Il 43% di AfD è il futuro dell’Europa? Cosa ci dice davvero il voto tedesco

Il 43,8% ottenuto da Alternative für Deutschland alle elezioni regionali in Sassonia Anhalt è un risultato difficile da leggere soltanto in chiave locale. Il 6 settembre AfD ha più che raddoppiato il risultato del 2021, mentre la CDU è scesa al 17,2%, perdendo quasi venti punti percentuali. Per la prima volta nella storia del Land nessun partito aveva raggiunto una percentuale tanto alta in un’elezione regionale. E mentre AfD avanzava, alle urne tornavano anche gli elettori: l’affluenza è passata dal 60,3 al 77,8%.
La tentazione è quella di inserire immediatamente questo risultato in una tendenza europea. AfD cresce in Germania, il Rassemblement National si prepara alle presidenziali francesi del 2027 e in Italia cresce sempre di più il partito Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. La conclusione potrebbe sembrare semplice: l’Europa si sta spostando a destra e ciò che è accaduto in Sassonia Anhalt anticipa ciò che potrebbe accadere altrove.
Il problema è che questa lettura rischia di mettere insieme fenomeni che condividono alcuni elementi, ma che si sono sviluppati in contesti politici profondamente diversi. Il voto tedesco può essere un indicatore di trasformazioni che attraversano le democrazie europee. Utilizzarlo come previsione per Francia e Italia è molto più difficile.
Da partito dell’euro a partito dell’identità.
Alternative für Deutschland nasce nel 2013 in una Germania ancora segnata dalla crisi dell’euro. Il suo primo terreno politico non è l’immigrazione, ma la moneta unica. Intorno all’economista Bernd Lucke si raccoglie una formazione liberal conservatrice ed euroscettica, critica nei confronti delle politiche europee di salvataggio dei Paesi maggiormente colpiti dalla crisi del debito. Nella sua fase iniziale, AfD non veniva ancora classificata come un partito populista di destra.
Il cambiamento è però avvenuto rapidamente. Già dal 2014, parallelamente ai primi successi elettorali nei Länder orientali, acquistano spazio le componenti nazionaliste. La crisi migratoria del 2015 accelera questa trasformazione. Immigrazione, Islam, appartenenza nazionale e opposizione alle élite politiche hanno sostituito progressivamente la questione dell’euro al centro dell’offerta politica.
In poco più di un decennio AfD è quindi passata dall’essere un partito nato dalla contestazione della gestione europea della crisi finanziaria alla principale forza della destra radicale tedesca. Alle federali del 2025 è diventata la seconda forza del Bundestag e in tutti i Länder orientali, esclusa Berlino, ha ottenuto tra il 32,5 e il 38,6% dei secondi voti. In Sassonia Anhalt ha compiuto poi un ulteriore salto trionfando come il primo partito in assoluto con una percentuale record di circa il 44% dei voti, doppiando i conservatori della CDU e scardinando i vecchi equilibri politici della regione.
Inoltre, dal 2023 la sezione di AfD della Sassonia Anhalt è classificata dal servizio di protezione della Costituzione del Land come organizzazione di estrema destra accertata.
AfD, monito per tutta Europa?
La portata del risultato tedesco supera però i confini della Sassonia Anhalt e invita a cercare possibili parallelismi con quanto sta accadendo nel resto d’Europa, Francia e Italia in particolare, dove forze politiche diverse per storia e collocazione stanno intercettando alcune delle stesse trasformazioni dell’elettorato europeo.
Il caso francese è particolarmente interessante. Mentre la traiettoria dell’AfD è stata quella di accompagnare alla crescita elettorale una progressiva radicalizzazione Marine Le Pen ha dedicato buona parte della sua leadership alla dédiabolisation del Front National, poi Rassemblement National, cercando di trasformare un partito a lungo considerato incompatibile con il governo in una forza capace di competere per l’Eliseo. Così mentre l’AfD continua ad essere escluso da coalizioni e accordi con le principali altre forze politiche tedesche, il tentativo francese è quello di allargare progressivamente i confini della propria legittimità politica.
