La crisi nascosta dietro alla guerra in Iran nello sviluppo del Sud Globale

Lo scorso 17 agosto è scaduto il memorandum d’intesa di 60 giorni tra Stati Uniti e Iran, portando nel suo affondamento con la già flebile prospettiva di una fine imminente della guerra, se non addirittura un accordo più preciso per ripristinare il transito in sicurezza attraverso lo Stretto di Hormuz.
Governi, aziende e famiglie sono sempre più coinvolti dagli effetti collaterali del conflitto.
Molte delle persone più esposte alla guerra tra Stati Uniti e Iran non vivono in nessuno dei due Paesi.
Sono gli agricoltori dell’Africa Orientale che non possono più permettersi i fertilizzanti, famiglie che affrontano costi alimentari e di trasporto più elevati in economie dipendenti dalle importazioni, e lavoratori che vivono di turismo, commercio e investimenti.
Poiché il conflitto interrompe il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz, le sue conseguenze stanno diventando crisi di sviluppo in tutto il Sud Globale.
Prima della guerra, circa 1,8 milioni di barili di petrolio greggio e prodotti raffinati passavano ogni giorno attraverso lo Stretto.
Secondo i dati forniti da Kpler, questa cifra è scesa a 4,8 milioni di barili al giorno a luglio, e agosto ha registrato una media di circa 2 milioni di barili al giorno, segnando un calo di quasi l’89% rispetto ai livelli prebellici.
L’interruzione del transito attraverso Hormuz ha anche ridotto le forniture di gas naturale liquefatto, con le spedizioni da Qatar e Emirati Arabi Uniti in calo di oltre 300 milioni di metri cubi al giorno dal primo marzo, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia.
Altri produttori hanno compensato circa tre quarti dell’offerta persa, ma i volumi di sostituzione non cancellano i costi più elevati, i colli di bottiglia logistici e l’incertezza che devono affrontare i Paesi dipendenti dalle importazioni.
La criticità oggi non coinvolge più solo i mercati energetici. Ora si fa sentire nelle forniture di fertilizzanti e nei flussi commerciali, minacciando i progressi di sviluppo nelle economie vulnerabili, andando così a ad erodere lo spazio fiscale e la resilienza di cui i Paesi vulnerabili hanno bisogno per sostenere il progresso verso l’autosufficienza.
I Paesi che già affrontano oneri del debito, shock climatici e riserve di valuta limitate sono costretti ad assorbire una crisi che non hanno né creato né pianificato.
Insicurezza alimentare
La conseguenza più diretta tra la chiusura di Hormuz e le difficoltà domestiche percepite in tutto il mondo si ritrova nei sistemi alimentari.
Secondo l’AIE (Agenzia Internazionale per l’Energia), oltre il 30% del commercio globale di urea, e circa il 20% del commercio di ammoniaca e fosfati, passano normalmente attraverso lo Stretto di Hormuz. L’Institute for Security Studies ha rilevato che per via della guerra i prezzi dell’urea sono passati da poco meno di 500 dollari per tonnellata metrica prima del conflitto, a più di 700 dollari per tonnellata nelle ultime settimane.
I Paesi dipendenti dalle importazioni di fertilizzanti stanno quindi affrontando un doppio shock: gli agricoltori pagano di più per i nutrienti e per il combustibile utilizzato durante tutta la catena di produzione e distribuzione, aumentando i costi di semina, irrigazione, raccolta, trasporto e distribuzione alimentare.
L’Africa orientale è particolarmente esposta.
In Kenya, per esempio, i prezzi dei fertilizzanti al dettaglio sarebbero aumentati di circa il 27%, secondo l’Africa Policy Research Institute.
Gli agricoltori potrebbero decidere di rispondere a questa emergenza usando meno fertilizzanti, coltivando meno terra o posticipando la semina. Ma qualsiasi di queste misure non potrà che ridurre i rendimenti futuri e far salire i prezzi degli alimenti di base per i consumatori.
L’Etiopia, che già affronta molte avversità tra conflitti, sfollamenti, cambiamenti climatici e fame, subisce le conseguenze più gravi.
