La visione di Baer del mondo ottomano

Il nuovo lavoro di Marc David Baer, Gli Ottomani. Khan, cesari, califfi (The Ottomans: Khans, Caesars and Caliphs, New York: Basic Books, 2021), pubblicato in traduzione italiana per Einaudi, si aggiunge a una lunga lista di opere pubblicate di recente su questo argomento. Studioso dei rapporti tra mondo ebraico (in particolare askenazita) e mondo tedesco (“Muslim Encounters with Nazism and the Holocaust: The Ahmadi of Berlin and German-Jewish Convert to Islam Hugo Marcus”, The American Historical Review, Vol. 120, No. 2, 2015, pp. 140-171), di convertiti dal Giudaismo verso l’Islam (i Dönme, ossia i convertiti sefarditi iberici presenti principalmente nelle regioni di Salonicco e di Smirne), ha affrontato soprattutto quest’ultimo tema in vari studi e opere di divulgazione (Honored by the Glory of Islam: Conversion and Conquest in Ottoman Europe.Oxford University Press, 2008; The Dönme: Jewish Converts, Muslim Revolutionaries, and Secular Turks. Stanford University press, 2010; Sultanic Saviors and Tolerant Turks: Writing Ottoman Jewish History, Denying the Armenian Genocide. Indiana University Press, 2020, tradotti anche in Turco), nonché di questioni di genere (German, Jew, Muslim, Gay: The Life and Times of Hugo Marcus , Columbia University press, 2020).
L’ennesimo libro sugli Ottomani?
Come suggerisce il sottotitolo, il revisionismo di Baer consiste nel sottolineare (quasi rimarcando) la cosiddetta “duplice natura” (ossia “asiatica” ed “europea”) degli Ottomani, rappresentandoli, talvolta usando categorie attuali, quali allo stesso tempo cesari europei e khan asiatici. Il segreto del loro lungo successo – sostiene – risiede in questa dualità, il cui abbandono ha portato alla loro scomparsa. Afferma, inoltre, che la storiografia occidentale abbia sistematicamente trascurato l’eredità europea degli Ottomani, negando loro il giusto posto nella storia europea. Sono queste idee sufficienti a giustificare un ennesimo libro sugli Ottomani? Lo Stato ottomano era senza dubbio di natura duale: i sultani turchi musulmani dell’Anatolia (per quanto inizialmente non esattamente ortodossi, se non spesso formalmente, v. pp. 18-29), ancora prevalentemente cristiana – e in seguito della Tracia – completamente cristiana, potevano governare solo cooptando, alleandosi e convertendo le élite locali, greci, slavi, italiani, ebrei e armeni. La corte ottomana continuò a reclutare stranieri fino al XIX secolo, quando i rivoluzionari europei del 1848, sconfitti, si unirono all’esercito del sultano come pascià, spesso convertendosi all’Islam. In seguito alle rivoluzioni europee del 1848, migliaia di preziosi rifugiati (“… insieme a politici e generali di spicco provenienti dall’Ungheria, dall’Italia e dalla Polonia rivoluzionarie … vennero accolti nell’impero. Gli ottomani decisero di ignorare l’ideologia ispiratrice dei moti del 1848 … e si concentrarono sull’esperienza politica e sulle capacità militari degli esuli”, pp. 345-347). Nel periodo di massimo splendore, l’impero reclutava con la forza (devşirme, letteralmente raccolta) ragazzi cristiani nelle unità di fanteria d’élite, i giannizzeri, e rapiva ragazze cristiane per l’harem imperiale. Grazie a quest’ultima pratica, i sultani musulmani potevano conversare facilmente in greco, slavone (serbocroato, bulgaro) o in italiano, la lingua delle loro madri. Mehmet II, il conquistatore di Costantinopoli, ricorda Baer, raccolse opere scientifiche e letterarie in entrambe le lingue (p. 80).
