Achille Lauro, l’ultimo Re di Napoli
Cos’hanno in comune “Parthenope” di Paolo Sorrentino, uno dei cantanti più in voga dell’attuale panorama musicale italiano e la nave che accese la miccia della crisi di Sigonella? Si tratta di tre elementi apparentemente distinti e svincolati tra loro, ma in realtà uniti da un fil rouge che si arrotola tra storia e mito: si tratta di Achille Lauro, ‘O Comandante.
Nato nel 1887, respirando il mare, Achille Lauro crebbe con il vento dell’ambizione tra i capelli, seguendo la rotta di una vita quasi secolare che lo rese un uomo capace di navigare le acque turbolente della politica, degli affari e della guerra. Imprenditore audace e un sindaco carismatico, Lauro fu un uomo pronto a rischiare tutto per costruire un impero, assurgendo a simbolo di affascinante determinazione, successo e napoletanità.
A soli vent’anni, dopo la morte del padre, il Comandante si ritrova nel mezzo del primo conflitto bellico mondiale a dover sostenere la sua famiglia affrontando una pesante situazione economica: fu così che l’armatore – ancora in erba – decise di vendere due delle tre navi ereditate dalla piccola compagnia paterna per fronteggiare le difficoltà incombenti.
Da qui in poi la storia di Achille Lauro si caratterizzerà non solo per essere la storia di un uomo in grado di prendere decisioni difficili, bensì per essere quella di un visionario, capace di trasformare la caduta libera in propulsione ascensionale. Il suo fiuto per gli affari e la sua capacità di lettura dei mercati lo spinsero ad acquistare una nave, il Lloyd, che era naufragata nel porto di Napoli. Ribattezzata “Iris”, questa nave divenne il simbolo della rinascita della flotta Lauro, segnando l’inizio di una lunga scalata che lo portò, nel 1936, a comandare un insieme di 23 navi, ampliato ancora, appena tre anni dopo, a ben 55 unità.
La gloriosa gestione della flotta del Comandante si caratterizzò da subito per una meticolosa attenzione a che le navi non viaggiassero mai senza carico: questo sistema fu subito sperimentato con la Iris, che trasportava grano dai porti del Mar Nero a quelli del Nord Europa, facendo poi tappa in Gran Bretagna dove – sulla strada di ritorno – imbarcava carbone destinato in Italia. Allo stesso modo, per ridurre al minimo l’incidenza dei costi per il passaggio del canale di Suez, venivano programmate operazioni di carico e scarico a ciclo continuo tra i porti dell’Europa e quelli africani e asiatici. In questo schema produttivo quasi impeccabile si rivelò infine felice la scelta del Comandante di cointeressare alla proprietà delle navi molti fra i suoi dipendenti e collaboratori, riuscendo a suscitare in loro uno spiccato spirito d’appartenenza e una maggiore dedizione al lavoro.
Gli affari della flotta Lauro negli anni a venire furono certamente agevolati anche dai buoni rapporti che l’armatore intrattenne con le alte gerarchie del fascismo. Dopo essersi iscritto al Partito nel 1933, divenne successivamente membro della Camera dei fasci e delle corporazioni, ottenendo perfino la concessione del monopolio di alcuni trasporti e la gestione in esclusiva del servizio passeggeri per l’Africa orientale italiana.
Il 19 febbraio 1942 Lauro fu ricevuto da Mussolini in persona, con il quale si vantò di aver dato vita, secondo le direttive fasciste, a un “felice esperimento di fusione fra datori di lavoro e lavoratori”, lamentando però la perdita di numerose navi, messe al servizio della patria, a causa degli eventi bellici: fu così che, per risarcire – e premiare – l’armatore, Mussolini lo favorì nell’acquisizione del 50% della proprietà dei tre giornali napoletani, “Il Mattino”, “Roma” e “Il Giornale di Napoli”, dei quali Lauro assunse anche la gestione.