Studi del Programma Alimentare Mondiale hanno evidenziato che quasi 1,6 milioni di etiopi sono in una zona di insicurezza alimentare, incluse 5,5 milioni di persone che sono gravemente in sofferenza per carenza di cibo.
Il Paese importa praticamente tutti i prodotti petroliferi utilizzati a livello interno e una quota sostanziale dei fertilizzanti da cui si basa la sua economia dipendente dall’agricoltura.
L’aumento dei costi di carburante e fertilizzanti aggraverà l’attuale emergenza di sicurezza alimentare, mettendo a dura prova le risorse disponibili per il recupero del Paese.
A lungo termine, una maggiore spesa per importazioni di carburante, aiuti alimentari e sostegno ai prezzi lascerebbe meno risorse per la sanità, l’istruzione, le strade rurali, la protezione sociale e l’adattamento climatico.
Commercio, investimenti e autosufficienza
Il Pakistan è una delle prove di come un problema logistico su Hormuz possa diventare un problema di bilancia dei pagamenti.
Prima della guerra, circa il 90% delle importazioni di petrolio e GNL passava attraverso lo Stretto.
La più grande raffineria del Paese ha ora cominciato ad acquistare greggio statunitense per ridurre la dipendenza dalle rotte del Golfo, ma le forniture provenienti da più lontano richiedono viaggi lunghi e quindi costosi nei trasporti.
Per il Pakistan e altri Paesi con riserve di valuta estera limitate, gli oneri vanno oltre le bollette del carburante più elevate. Un carburante più costoso aumenta i costi di importazione e delle operazioni per le aziende nazionali.
Gli esportatori pagano anche di più per raggiunge i mercati esteri, indebolendo potenzialmente i guadagni in valuta estera necessari per coprire energia, importazioni alimentari e obblighi di debito.
Le Maldive mostrano una vulnerabilità diversa: il turismo rappresenta il 30% del PIL del Paese e genera più del 60% dei ricavi in valuta estera.
Costi più elevati di trasporto aereo, carburante, cibo e importazioni potrebbero ridurre la domanda dei viaggiatori, mettendo sotto pressione hotel, ristoranti, noleggi di barche, aziende di pesca e costruzioni.
Una interruzione prolungata può rapidamente influire su posti di lavoro, redditi familiari e sulle capacità del Paese di pagare le importazioni essenziali.
Ma il pericolo a lungo termine per tutti questi Paesi è il rallentamento degli investimenti.
Sistemi elettrici, porti, reti logistiche e fabbriche richiedono energia affidabile, spedizioni prevedibili e fiducia che i costi non cambieranno bruscamente.
Un conflitto prolungato nel Golfo rende più difficile gestire tutte e tre le cose.
Di conseguenza, gli investitori potrebbero ritardare decisioni, pretendere rendimenti più elevati o ridurre gli impegni, lasciando i Paesi nell’impossibilità di costruire infrastrutture e capacità produttive che possano permettere la riduzione della loro esposizione a shock futuri.
I piani di sviluppo del Kenya, per esempio, si basano su investimenti in energia, trasporti e infrastrutture digitali, settori che la Banca Mondiale ha sottolineato essere cruciali per sostenere la crescita del Paese.
Le forniture volatili di carburante, i costi di spedizione più elevati e i costi di indebitamento aumentati rendono questi progetti più onerosi e meno attraenti, con meno posti di lavoro, entrate fiscali più deboli e una crescita più lenta.
Compromissione dei guadagni nello sviluppo
Se esaminati insieme, queste criticità creano un ciclo allarmante.
I governi devono spendere di più per coprire le importazioni di carburante, l’assistenza alimentare, i pagamenti del debito e le pressioni valutarie proprio mentre il commercio diventa meno affidabile e gli investimenti rallentano.
Questo lascia meno fondi per scuole, cliniche, strade, protezione sociale e adattamento climatico.
Molti Paesi sono entrati in questa crisi con poco margine finanziario da offrire.
Secondo l’UNCTAD (UN Trade and Development), tra il 2018 e il 2024, l’aumento dei costi del servizio del debito ha ridotto la quota di entrate governative disponibili per altre spese in 99 economie in via di sviluppo, composte da Stati appartenenti all’Africa, America Latina e Caraibi, Asia e Oceania.