Il lavoro di Baer, nel dettaglio
L’entusiasmo di Baer per l’impero come Stato cosmopolita, europeo e tollerante sorprenderà alcuni lettori: ha forse, in parte, ragione a sostenere che gli Ottomani erano più tolleranti degli europei, che espulsero i musulmani dalla Spagna (o meglio dalla Penisola Iberica). Questa “tolleranza” (o meglio pragmatica accettazione della realtà socio-culturale) non è però una caratteristica unica del genio politico ottomano, ma una tradizione della tradizione statuale islamica: i califfi dell’Islam, dopo le prime conquiste della Siria e dell’Egitto nel terzo quarto del VII secolo, governarono maggioranze non musulmane, tanto che solo a partire dal XIII secolo i cristiani divennero una religione minoritaria in Medio Oriente (“i principî e la pratica della tolleranza erano già stati stabiliti all’inizio del dominio ottomano nell’Europa sudorientale nel XIV secolo, un fatto particolarmente evidente a Costantinopoli a seguito della conquista ottomana della città bizantina nel 1453” … “Se la piena tolleranza non esisteva nell’Europa cristiana medievale, esisteva invece nell’Europa islamica medievale, la quale comprendeva i domini ottomani. La tolleranza ottomana è tolleranza europea.” pp. 10-11). Con l’espansione degli Ottomani in Europa e dei Moghul in India (in quest’ultimo caso semplificando una storia secolare di presenza prima turca e quindi turco-islamica nel Subcontinente, con tutte le eccezioni del caso) la tolleranza, e non la conversione, era l’unica opzione disponibile.
L’Impero abbandonato
Le tradizioni del rivale Sacro Romano Impero (principale avversario militare e politico nei quadranti del Mediterraneo occidentale e dell’Europa Centro-meridionale, p. 104) erano, a suo dire, completamente diverse; da quando gli imperatori romani avevano abbracciato il cristianesimo, religione e cittadinanza erano state identiche. Con poche eccezioni (gli ebrei, i Mori della Spagna e della Sicilia) la cristianità medievale non aveva una tradizione di dominio sui non cristiani. La tolleranza religiosa era semplicemente inutile per il rivale degli Ottomani per il dominio europeo, l’imperatore Carlo V. L’Occidente scoprì le virtù di questa politica solo nell’esaurimento politico seguito alle micidiali guerre di religione; si può anche essere d’accordo sul fatto che gli Ottomani praticassero la tolleranza, a patto che non la si consideri altro che realpolitik. La ritrovata tolleranza europea non si estese mai completamente ai musulmani: questo ha posto le basi per una tragedia nella storia successiva dell’Impero Ottomano, ossia la Guerra d’indipendenza greca (1821-1830). Quelle che erano iniziate come rivolte localizzate, si trasformarono nei primi casi di pulizia etnica moderna; le potenze occidentali insistettero affinché il Sultano proteggesse i cristiani nell’Impero, mentre allo stesso tempo l’Imperatore di Russia espelleva parte dei Tatari dalla Crimea e i Circassi dal Caucaso: era un classico caso di “fai come dico, non come faccio”. Le potenze europee hanno accettato la finzione che l’uccisione o lo sfollamento dei musulmani fosse un aspetto inevitabile delle guerre di liberazione nazionale, mentre ciò che i turchi facevano per difendere i propri territori costituiva un’atrocità. Questa ipocrisia ha insidiosamente facilitato la più grande atrocità di tutte, il massacro degli armeni durante la Prima guerra mondiale; di conseguenza, quando l’Impero Ottomano è crollato, non ha suscitato grandi rimpianti.
