Quando la politica aveva un corpo
Marco Pannella fumava come se il tempo fosse un avversario politico. Consumava sigarette, parole e corpo con la stessa ostinazione con cui consumava le istituzioni italiane: per sfinimento. Nei suoi ultimi anni appariva sempre sul punto di cedere ma continuava a parlare, digiunare, telefonare alle radio, occupare il dibattito pubblico con una voce roca, che sembrava arrivare da una stanza troppo piena di fumo e di insonnia.
Ignorarlo era impossibile, ed il suo mestiere era esattamente questo.
Per oltre mezzo secolo Pannella è stato il colpevole perfetto della Repubblica italiana: colpevole di aver costretto un Paese cattolico a votare sul divorzio, uno Stato ipocrita a discutere di aborto, una politica cinica ad entrare dentro le carceri, un’opinione pubblica anestetizzata a interrogarsi sui diritti civili.
Non governò quasi nulla, non costruì maggioranze, non conquistò il potere nel senso tradizionale del termine. Eppure, pochi uomini politici hanno inciso così profondamente nell’immaginario e nella coscienza nazionale.
A dieci anni dalla sua morte, Marco Pannella continua a restare una figura difficilmente archiviabile: troppo radicale per diventare monumento, troppo contraddittorio per trasformarsi in satino, troppo ingombrante per essere davvero dimenticato.
L’eretico
Se la Prima Repubblica parlava il linguaggio delle appartenenze, Pannella parlava quello dell’eresia. Negli anni in cui la politica italiana era ancora una religione civile divisa tra cattolici e comunisti, lui dichiarava a Playboy Italia: “Non credo nelle ideologie. L’ideologia te la fai tu con quello ti capita, a caso”. Bastava una frase del genere, nel 1975, per trasformarlo in uno scandalo nazionale.
Lui non apparteneva davvero a nessuno. Era troppo libertario per il Partito Comunista, troppo anticlericale per la Democrazia Cristiana, troppo individualista persino per parte della sinistra radicale. Parlava di divorzio quando il tema era confinato nella clandestinità, di droghe leggere quando la politica italiana ragionava ancora in termini esclusivamente repressivi.
Più che un leader di partito sembrava un elemento di disturbo permanente. Faceva sit-in, scioperi della fame e della sete, si faceva arrestare per uno spinello fumato in pubblico, occupava la Rai imbavagliandosi contro la censura, passava notti intere davanti ai microfoni di Radio Radicale trasformando la parola in una forma di assedio politico. Anche la sua bisessualità dichiarata, in un’Italia ancora profondamente conformista, contribuiva a renderlo una figura quasi scandalosa.
Il paradosso di Pannella era proprio questo: essere percepito come un corpo estraneo mentre cambiava il Paese più di molti uomini perfettamente integrati nel sistema.
Le battaglie per il divorzio e per l’aborto non furono solo vittorie legislative, furono il tentativo —riuscito—di costringere l’Italia a guardarsi allo specchio.
Le contraddizioni
Troppo numerose per essere liquidate come incoerenze, le contraddizioni di Pannella erano, al contrario, la sostanza stessa della sua politica. Non cercò mai di apparire lineare, rassicurante o compatto. In un Paese abituato ai partiti-monolite, alle discipline ideologiche e ai linguaggi codificati, Pannella sembrava vivere nella provocazione permanente.
Predicava la nonviolenza gandhiana, ma conduceva battaglie spietatamente dure, non verso il corpo degli altri ma il proprio. Digiuni della fame e della sete, arresti volontari, logoramento fisico trasformato in pressione morale. Una forma di aggressività politica completamente nuova per la Repubblica italiana, che non intimidiva attraverso la forza quanto piuttosto attraverso l’ostinazione. Costringeva gli avversari a guardare il proprio corpo consumarsi pubblicamente fino a far diventare insostenibile l’indifferenza.
