Memoria, migrazione e identità: “Mamá tiene cien años” all’IILA
Nella cornice dell’Istituto Italo-Latino Americano di Roma si è svolta la presentazione del romanzo Mamá tiene cien años dello scrittore costaricano Rodolfo Arias Formoso, alla presenza dell’ambasciatore della Costa Rica in Italia Istvan Alfaro, del direttore dell’Istituto Giorgio Silli e di studiosi e rappresentanti del mondo accademico e culturale.
L’incontro, moderato dalla professoressa di letteratura ispano-americana dell’Università Roma Tre Camilla Cattarulla e dalla poetessa costaricana Kristy Barrantes Brais si è configurato non solo come un momento di approfondimento culturale, ma come un’occasione di riflessione più ampia sul rapporto tra Italia e Costa Rica.
Fin dalle parole introduttive, è emersa la statura dell’autore, tra i più riconosciuti nel panorama costaricano contemporaneo, più volte insignito del Premio Nazionale Aquileo J. Echeverría. La sua nuova opera si inserisce in un percorso letterario consolidato, ma al tempo stesso segna un punto di maturazione per ambizione narrativa e profondità tematica.
Una storia familiare che diventa storia collettiva
Il romanzo si sviluppa attorno a un dialogo intimo tra una madre prossima ai cento anni e la figlia, chiamata a comunicarle una perdita familiare rimasta fino a quel momento taciuta. Da questo nucleo narrativo prende avvio un racconto che attraversa generazioni, ricostruendo la vicenda di una famiglia italiana emigrata in Costa Rica negli anni ’50 del Novecento.
La narrazione ha luogo tra Italia e America Centrale, intrecciando memoria privata e storia collettiva: dalla fuga dall’Italia dopo l’istituzione delle leggi razziali alla ricostruzione di una nuova vita tra San Vito e San José in Costa Rica. In questo percorso emerge con forza il tema della migrazione come esperienza profondamente esistenziale.
Particolarmente interessante è la riflessione sull’identità: la protagonista Laura incarna quella che la professoressa Cattarulla ha definito un “terzo spazio”, un’identità ibrida che non è più esclusivamente italiana né pienamente latinoamericana, ma il risultato dinamico dell’esperienza migratoria.
La madre come archivio vivente
Uno degli elementi più significativi del romanzo, sottolineato anche dagli interventi successivi, è la centralità della figura materna, la quale non è solo un personaggio del romanzo ma in generale un vero e proprio archivio vivente della memoria familiare e culturale.
Attraverso la sua voce, i suoi silenzi e la sua lunga vita, si costruisce un ponte tra passato e presente, rendendo la memoria una trama viva, fatta di ricordi, omissioni, traumi e trasmissioni intergenerazionali.
Una struttura narrativa ambiziosa
Il romanzo si distingue per l’assenza di una suddivisione in capitoli, fluendo come un unico racconto continuo, quasi a imitare il flusso di coscienza dato dalla memoria e dalla riflessione.
La scrittura di Arias Formoso riesce a coniugare precisione e sensibilità, alternando dialoghi, ricostruzioni storiche e introspezione psicologica. Ne emerge una prosa che, pur mantenendo rigore strutturale, lascia spazio a una dimensione lirica: non a caso, l’autore è stato definito “un poeta travestito da narratore”.
Il riconoscimento del Premio Nazionale Aquileo J. Echeverría 2025 conferma il valore dell’opera, premiata per la sua solidità formale e per la capacità di affrontare temi universali come il tempo, la memoria, l’identità e i legami familiari.
Letteratura e diplomazia culturale
L’intervento dello stesso autore ha offerto una chiave di lettura ulteriore, collocando il romanzo all’interno di un interesse personale per la storia e per le migrazioni italiane in Costa Rica. Arias Formoso ha ricordato come l’influenza italiana nel suo paese sia profonda e diffusa, spesso al punto da non essere pienamente percepita dai costaricani stessi.
Il libro nasce da un lavoro di ricerca che ha portato lo scrittore a viaggiare in Italia per ricostruire ambienti e atmosfere. Questa dimensione documentaristica si riflette nella costruzione del testo, che assume a tratti il carattere di un’indagine, coerente con la figura della protagonista, una studiosa.
L’evento ha evidenziato come opere di questo tipo possano svolgere una funzione che va oltre la letteratura, diventando strumenti di dialogo tra culture. Come sottolineato nelle conclusioni, il libro si configura come un veicolo privilegiato di diplomazia culturale, capace di rafforzare i legami tra Italia e America Latina attraverso la narrazione condivisa.
L’Italia in Costa Rica
La presentazione ha inoltre offerto l’occasione per richiamare la storia, spesso poco conosciuta, dell’emigrazione italiana in Costa Rica. I primi flussi dall’Italia, infatti, risalgono alla fine dell’Ottocento, quando centinaia di italiani furono impiegati nella costruzione della ferrovia atlantica, mentre una migrazione più strutturata, invece, si sviluppò negli anni ’50 con la colonizzazione agricola di aree come quella di San Vito da parte di coloni del Veneto e della Puglia, come anche diversi esuli giuliano-dalmati.
Proprio a San Vito, infatti, nella regione di Coto Brus, la cultura e la lingua italiana sono tenute vive dal locale istituto Dante Alighieri e dal liceo bilingue dove l’italiano è tuttora insegnato, oltre a ben sette scuole elementari locali.
Nel tempo, la presenza italiana ha lasciato un’impronta significativa nella società costaricana, visibile nei cognomi, nelle pratiche culturali e persino nel lessico quotidiano. Formoso, infatti, ha ricordato che parole italiane come “birra”, “faccia” e “ciao” siano ancora utilizzate al posto delle equivalenti in spagnolo.
Oggi tale eredità si traduce in relazioni bilaterali solide, sviluppate attraverso la cooperazione politica e multilaterale, gli scambi economici – in particolare nei settori tecnologici, agroindustriali e della sostenibilità – e un’intensa rete di iniziative culturali e accademiche promosse anche da istituzioni come l’Istituto Italo-Latino Americano.
In questo quadro, il romanzo di Rodolfo Arias Formoso si inserisce come una testimonianza letteraria capace di restituire profondità storica e dimensione umana a un legame che continua a rinnovarsi nel presente.




