Peace, Love… & John Butler

Peace, Love… & John Butler

Ho sempre ammirato il rapporto intimo, viscerale e a dir poco romantico che qualsiasi musicista sia mai riuscito a costruire con il proprio strumento. E di esempi sull’argomento credo se ne possano trovare veramente in quantità industriale, per cui mi converrà essere più preciso. Sono amante della chitarra più o meno dall’età di 8 anni, quindi è stato piuttosto naturale per me appassionarmi a quegli esperti del settore che ad oggi vengono ancora, più o meno, definiti virtuosi.

C’è una variabile, però, in tutta questa rapida premessa spazio-temporale, che ha sempre influenzato il mio personale percorso musicale, fatto di ascolto incessante più in generale (audiocassette, cd, streaming) e di studio approfondito dello strumento a sei corde nello specifico: l’amore per la canzone d’autore. Rimandando ad altra occasione la storia di questi miei 20 anni e più di crescita musicale (condita di svariati generi, con predilezione mai nascosta per il rock), dirò semplicemente che nella mia personale top 10 si annovera la presenza di un artista che, qualora il suo nome vi dovesse “suonare” nuovo, avrò ancora più piacere a segnalarvi: tale John Butler, musicista e cantautore australiano, leader della rock band “John Butler Trio”. Volgere in maniera ridondante lo sguardo dall’altra parte del mondo, a questo punto e dopo svariati articoli finora pubblicati, potrebbe risultare da parte mia un’abitudine piuttosto stucchevole: ma svincolarsi dai propri confini geografici (specie quando quello che vi accade all’interno è ben lontano dal quel vago sentore di compiacenza meglio noto come “soddisfazione”) in virtù di un arricchimento personale credo assuma oggi giorno le dimensioni di un vero e proprio “diritto umano”.

Soprattutto quando danno ragione di farlo personaggi della musica moderna che non risultano stimabili solo per la loro produzione artistica (o, come in questo caso, anche bravura virtuosistica), ma anche ispiratori per un certo tipo di “modus vivendi”.

TRA “TRACY CHAPMAN” E I “RAGE AGAINST THE MACHINE”. John Charles Wiltshire-Butler (California, 1975) ha appena 13 anni quando comincia a suonare la chitarra in maniera più o meno distratta, forse come una sorta di hobby rispetto alla sua vera passione: lo skateboard. Disgrazia (o provvidenza) vuole che per ben due volte il giovane australiano (per metà anche britannico, bulgaro e greco da parte di padre) finisce col rompersi il braccio in una della sue tante performance freestyle, portandolo quasi in maniera naturale a dedicare maggiore tempo alla sei corde, e con uno spirito completamente diverso rispetto a quello di partenza.

Ecco che allora il piccolo John comincia ad ascoltare musica, maturando un gusto e una stima particolari per artisti come Tracy Chapman e Rage Against The Machine (lui stesso ironizza sul divario fra la cantautrice americana e la rap metal band più famosa del mondo in un’intervista durante lo showcase al Max Music Sessions Australia (del febbraio 2014), ma anche per i più classici Jimi Hendrix, Led Zeppelin, Black Sabbath, Tool, e Bob Marley. Ma soprattutto, comincia a scrivere canzoni, più simili ad aneddoti su un diario che a vere e proprie composizioni liriche, accompagnando di pari passo la passione anche per la chitarra resofonica (a partire da una “Dobro” appartenuta al nonno) e per l’accordatura aperta (open tuning), che lo mette automaticamente di fronte alle infinite possibilità di arrangiamento ed esecuzione che ben presto lo faranno conoscere dal pubblico australiano come “busker” (o artista di strada).

Inizia così, intorno ai ventun’anni, una carriera musicale preferita ad un percorso di studi universitario tradizionale, finendo di città in città ad incantare le strade (supportato semplicemente da un ampli) grazie a un mix di celtica, blues e influenze indiane, e nei piccoli locali eseguendo le prime canzoni scritte e arrangiate per voce e chitarra. Solo dopo aver partorito il primo progetto solista “John Butler” (1998, dove spicca la prima versione della strumentale “Ocean”), il giovane virtuoso della 11 corde (“un piacevole incidente”, come lui stesso definisce il fatto di aver imparato quasi per sbaglio a suonare così una 12 corde con la mancante del Sol) dà vita alla primissima formazione dei John Butler Trio, assistito da Gavin Shoesmith al basso e Jason McCann alla batteria. Le esibizioni aumentano, così come il successo della band (grazie soprattutto al passaparola), che nel 2001 raggiunge la svolta grazie all’album “Three”, trainato dalle coinvolgenti “Betterman” e “Take” che vengono a più riprese trasmesse dalla radio indipendente più nota del continente australiano (Triple J), consentendo peraltro ai tre musicisti di esibirsi all’interno di importanti manifestazioni come il Big Day Out e il Woodford Folk Festival.

OCEAN” 2012.

