Scott Weiland, l’ultima rockstar dannata

Scott Weiland, l’ultima rockstar dannata

Mancavano da un po’ di tempo storie del rock ‘n’ roll dal potere così dirompente da catalizzare l’attenzione sui risvolti più tragici e controversi della carriera musicale di un artista, segnata più dagli eccessi e dagli abusi, piuttosto che dai trionfi e dalle performance dal vivo memorabili. Perché diciamocela tutta: non credo che in molti sapessero veramente chi fosse Scott Weiland prima di veder rimbalzare sui social network la notizia della sua morte, avvenuta lo scorso 3 dicembre 2015 a Bloomington (Minnesota, USA).

Un arresto cardiaco  dell’ex frontman di “Stone Temple Pilots” e “Velvet Revolver” (probabilmente dovuto a un abuso di cocaina e altre sostanze) ha chiuso anzi tempo il tour dei “The Wildabouts”, l’ultimo progetto portato avanti da Weiland, fino a quell’ultima notte sul tour bus della band dove il suo corpo è stato ritrovato privo di vita (pochi minuti prima di salire sul palco). Molti sono stati ovviamente i pensieri e le frasi di cordoglio di alcuni dei più noti esponenti della musica rock attuale, da Dave Navarro degli “Jane’s Addiction” a Krist Novoselic (ex “Nirvana”), da Joe Perry degli “Aerosmith” a Slash e Duff McKagan (ex “Guns ‘N’ Roses”). A questi messaggi si sono uniti quelli più forti ed intimi dei familiari di Weiland: da segnalare in particolare quello della seconda moglie Mary Forsberg, nel quale viene riportata all’attenzione di tutti la sincera richiesta di “non glorificare questa tragedia”. L’ennesima nella storia del rock che non fosse già annunciata in qualche modo, se si voltano appena indietro le pagine e si considerano alcuni passaggi fondamentali della vita di Weiland.

GLI ECCESSI, I PROBLEMI LEGALI, IL DISTURBO BIPOLARE. Forse non tutti sanno che Scott Richard Weiland (nato il 27 ottobre 1967 a Santa Cruz, California) ha iniziato presto a fare uso e abuso di sostanze stupefacenti, fino a costruirvi un legame davvero indissolubile nonostante i numerosi tentativi di rehab. Durante il periodo dell’adolescenza infatti (come si legge in un’intervista fatta per Esquire nel 2005) il futuro frontman di “Stone Temple Pilots” e “Velvet Revolver” non sembrava farsi troppi scrupoli ad ostentare una certa predisposizione al forte consumo di alcol, fino a compiere di lì a poco il primo decisivo passo verso le droghe sintetiche. Quello con la cocaina, ad esempio, è stato un incontro descritto dallo stesso Weiland come una vera e propria “esperienza sessuale”. A quel punto l’escalation è stata inevitabile: con i primi successi ottenuti durante la breve ma intensa èra del grunge, piovono anche i primi arresti e condanne per acquisto e consumo di crack ed eroina (la prima volta nel 1995), nascono i legami con altri “protagonisti” del settore (come Courtney Love), fallisce il primo matrimonio (quello con Janina Castaneda, dal 1994 al 2000), scoppia il caso di violenza domestica nel 2001 nei confronti della seconda moglie Mary Forsberg (una relazione che si chiude con il divorzio nel 2008). La droga in tutto questo resta un filo conduttore indistruttibile oltre che una costante irrinunciabile, e le promesse di redenzione ad ogni uscita di galera o centro di riabilitazione ben presto perdono di credibilità. Ma forse quello che non tutti sapevano è che Scott Weiland ha sempre portato con sé e per tutto il tempo gli effetti di un forte disturbo bipolare (mai trattato), dove l’ingerenza di forti crisi depressive o maniacali lo induceva inevitabilmente alla ricerca del sollievo migliore. O dell’incentivo peggiore.