Pochi anni dopo, il 9 novembre 1943, essendo tacciato di illecito arricchimento, Achille Lauro fu arrestato dagli Alleati – i quali al tempo non erano proprio garantisti – e trascorse 22 mesi tra carcere e campi d’internamento prima di essere assolto dalla Corte d’Appello di Napoli nel settembre del 1945. Malgrado le rilevanti perdite, economiche e non, subite dall’ingiusta detenzione (delle 57 navi possedute nel 1940 ne restavano appena cinque), Lauro riuscì a risalire di nuovo la china facendosi assegnare dal governo degli Stati Uniti, con la garanzia di quello italiano, gli scafi di due navi Liberty che furono trasformate nei transatlantici “Sydney” e “Surriento”: in breve tempo la flotta riconquistò le posizioni perdute, divenendo all’inizio degli anni Cinquanta la più grande flotta privata d’Europa.
Achille Lauro però non fu solo un imprenditore. Egli divenne il volto di Napoli, la città che amava e che lo amava, al punto da diventarne sindaco nel 1952.
Il suo ascendente sulla città era tale che il “laurismo”, come venne definito il suo fenomeno politico, seppe incarnare un mix di popolarità, potere economico e capacità di offrire una risposta alle esigenze cittadine. Sostenuto da una fitta rete di alleanze con imprenditori, professionisti e, soprattutto, con il popolo, Lauro si presentava come un moderno Ulisse che avrebbe guidato Napoli fuori dal labirinto delle sue difficoltà economico-sociali.
Nella politica nazionale, dopo aver aderito per un breve periodo al Partito dell’uomo qualunque, ‘O Comandante fondò il Partito Nazionale Monarchico, con cui, alleato del Movimento Sociale Italiano, fu eletto appunto per la prima volta a sindaco di Napoli in una di quelle che all’epoca venivano diffusamente definite “giunte monarchico-missine”. Successivamente, a causa di una scissione interna, Lauro fuoriuscì dal PNM dando vita al Partito Monarchico Popolare, aderendo poi al MSI e, infine, concludendo la sua carriera politica – aspramente osteggiata dalla DC – nel Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica. Dopo svariate legislature da deputato e altre da senatore, ancora direttore dei giornali locali, sindaco per ulteriori due mandati e presidente del Calcio Napoli per diversi anni, Lauro morì all’età di 92 anni nell’abbraccio della sua Parthenope, il 15 novembre del 1982.
Oltre il rogo, con il ricordo ancora ammaliante delle gesta di una delle figure più affascinanti del Novecento italiano, negli anni ‘80 iniziò il declino dell’impero costruito dall’armatore partenopeo: prima il sequestro – quasi premonitore – dell’omonima nave della sua flottiglia da parte dei terroristi palestinesi, con cui si aprì la crisi di Sigonella; poi una lunga serie di commissariamenti statali e, infine, la confluenza della società nell’attuale MSC Crociere.
In un dramma prima narrativo che economico, la causa civile intentata dagli eredi di Lauro contro il Ministero dello Sviluppo Economico, accusato di negligenza nella gestione della flotta, è l’ultimo capitolo di una saga amara. La cifra richiesta per danni, 2 miliardi e 300 milioni di euro, non è infatti solo un valore materiale, bensì il simbolo di un sogno infranto, di una grandezza che non ha saputo resistere alle tempeste della storia.
La figura di Achille Lauro resta però indimenticabile per chi la incontra sulla propria rotta. La sua vita è una sorta di epopea, un racconto che mescola il mito e la realtà, l’impresa e la politica, il successo e la sconfitta.
Il tributo più dolce reso a ‘O Comandante resta la magnificenza rappresentativa di Paolo Sorrentino, che nel suo film Parthenope mette al mondo la vita – e in qualche modo Napoli stessa – proprio sotto gli occhi del Comandante, nelle acque della sua spiaggia privata, incarnando un cordone ombelicale tra l’uomo e la città, tra ‘O Comandante e Parthenope, che è impossibile da recidere.
Il film si apre con una citazione di Céline: “certo che è enorme la vita. Ti ci perdi dappertutto”. Oggi Achille Lauro nel suo splendore e nella sua decadenza continua a rappresentare un mito, il simbolo di chi, contro ogni raziocinio, ha provato a domare le onde della vita senza mai arrendersi al naufragio, pur dovendosi poi inesorabilmente perdere in esso.