Con il terzo lavoro discografico (“Sunrise Over Sea”, 2004) John e la sua band ora riformata, con Shannon Birchall al basso (dopo di lui, Byron Luiters) e Nicky Bomba alla batteria, consacrano il loro successo tutto australiano e iniziano ad affacciarsi al resto del mondo trainati dall’incredibile risonanza (merito soprattutto del web) prodotta dal singolo “Zebra”, divenuto ben presto (grazie alla sua orecchiabilità) un cavallo di battaglia immancabile nei vari concerti. Il fingerpicking di John diventa un vero e proprio segno di riconoscimento, così come la sua tecnica sempre più affinata rispetto alla chitarra e il banjo, dando l’impressione ad ogni nuovo lavoro di saper fondere al meglio le caratteristiche del rock puramente cantautorale con le migliori sfumature blugrass, funk, reggae e alternative. Ogni esibizione live è una festa dove tutti sono invitati a partecipare attivamente, cantando e ballando, e l’artista australiano non teme di coinvolgere anche la moglie e cantante (sposata nel 1999 e da sempre fonte d’ispirazione nella vita come nel “lavoro”) Danielle Caruana, meglio nota “nel giro” come Mama Kin. “Grand National” (2007) e “April Uprising” (2010) aggiungono alla scaletta dei concerti nuove hit da proporre, come “Better Than”, “Daniella”, “Funky Tonight”, “Used To Get High”, “Revolution”, “One Way Road”, “Don’t Wanna See Your Face” e altre ancora, contribuendo a rendere ancora più memorabili esibizioni come quella che si è tenuta nella cornice suggestiva dell’Anfiteatro del parco montuoso delle Red Rocks in Colorado (“Live At Red Rocks”, 2011). Ma l’ultima vera svolta artistica per John Butler avviene nel febbraio del 2012: negli studi di Fremantle (Western Australia) registra nuovamente la sua “Ocean”, 12 anni dopo la prima incisione contenuta nell’album di debutto (anche se tecnicamente appare già nell’EP del 1996, “Searching For Heritage”). L’ossatura principale del brano originale viene di fatto ancora rispettata, ma allo stesso tempo si arricchisce di una struttura rivisitata e più ragionata, restituendo all’ascoltatore un’esperienza “sensitiva” del tutto unica (durata: 12 minuti). L’effetto prodotto è quello di un clamoroso successo virale su internet e sui social network (dovuto anche al free download del brano) quasi inaspettato, ma che ha messo ulteriormente in evidenza il talento di John Butler, (ad oggi il videoclip presente su Youtube conta quasi 30 milioni di visualizzazioni!). Ocean  è un aspetto molto interessante della mia vita” – si legge nella nota presente sul sito ufficiale dei John Butler Trio. Fa parte del mio DNA. Esso veicola tutte le cose che non posso esprimere a parole. La vita, la perdita, l’amore, lo spirito. […]  Vorrei ringraziarvi per il vostro continuo sostegno in tutti questi anni; significa molto per me. Vorrei ringraziarvi offrendo questa prima registrazione in studio di ‘Ocean’ in oltre un decennio. Ho registrato nel mio studio preferito, il The Compound qui a Fremantle, Western Australia, che voi mi avete aiutato a costruire. Questo segna un altro momento fugace in una carriera che è molto in corso. Non vedo l’ora di darvi molte nuove canzoni e album nel futuro e di continuare questo viaggio fantastico con tutti voi”.

THINK LOCAL, ACT GLOBAL”. Probabilmente, ciò che contraddistingue ulteriormente il “personaggio” di John Butler, oltre alla sua superba tecnica chitarristica tipicamente in fingerstyle, è anche il suo spiccato attivismo politico che inevitabilmente finisce col contaminare anche la sua stessa musica. Fervido sostenitore della pace, della tutela dell’ambiente e dell’armonia globale, l’artista australiano di adozione non manca mai di passare ai propri fan messaggi che sanno di rivoluzione, che avvenga su un palco nel bel mezzo di un concerto o semplicemente attraverso i canali social (come “Instagram”). “Siamo qui per fare un viaggio meraviglioso” – ricorda ai fan presenti nel già citato “Live At Red Rocks” del 2011. Il minimo che possiamo fare è rispettare questo pianeta con la pace, l’amore e ricordandoci che in questo nostro lungo viaggio tutto è davvero possibile”. A ulteriore dimostrazione del suo impegno, soprattutto in nome dell’ambiente, vi basterà rintracciare la partecipazione di John Butler al “Frack Off”, concerto organizzato il 26 e 27 novembre scorso in virtù della protesta alzata contro l’industria del gas che minacciava le terre del Western Australia. E’ un peccato, a ben pensarci, che un artista del genere non abbia ancora ricevuto la giusta accoglienza in un Paese come il nostro (che di norma avrebbe un gran bisogno di esempi concreti di sincero attivismo, sotto molteplici aspetti): sono state poche, infatti, le occasioni in cui Butler e la sua band, giunti nel frattempo al loro sesto lavoro in studio (“Flesh & Blood”, 2014, dove risalta l’ingresso di Grant Gerathy alla batteria), si sono ufficialmente esibiti in Italia, se si considerano i concerti di Milano (2011, 2014), Bologna (2014), Brescia e Forlì (2015). Correre ai ripari in questo senso sarebbe d’obbligo solo per alcune ragioni essenziali: al di là dei virtuosismi, dei generi musicali prediletti e di una presenza scenica senza dubbio coinvolgente, nel personaggio di John Butler c’è tutta l’energia che serve per credere che le cose (quelle che “non ci vanno bene”) possano davvero cambiare. Il “pensiero” come sempre è la chiave (mentre il corpo si lascia andare all’esperienza pura della musica), stando pur certi che anche la riflessione più piccola può dar vita ad azioni di grande portata, in grado di cambiare davvero le sorti della nostra stessa esistenza. Il tutto tenendo fede ad uno degli slogan più intensi e sinceri della storia contemporanea: Peace & Love!

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