la magistratura svizzera emette sentenze di condanna per tre dirigenti d’impresa.
Tra le figure che contribuiscono a ricostruire la rete internazionale figura Christopher Cowley, collaboratore diretto di Bull, che fornisce testimonianze decisive durante i processi.
André Cools: un altro mistero belga
Il 18 luglio 1992, nella città di Liegi, André Cools viene assassinato per strada. Politico socialista di lungo corso, massone di alto grado del Grande Oriente belga ed ex vice primo ministro, Cools aveva sessantaquattro anni. Due killer mascherati lo abbattono con pistole calibro 7.65. Gli esecutori materiali, identificati come due cittadini tunisini, vengono arrestati in Tunisia e condannati a venticinque anni.
Le indagini svelano uno scenario complesso: quattro mandanti nell’ambiente governativo ricevono condanne a vent’anni. Emergono scandali multipli: traffici d’armamenti verso nazioni sotto embargo, irregolarità nella gestione finanziaria pubblica.
Connessioni mancate
Inizialmente circola l’ipotesi di collegamenti tra l’omicidio di Bull e quello di Cools. Entrambi operavano nel settore degli armamenti, entrambi eliminati nel medesimo paese a distanza di due anni. Alcune voci suggeriscono che Cools avesse scoperto anomalie contabili legate al Project Babylon, o che qualcuno volesse impedirgli di divulgare informazioni sulle capacità balistiche irachene.
Le investigazioni però escludono definitivamente ogni connessione tra i due casi. Nonostante le speculazioni giornalistiche, nessuna prova concreta emerge a sostegno di un legame operativo tra le due vicende.
Otto mandanti
Per l’assassinio di Cools vengono individuati otto mandanti: il belga Richard Taxquet, considerato l’organizzatore principale, e sette italiani identificati come complici. Figure dai profili sfuggenti: mediatori, intermediari, presunti operatori nel mondo degli affari opachi. Soltanto due riceveranno condanne definitive, mentre tutti gli imputati respingono le accuse.
Il movente rimane nebuloso. Le ipotesi spaziano dalla criminalità organizzata al narcotraffico, dalle vendette di natura politica alle tangenti legate all’acquisto di materiale bellico, incluso lo scandalo Agusta. Nessuna di queste piste produce certezze giudiziarie definitive.
2006
Gli anni successivi vedono susseguirsi eventi drammatici in Medio Oriente: colpi di stato, conflitti armati, esecuzioni. Nel 2006 Saddam Hussein viene giustiziato. Il suo sogno del supercannone muore con lui, frantumato dall’intelligence internazionale e dall’uccisione del suo progettista.
Project Babylon rimane un’arma mai completata, un fantasma metallico smembrato nei sequestri europei. Simbolo di un’epoca caratterizzata da traffici clandestini e ambizioni smisurate, il supercannone rappresenta il punto d’incontro tra genio tecnico, spregiudicatezza commerciale e geopolitica dell’ombra. Una macchina da guerra che non ha mai sparato un colpo, ma che ha lasciato dietro di sé una scia di morti e segreti ancora non del tutto decifrati.