Questa differenza è anche resa evidente dalle dinamiche di Bruxelles. Nel 2024 AfD fu espulsa dal gruppo Identità e Democrazia del Parlamento europeo, nel quale sedevano anche il Rassemblement National e la Lega di Matteo Salvini, dopo che proprio il partito di Marine Le Pen aveva deciso di prendere le distanze dalla formazione tedesca.
Perché proprio la Sassonia Anhalt.
Prima di allargare la vittoria dell’estrema destra a tutta Europa è anche necessario soffermarsi sul contesto in cui questo risultato ha avuto luogo.
AfD è molto più forte nella Germania orientale che in quella occidentale, con un consenso quasi doppio nei Länder orientali. Il divario non può essere ricondotto a una sola variabile. Pesano condizioni economiche, trasformazioni demografiche, spopolamento delle aree rurali, sfiducia nelle istituzioni e la persistente percezione di una disparità tra Est e Ovest.
La Sassonia Anhalt concentra molte di queste caratteristiche. È uno dei Länder economicamente più deboli della Germania, con salari relativamente bassi e una lunga storia di emigrazione della popolazione qualificata. Eppure, sarebbe riduttivo interpretare il risultato semplicemente come il voto degli economicamente esclusi.
AfD ha vinto in gruppi sociali molto diversi. Ha ottenuto il 52% tra gli uomini e il 32% tra le donne, risultando comunque prima forza anche tra queste ultime. Quasi due terzi degli operai hanno scelto AfD, ma lo ha fatto anche più della metà degli autonomi.
Ma c’è soprattutto un elemento che aiuta a comprendere la dimensione del risultato. AfD ha conquistato più voti dagli ex astenuti che da qualsiasi altro bacino elettorale. La crescita del partito e l’aumento dell’affluenza sono quindi due fenomeni che devono essere letti insieme.
Non si tratta più soltanto di spostare elettori da un partito all’altro. AfD sembra essere riuscita a mobilitare una parte di popolazione che precedentemente aveva scelto di non partecipare.
Anche l’immigrazione racconta una storia meno lineare di quanto si potrebbe immaginare. Nel voto hanno avuto particolare importanza la sicurezza sociale, l’economia e la pace in Europa, mentre l’immigrazione non è risultata il principale fattore della scelta. La Sassonia Anhalt, peraltro, ha una quota di popolazione straniera di circa il 9%, sensibilmente inferiore alla media tedesca di circa il 15%.
Il voto sembra quindi intercettare qualcosa di più ampio della singola questione migratoria: una percezione di insicurezza economica e sociale, accompagnata dalla convinzione che le forze politiche tradizionali non siano più in grado di rappresentarla. Il 67% degli intervistati ritiene che AfD abbia compreso meglio degli altri partiti la sensazione di insicurezza presente nel Land. Tra gli elettori di AfD, inoltre, il 66% considera di ricevere meno di quanto gli spetti rispetto al resto della Germania.
Un laboratorio, non una previsione.
Ed è qui che la Sassonia Anhalt può diventare interessante anche per un osservatore italiano.
Il voto tedesco mette in evidenza fenomeni che non appartengono esclusivamente alla Germania orientale. La perdita di fiducia nei partiti tradizionali, la percezione di insicurezza economica, il rapporto problematico con l’immigrazione e la capacità delle forze radicali di intercettare elettori precedentemente lontani dalle urne attraversano, con intensità differenti, numerose democrazie europee.
Ma condividere alcune condizioni non significa necessariamente produrre gli stessi risultati.
La Sassonia Anhalt può quindi aiutarci a comprendere la domanda politica che alimenta queste forze molto più di quanto possa prevederne l’offerta politica e il risultato elettorale.
Sassonia Anhalt, allora, non ci dice chi vincerà le prossime elezioni francesi o italiane. Mostra qualcosa di forse più interessante: cosa può accadere quando una forza politica radicale smette di rappresentare soltanto un voto di protesta e riesce progressivamente a trasformarsi, agli occhi di una parte consistente dell’elettorato, in una possibile alternativa di maggioranza.