Il pregiudizio occidentale
Sia gli europei che i turchi hanno tratto lezioni divergenti dal crollo dell’Impero ed entrambe sono fuorvianti. Come sottolinea Baer, il ruolo degli Ottomani nella storia europea è sottovalutato e, quando viene ricordato, viene visto come negativo: si tende a pensare infatti, per formazione culturale, ai massacri di Missolungi (Il Massacro di Chio di Delacroix, pp. 380-381) o al Ponte sulla Drina di Sokollu Mehmet Paşa (Sokolović) (p. 190). La visione negativa degli Ottomani non riflette solo un pregiudizio nei confronti dei turchi ma anche l’ignoranza sull’Europa orientale in generale: questa parte di mondo, profondamente legata all’Asia attraverso l’eredità e le proiezioni culturali dell’Impero Romano d’Oriente, i popoli altaici e uralici (Unni, Avari, Protobulgari, Magiari, Peceneghi, Cumani), i Mongoli e gli Ottomani, è poco compresa dai lettori europei che pensano che l’Europa si fermi al fiume Elba, o, se va bene, agli Urali. Nella misura in cui gli Ottomani figurano nella storia dell’Europa occidentale (cioè asburgica, veneziana, papale), rappresentano, dall’inizio, “l’uomo nero” che minaccia il normale stato delle cose. Eppure i francesi del XVI secolo e gli inglesi del XVIII consideravano gli Asburgo l’uomo nero e pregavano per le vittorie ottomane in Europa meridionale e nel Mediterraneo. Esiste anche un’eredità filo-ottomana, forse più dolorosa, a causa della sua attualità, ovvero l’errata lettura della propria storia da parte dei turchi: non viene infatti insegnato loro ad apprezzare l’aspetto cosmopolita dell’impero dei loro antenati, quando le alte cariche erano aperte a greci, ebrei e armeni di talento. A molti turchi piace ricordare l’Impero come non è mai stato, uno Stato omogeneo turco e musulmano-sunnita. Il libro di Baer, con la sua enfasi sul ruolo delle minoranze e dei gruppi sufi devianti, non sarà forse di loro gradimento. Talvolta anche su questo aspetto però, Baer pone un accento particolare proprio sulla componente israelitica, incarnata dai sefarditi di origine iberica; egli dedica infatti un capitolo al rabbino e predicatore sefardita Sabbatai Zevi (1626-1676), proclamatosi Messia nel 1648. Questo passaggio delle storia ottomana “moderna”, ed ebraica (a suo dire “il movimento messianico (…) più grande dai tempi di Gesù Cristo”, p. 283) , è stato sì spesso sottovalutato o anche semplicemente ignorato, ma il Baer, studioso del tema, ne parla forse troppo (pp. 281-293).
I limiti dell’opera
È un peccato infine che un’opera basata su una ricerca accurata e originale contenga errori o approcci frutto di una lettura “attuale” e, questa sì, occidentale, di certe dinamiche sociopolitiche appartenenti a un diverso tempo: ad esempio la rimarcata insistenza sulla cosiddetta “identità di genere”, nella società ottomana (“Prima dell’era moderna, gli autori ottomani, come quelli del resto d’Europa, non distinguevano tra mascolinità e femminilità. Invece, nell’Europa rinascimentale e nell’impero ottomano, gli autori giudicavano le persone in base alle loro virtù maschili o femminili e all’adempimento dei loro ruoli di genere. (…) Mehmed IV rievocava un’epoca precedente in cui i sultani erano leader militari virili. Ciò richiama alla mente uno dei modelli di virtù maschile prevalenti nell’Europa occidentale medievale, quello del cavaliere, la cui pretesa di virilità si basava sugli essenziali parametri del coraggio dimostrato in battaglia contro altri uomini e del controllo esercitato sulle donne.”, pp. 263-265) che avrebbero potuto essere facilmente colti da un revisore attento. Ad esempio i mongoli dell’Iran non praticavano il buddismo tibetano – almeno non in maniera esclusiva come si può evincere dal testo, p.17 – Tamerlano non si considerava l’erede – o almeno non in senso dinastico – dell’impero di Gengis Khan (p. 55), il re di Prussia non si faceva chiamare Kaiser nel 1850 (p. 353) e gli inglesi non avevano una flotta del Mar Nero nel 1918 (la HMS Agamemnon, dove venne firmato l’Armististizio di Mudros il 30 ottobre 1918, era di stanza nell’Egeo). Il recensore ritiene che l’attenzione dell’autore per l’uso e l’abuso delle questioni legate a temi di carattere “moderno” e “woke” (Orientalismo, genere e sessualità, pp. 377-384) sia eccessivamente sfruttata come mezzo per arricchire la narrazione: apprendiamo, ad esempio, che i dervisci antinomiani praticavano il piercing intimo sul corpo (p. 27). C’era bisogno di saperlo? D’altra parte, c’è una franca discussione sulla sessualità ottomana ( “attualizzata” alle questioni di genere, tanto in voga nel dibattito pubblico dell’Occidente collettivo, pp. 225-234) che illuminerà molti lettori, senza dimostrare, a differenza di quanto sostiene Baer, una maggiore comunanza con l’Europa.
Questo è, alla fine, il mio più grande avvertimento sulla tesi di Baer: attualizzando gli Ottomani, non li rende più europei, ma semplicemente più universali.