Anche il suo libertarismo conteneva una profonda ambiguità. Difendeva aborto, divorzio, eutanasia, droghe leggere, autodeterminazione individuale; eppure non aveva nulla del libertario leggero e disimpegnato che sarebbe arrivato decenni dopo. In lui c’era qualcosa di severo, quasi ascetico. La libertà non era mai evasione o semplice permissivismo: era sacrificio, disciplina, responsabilità personale. Più che un gaudente della modernità sembrava un predicatore laico, capace di trasformare ogni battaglia civile in una questione morale assoluta.
Perfino il suo rapporto con il sistema politico italiano sfuggiva a qualsiasi definizione semplice. Pannella si presentava come antagonista del “regime” democristiano, ma utilizzava con abilità estrema tutti gli strumenti istituzionali disponibili: referendum, Parlamento, tribunali, televisione, radio. Era contemporaneamente uomo anti-sistema e uomo profondamente istituzionale. Contestava la politica tradizionale mentre ne occupava ossessivamente ogni spazio possibile. Le sue stesse alleanze contribuirono ad alimentare l’impressione di ambiguità permanente: nel Partito Radicale convivevano ex terroristi, garantisti, liberali, socialisti, cattolici anticonformisti…personaggi apparentemente inconciliabili.
Ma forse la contraddizione più grande di tutte riguardava il rapporto tra marginalità e influenza: Marco Pannella perse quasi sempre sul piano elettorale. Non costruì un grande partito di massa, non guidò governi. Non amministrò il potere nel senso tradizionale del termine. Ciononostante, riuscì a cambiare profondamente il costume, il linguaggio e perfino l’immaginario morale degli italiani più di molti leader che il potere lo hanno detenuto per davvero.
Era marginale nei numeri, ma centrale nella storia.
L’ultimo corpo politico
Marco Pannella aveva intuito molto prima di altri che la politica moderna sarebbe diventata soprattutto comunicazione. Aveva capito il potere della televisione, dello scandalo, della provocazione, della presenza mediatica continua. Ma, a differenza di quasi tutti i leader venuti dopo di lui, non separò mai il messaggio dal proprio corpo.
Il corpo, in Pannella, non era un dettaglio biografico: era il centro stesso della sua azione politica. Dimagriva pubblicamente durante i digiuni, tossiva davanti alle telecamere, fumava fino all’autodistruzione, parlava per ore ai microfoni di Radio Radicale trasformando persino il proprio logoramento fisico in una forma di testimonianza politica. Ogni battaglia passava inevitabilmente attraverso la sua presenza materiale, ostinata, spesso devastata.
In questo senso Pannella è stato forse l’ultimo corpo politico della Repubblica italiana.
Dopo di lui la politica ha continuato a occupare ossessivamente lo spazio mediatico, ma in una forma completamente diversa: più controllata, più filtrata, più costruita. La sofferenza è diventata storytelling, la spontaneità una strategia comunicativa, l’indignazione un contenuto da distribuire. I leader contemporanei proteggono il proprio brand; Pannella consumava continuamente sé stesso.
Anche quando la sua teatralità appariva eccessiva, narcisistica o manipolatoria, restava sempre attraversata da una dimensione fisica reale. Non simulava vulnerabilità: la esponeva. Non amministrava la propria immagine: la metteva a rischio.
È difficile immaginare oggi una figura simile dentro una politica costruita sulla velocità, sulla semplificazione e sull’algoritmo. Pannella era troppo contraddittorio per diventare uno slogan, troppo ossessivo per adattarsi al linguaggio dei social, troppo ingombrante per essere ridotto a una comunicazione perfettamente controllata. Nondimeno, aveva intuito prima di molti altri che il leader sarebbe diventato esso stesso messaggio, spettacolo, presenza permanente.
Con una differenza decisiva: lui pagava davvero il prezzo della propria esposizione pubblica.
Per questo, a dieci anni dalla sua morte, Marco Pannella continua a risultare così difficile da archiviare. Non perché fosse privo di ambiguità, né perché avesse sempre ragione. Ma perché apparteneva a una stagione in cui la politica, nel bene e nel male, pretendeva ancora un prezzo umano da chi la praticava davvero.




