Regno Disunito: Londra in preda a crisi economica, politica e rischi di secessione

Lo scorso 14 settembre i primi ministri di Scozia, Irlanda del Nord e Galles si sono riuniti a Cardiff per firmare un memorandum d’intesa sulla richiesta di concessione, da parte di Londra, di referendum locali per l’indipendenza dal Regno Unito.
L’appuntamento ha avuto un significato storico, dal momento che tutti e tre i premier appartengono contemporaneamente, per la prima volta nella storia politica britannica, a partiti nazionalisti e secessionisti.
L’accordo, infatti, è stato sottoscritto dai leader John Swinney, primo ministro scozzese e leader dello SNP (Scottish National Party); Rhun ap Iorwerth, primo ministro gallese e leader di Plaid Cymru; e Michelle O’Neill, primo ministro dell’Irlanda del Nord e vicepresidente di Sinn Féin.
Nel caso nordirlandese, in particolare, occorre sottolineare che non si tratterebbe di secessione, bensì del tentativo di riunificazione con la repubblica d’Irlanda, nel contesto istituzionale regolato dagli Accordi del Venerdì Santo siglati nel 1998.
Sebbene il memorandum non sia un accordo intergovernativo ma tuttalpiù un’intesa tra partiti, esso ha comunque un grande valore politico, oltre che simbolico, a testimonianza che le forze centrifughe interne al Regno Unito non sono animate solo da ragioni culturali, ma anche economiche.
Secondo un’analisi pubblicata pochi giorni prima da Chatham House, infatti, il Regno Unito è afflitto da una pericolosa dinamica fra debito, tassi di interesse elevati e bassa crescita.
Il rendimento dei titoli di Stato britannici a dieci anni ha raggiunto il 5,2%, il livello più alto del G7, mentre il rapporto debito/PIL non ha mai smesso di viaggiare intorno al 100% dal post-pandemia.
La crescita della produttività rimane debole e il governo deve contemporaneamente finanziare pensioni, welfare e l’incremento delle spese per la difesa.
L’attrattiva per l’integrazione europea, ampiamente dimostrata dall’esito elettorale per la Brexit, in cui Scozia e Irlanda del Nord, ma anche le contee più popolose del Galles, si sono espresse maggiormente a favore del Remain, è una ferita aperta su cui le difficoltà di collocazione nel mondo di Londra, dal 2016 in poi, non hanno che gettato ulteriore sale.
Si stima infatti, che da allora il Regno Unito abbia registrato una perdita complessiva tra il 6% e l’8% del Pil. E a pagare di più, ovviamente, non è stata la city londinese, ma le periferie del regno.
L’unica reazione economica ragionevole per uscire dal guado, sempre secondo gli analisti di Chatham House, sarebbe ridurre il peso del debito tramite maggiori investimenti pubblici, prettamente in infrastrutture, abitazioni e nelle industrie delle alte tecnologie.
Un aumento permanente degli investimenti pubblici pari all’1% del PIL potrebbe, secondo le stime dell’Office for Budget Responsibility (OBR), aumentare il PIL del 2,4% nel lungo periodo. Ma altre misure potenzialmente favorevoli alla crescita, come una maggiore apertura all’immigrazione e un riavvicinamento al mercato unico europeo, rimangono al momento politicamente impraticabili.
Alla crisi economica, del resto, si accompagna la crisi politica. Sempre dal 2016, in dieci anni, Downing Street ha visto avvicendarsi ben sette governi diversi, tra cui quello brevissimo di Liz Truss, caduto dopo soli 49 giorni proprio per una crisi dovuta ad un inedito scostamento di bilancio e al conseguente repentino crollo della sterlina.
Ad ogni modo, se Londra non si dimostrasse politicamente all’altezza della sfida, la strada per la secessione congiunta dovesse concretizzarsi, non sarebbe né immediata né collettiva. Sarebbe più probabile invece una disgregazione asimmetrica e progressiva, Urss docet.
In primis, il governo centrale affronterebbe una nuova fase di confronto costituzionale con la Scozia, parallelamente a una possibile accelerazione del dossier irlandese, mentre il Galles, in cui i consensi nazionalisti sono minori (circa un terzo degli elettori) potrebbe utilizzare, almeno inizialmente, entrambe le dinamiche per ottenere ulteriore autonomia, concentrandosi sulla costruzione di maggior consenso.
A rendere ancora più internazionale la questione è intervenuto nei giorni scorsi Donald Trump, che durante la sua visita in Irlanda ha dichiarato di voler vedere l’isola riunificata, definendo l’unificazione «fantastica» e sostenendo che prima o poi avverrà.
L’endorsement rompe inoltre con la tradizionale neutralità di Washington sullo status costituzionale dell’Irlanda del Nord. Neanche l’ex presidente Biden, di discendenza irlandese e di religione cattolica, ha mai voluto interferire con la questione.
È difficile non leggere le parole del tycoon anche come uno strumento di pressione su Londra. Trump si è infatti scontrato con il premier laburista, nonchè molto lontano dall’universo MAGA, Andy Burnham sulla guerra in Medio Oriente e sulla disponibilità britannica a sostenere politicamente e militarmente la linea americana. Il presidente USA è arrivato addirittura a mettere in discussione anche la sovranità inglese sulle isole Falkland, ultimamente insidiata dal presidente argentino Milei, alleato di Trump.
Inoltre, al di là delle motivazioni contingenti, un’eventuale riunificazione aprirebbe una partita strategica molto più ampia. L’Irlanda è oggi l’unico Stato dell’Europa occidentale membro dell’UE ma non della NATO, mentre l’Irlanda del Nord appartiene all’Alleanza Atlantica attraverso il Regno Unito.
Per Washington, la contropartita per un appoggio alla riunificazione potrebbe dunque comportare una richiesta di adesione dell’Irlanda alla NATO. Allo stesso modo, Bruxelles saluterebbe con favore l’ingresso di Belfast nell’Unione.
Il memorandum di Cardiff, dunque, vale meno come calendario della secessione che come segnale geopolitico. Se Londra non riuscirà a combinare crescita economica e un nuovo rapporto con l’Europa, suo alleato naturale dato l’allontanamento strutturale degli USA, la questione non sarà più soltanto se il Regno Unito possa permettersi il proprio debito, ma se possa permettersi di esistere in quanto tale.