LA MUSICA, I SUCCESSI, L’INSTABILITA’. È all’età di 15 anni e dopo alcune prime esperienze in piccole band che Weiland incontra i fratelli Robert e Dean DeLeo, con i quali (assieme al batterista Eric Kretz) registra il primo demo come “Mighty Joe Young” band. Successivamente il gruppo sceglierà come nome quello di “Shirley Temple’s Pussy”, fino all’approdo presso l’Atlantic Records nel 1989 dove nascono finalmente gli “Stone Temple Pilots”. Il successo della band durante i discussi anni 90 ha dell’incredibile, tanto da vedere Weiland e soci accostati a mostri sacri del grunge come Pearl Jam e Nirvana: “Plush” e “Creep” diventano i brani che aprono le porte del mainstream, “Purple” è l’album che li porta direttamente al top della classifica Billboard 200 (dove restano per ben tre settimane). Ma i problemi legali e quelli legati alla droga da parte di Weiland cominciano presto a creare problemi all’interno del gruppo, che deciderà di sciogliersi nel 2002. Con i “Velvet Revolver” avviene la rinascita: nel 2003 Slash, Duff McKagan e Matt Sorum lo scelgono come cantante del loro progetto hard rock e insieme producono due album (“Contaband” e “Libertad”), riscontrando un grande successo di pubblico consacrato dal conseguimento di un Grammy Award come “Best Hard Rock Performance with Vocal”. Nel 2007, a seguito della morte del fratello Michael, Weiland decide di uscire dal gruppo e di tentare (durante il breve periodo di reunion con gli Stone Temple Pilots prima dell’arrivo di Chester Bennington) nuovi progetti musicali come gli “Scott Weiland & The Wildabouts” (portati avanti fino all’ultimo) e gli “Art of Anarchy” (2014 – 2015).

“FALL TO PIECES”. Se esiste un solo brano in tutta la vasta produzione musicale di Scott Weiland in grado di descrivere perfettamente il suo tormento e la necessità di compensare questo stato d’animo con l’abuso di sostanze stupefacenti, quello è sicuramente “Fall to Pieces”, registrato con i “Velvet Revolver” dopo l’ennesimo arresto per possesso di droga. Racconta Slash nella sua biografia (firmata nel 2008 da Anthony Bozza): “Le cose sembravano andare per il meglio finché Scott non fu arrestato nel parcheggio di Lavish, una sera. Lo presero mentre era seduto in macchina con una tipa e avevano la roba. Lui era già in libertà vigilata, e si trattava della sua ultima possibilità prima dell’arresto. Quella fu una vera svolta per Scott: quando venne rilasciato non tornò a casa, ma nel suo studio. Cercò un pezzo che gli avevamo dato tempo prima. Scrisse i testi per quello che divenne ‘Fall to Pieces’. Scott mise tutto se stesso in quella canzone: è un  onesto ritratto di dove si trovava e cosa stava passando in quel momento […]”

Ciò che resta di Scott Weiland alla fine sembra essere soltanto un misero dispiacere: quello di aver visto l’ennesimo esponente della musica rock lasciarsi bruciare dalla sua stessa indole irrequieta, sempre in bilico tra la tentazione di uno “sballo artificiale” e la voglia di stupire sul palco con movenze selvagge alla Iggy Pop, alternate da momenti di poetico raccoglimento durante l’interpretazione di canzoni più intime e personali. Il rock in tutto questo resta passione viscerale e voglia di esprimere la propria personalità, che piaccia oppure no: uno stile di vita sicuramente legato a tutto ciò che si nasconde nei backstage quando si spengono i riflettori del palco (quel tanto che basta per creare discussione, mistero e leggenda). Ma che soprattutto mantiene la sua essenza grazie al talento dei suoi protagonisti e all’amore dei fan.

Così l’ex Guns Slash descriveva nel 2002 Scott Weiland parlando della ricerca di un cantante per i futuri Velvet Revolver: “[…] Era l’unico che aveva il tipo di voce che serviva per ciò che volevamo fare: uno stile alla John Lennon, con un po’ di Jim Morrison e un pizzico di David Bowie. Secondo me, è il miglior cantante venuto fuori da un bel pezzo a questa parte […]”.

Jacopo Ventura

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