Calasso, tigre di carta
Volendolo sminuire, Maurizio Blondet lo definì tigre di carta; oggi, a pochi anni di distanza dalla sua scomparsa, vediamo in questo appellativo un valido vessillo per porre sul banco degli imputati Roberto Calasso, alfiere, torre e re di casa Adelphi.
Propugnatore di un umanesimo di fine Novecento, si trovò sulla tolda della nave adelfa nei giorni del varo e negli anni a seguire. Da mozzo a timoniere, financo capitano di un vascello editoriale che da decenni si distingue per un catalogo prezioso e unico nell’intero panorama italiano.

Direttore editoriale dal 1971, poi consigliere delegato e per vent’anni presidente di Adelphi, ha reso la casa editrice sinonimo di qualità letteraria, o perlomeno di ricercata scelta filologica. Indubbia la grande passione per i libri e per il mondo di carta in generale; di certo grande bibliofilo e studioso delle humanae litterae. Colpevole di aver salvato innumerevoli testi dall’oblio e responsabile di avergli dato nuova vita e, soprattutto, nuove vesti grafiche; sempre in linea con il savoir faire della casa editrice.
Più volte oggetto di critiche per la malcelata passione per le arti e le letterature esoteriche, venne additato quale paladino “antiscientifico”, difensore di un neopaganesimo classicista, che noi, in verità, non riusciamo a individuare. Ciò che vediamo, ed è ai nostri occhi motivo precipuo di attacco, è la feticistica passione per il testo perduto e, grazie a Adelphi, ritrovato. Antiscientifico non di certo, bensì sacerdote pronto a immolarsi tra sacrifici di carta, perché credere nel dio-libro, non significa per forza rinnegare il cammino della Scienza; anzi, rafforzando così il rapporto tra libro e sapere, senza esoterismo, senza iniziatico dogmatismo, si rinnova il credo nella conoscenza: il libro per il libro.

Non solo scudiero però, Calasso fu anche demiurgo, creatore di intrecci e domatore di sintassi. La sua produzione saggistica non ha probabilmente eguali nel primo ventennio di questo virtualissimo secolo e la lettura delle sue opere ci ricorda come ancora sia possibile credere in una letteratura di alto livello, almeno per quanto concerne stile e perizia retorica. Vir bonus dicendi peritus dicevano i latini, e mentre ripassiamo la bibliografia di questo colossale bibliomane, la nostra mente, come un mantra, ripete l’assunto latino.
Il gesto mitico è un’onda che, nell’infrangersi, disegna un profilo, come i dadi gettati formano un numero. Ma ritirandosi accresce nella risacca la complicazione indominata, e alla fine la commistione, il disordine, da cui nasce un ulteriore gesto mitico. Perciò il mito non ammette sistema.
da Le nozze di Cadmo e Armonia, Adelphi, 1988

Colpevole, colpevole, colpevole, lo ripetiamo; difficile però è identificare il capo di accusa. Il libro è il nostro credo e condannare un confratello non ci riesce. Di colpevoli come Roberto Calasso, vorremmo ne nascessero di più.