Sempre secondo l’UNCTAD, già a settembre 2025, il 49% dei Paesi rientranti nel finanziamento concessionario del FMI era ad alto rischio di indebitamento.
Ecco perché la guerra tra Stati Uniti e Iran mette in luce i limiti della dottrina di Washington riguardante gli aiuti umanitari.
Gli investimenti privati e l’espansione del commercio possono aiutare i Paesi a ridurre la dipendenza dall’assistenza esterna, ma solo quando le forniture energetiche sono affidabili, le rotte marittime sicure e il contesto degli investimenti affidabile.
Quando il conflitto destabilizza tali condizioni, il commercio non può sostituirsi al supporto d’emergenza necessario per aiutare i Paesi vulnerabili ad assorbire i contraccolpi.
Il momento non potrebbe essere peggiore.
L’ONU, e in generale tutto il sistema umanitario, stanno entrando in questa crisi con risorse ridotte.
Il bilancio ordinari delle Nazioni Unite per il 2026 è stato ridotto a 3,45 miliardi di dollari rispetto ai 3,72 miliardi del 2025, accompagnato da tagli di posti di lavoro e riduzione delle missioni politiche.
Secondo Reuters, dopo aver ricevuto solo 12 miliardi di dollari in finanziamenti umanitari nel 2025 (poco più di un quarto delle necessità stimate), l’ONU ha ridotto la sua richiesta umanitaria per il 2026 a 23 miliardi di dollari, nonostante stimasse che sarebbero stati necessari 33 miliardi di dollari per assistere 135 milioni di persone bisognose.
I tagli agli aiuti da parte degli Stati Uniti sono stati protagonisti in questo calo: tra il 2024 e il 2025, il finanziamento umanitario globale è diminuito di oltre il 30%, principalmente perché il sostegno statunitense è passato da circa 14 miliardi a 3,7 miliardi di dollari, come evidenzia il Refugees International.
Prima di essere smantellata dall’Amministrazione del Presidente Trump, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale ha a lungo operato con la convinzione che l’assistenza allo sviluppo dovesse rendersi meno necessaria nel tempo.
Questo principio è stato reiterato per quattro amministrazioni consecutive, sia repubblicane che democratiche, in quadri come il Journeyto Self-Relience e, successivamente, DrivingProgress Beyond Programs.
L’obbiettivo non è mai stato quello di portare avanti una dipendenza permanente, ma aiutare partner locali, istituzioni pubbliche ed economie nazionali a gestire meglio gli imprevisti e guidare il proprio sviluppo.
Ma l’autosufficienza non può essere costruita facendo un passo indietro proprio quando le fondamenta della stabilità economica sono sotto pressione, come accade in tutta la regione e oltre, dove i Paesi stanno assorbendo le onde d’urto economiche della guerra tra Stati Uniti e Iran.
L’espansione della crisi dello sviluppo non è un banale effetto collaterale del conflitto.
È una conseguenza prevedibile derivante dall’impatto del conflitto sui sistemi energetico, commerciale e alimentare da cui dipendono le economie vulnerabili.
Washington e i suoi partner dovrebbero quindi rispondere in modo costruttivo per proteggere il finanziamento umanitario e aumentare il supporto d’emergenza per alimenti, fertilizzanti e combustibili per i Paesi più esposti.
Soprattutto, dovrebbero coordinare misure per alleviare le interruzioni nell’approvvigionamento energetico e preservare la capacità multilaterale di prevenire che shock economici alimentino instabilità politica e sfollamenti.
Più a lungo si protrarrà la guerra, meno probabilità ci sono che i Paesi vulnerabili raggiungano una maggiore autosufficienza.
Al contrario, potrebbero essere spinti verso una dipendenza più profonda dal finanziamento del debito, dagli aiuti umanitari e dal supporto esterno.
Minimizzare e non cercare di contenere questa crisi di sviluppo non solo annullerà i progressi già raggiunti nella riduzione della povertà, nella salute, nell’istruzione e nella resilienza climatica, ma creerà anche le condizioni per una maggiore insicurezza e richiederà interventi molto più costosi in seguito.





