80esimo anniversario della battaglia del fiume Po
Sono passati ormai ottant’anni da una delle più devastanti battaglie che siano mai state combattute nel corso della Seconda guerra mondiale sul suolo italiano. Differentemente, però, da quanto avvenuto coi ben più celebri ingaggi militari di grandi dimensioni – come possono essere la campagna di Sicilia, lo sbarco di Anzio o i lunghi mesi di sanguinosi combattimenti a Cassino – il ricordo di tale evento storico è spesso ignorato dalla maggior parte delle persone, sia in Italia sia all’estero. Eppure, stiamo parlando di uno dei più devastanti episodi bellici mai registrati all’interno del contesto europeo, che ha determinato la definitiva sconfitta delle armate tedesche e la completa dissoluzione di uno dei più efficaci eserciti del mondo. Ma cosa è successo, nel dettaglio?
Siamo in nord Italia, nella tarda primavera del 1945. Dopo un lungo periodo di stallo invernale sulle linee di quella che, al mondo intero, è conosciuta come “Linea Gotica”, ossia il vasto sistema difensivo stabilito e difeso dalle truppe della Wehrmacht all’interno dei territori di Toscana ed Emilia-Romagna, gli Alleati passano all’offensiva impiegando più di venti divisioni ben armate ed equipaggiate, sempre usufruendo di un massiccio e costante supporto da parte dell’aviazione e di migliaia di veicoli corazzati. Si tratta di un attacco poderoso, la cui violenza e intensità riesce, nel giro di una decina di giorni, a scardinare il complesso sistema di linee italo-tedesco (sì, perché va ricordato che vi erano anche migliaia di italiani in uniforme da una parte e dall’altra del fronte), rendendo impossibile resistere ulteriormente per l’intero schieramento nemico.
Due intere armate germaniche, la 10° e la 14°, ricevono allora l’ordine di ripiegare il più velocemente possibile a nord del fiume Po, così da organizzare una nuova e stabile linea difensiva in grado di arrestare, quanto più a lungo possibile, l’avanzata delle divisioni anglo-americane. Si tratta, tuttavia, di un ordine tardivo, che viene emanato in contrasto con le direttive dei vertici della leadership del Terzo Reich, la cui volontà è continuare a combattere ad oltranza sulle stesse posizioni. Per tale ragione, a causa del ritardo e delle differenti visioni sul da farsi, si delineano rapidamente tutti i presupposti per una delle più grandi sconfitte militari mai registrate nel corso dell’ultima guerra mondiale. Nel giro di pochi giorni, decine di migliaia di soldati e altrettanti veicoli di ogni tipologia finiscono in una gigantesca trappola, destinata a lasciare sul campo un numero piuttosto elevato di morti e prigionieri, proprio lungo le sponde di questo silenzioso e imponente corso d’acqua che mai farebbe immaginare, oggi, quanto accaduto in passato.
Le ragioni di questa catastrofe che, in breve tempo, segna la definitiva sconfitta dell’esercito tedesco in Italia – cosa mai avvenuta prima nel corso di due anni di sanguinosi combattimenti in lungo e in largo per la Penisola – vanno ricercate in una serie di elementi. Da un lato, la cieca convinzione degli Alti Comandi di Berlino di dover impedire la ritirata elimina qualsiasi possibilità di condurre un ripiegamento ordinato e graduale. Dall’altro, invece, la rapidità di avanzata alleata e il completo dominio dei cieli rende pressoché impossibile trasportare tutti quegli uomini e quei mezzi al di là delle acque del fiume Po in sicurezza. Non è un caso, in effetti, che la catastrofe sia imputabile soprattutto al fatto che i continui bombardamenti aerei riescono a mettere fuori uso la quasi totalità delle imbarcazioni e delle strutture appositamente concepite e raggruppate per le operazioni di attraversamento del grande corso d’acqua, lasciando come unica possibilità quella di tentare il tutto e per tutto nuotando.
Oggi, il ricordo di quell’enorme dramma che ha portato la morte a migliaia di uomini di ogni età e provenienza rimane piuttosto vago, ad eccezione di chi, all’epoca bambino, ha avuto modo di assistere direttamente agli eventi. Non vi sono, infatti, grandi film hollywoodiani o di produzione nazionale a rammentare quanto accaduto, ma solamente alcuni saggi storici appositamente dedicati e il museo tematico della città di Felonica, un piccolo abitato della sponda mantovana che, all’epoca, ha rappresentato uno degli epicentri dell’intera vicenda. A mantenere la memoria viva, però, ci pensa il fiume stesso che, nel periodo estivo, grazie ai diffusi periodi di secca e di siccità, porta alla luce le indelebili testimonianze dell’immane tragedia, proprio come avviene ogni anno con i resti dei ponti bombardati o con il ritrovamento di veicoli militari, chiatte e imbarcazioni. Molte sono, ancora, le tracce da scoprire, che riposano nascoste tra le acque e il fango, così come numerosi sono i resti dei caduti trasportati verso il mare dalla corrente che, oggi, attendono di essere scoperti e possibilmente identificati.
Vale la pena, dunque, ogni volta in cui si passeggia lungo certi tratti di questo imponente corso d’acqua, ricordarsi, anche solo per un minuto, quanta Storia ci sia all’interno dei nostri territori e quanto, ancora, ci sia da studiare, raccontare e far conoscere al mondo intero, magari partendo proprio da chi ci è più caro.




