Recensione di Unlimited love dei Red Hot Chili Peppers
Un avvertimento ai nostalgici del gruppo
Da qualche giorno, precisamente il 1 aprile, i Red Hot Chili Peppers hanno dato vita all’ultimo, nuovo lavoro discografico, Unlimited Love, che risuona più come una riesumazione che come un inedito ritrovo tra vecchi compagni di scuola. I nostalgici del gruppo sono forse pregati di ricordarli com’erano, perché questo album di diciassette brani potrebbe risultare deludente. Sempre (o quasi) giovani e imbalsamati nelle loro tenute casual da surfisti californiani, i RHCP (questo il loro noto acronimo) sembrano riprodurre, con pedissequa meticolosità, e nei casi migliori, i loro grandi successi del passato.
Tanto che l’aggettivo Unlimited, che connota il loro disco, sembra più un anatema che un presagio. La grande novità, tra le varie riesumazioni in corso, è quella del “ripescaggio” di John Frusciante, che dopo una lunga uscita, rientra nel gruppo per quest’album, e il suo tocco di polistrumentista si sente, senza dubbio, ed è assolutamente inconfondibile.
Unlimited love, unlimited sound
Complice la rinnovata collaborazione (che assomiglia a un nuovo, confortante, ripescaggio) con il produttore Rick Rubin, che ha collaborato con loro per gli indimenticabili Blood Sugar Sex Magik, Californication, By the Way. Tanto che, ad ascoltare in sottofondo qualcuno dei nuovi brani, si ha quasi l’impressione di essere ricaduti in un “déjà entendu”.
In ognuno dei diciassette pezzi, infatti, si potrebbe ritrovare un fraseggio, un accordo, un riff che rimanda inequivocabilmente a molti dei loro storici brani, che hanno accompagnato la colonna sonora della vita di molte generazioni. Una sorta di cover infinita e ripetitiva, che sempre di più, sfocia nel pop e nelle ballads melanconiche. E per questo Unlimited love sembra ancora più indecifrabile e difficile da descrivere e recensire; è inqualificabile, non nel senso peggiorativo e dispregiativo del termine, ma in quello sicuramente più etimologico, ossia più complicato da decifrare.
Montagne russe e colline
Non si può quindi definire il loro ultimo lavoro, e sarebbe peraltro ingiusto, orribile; è un disco musicalmente armonico, quasi aggraziato, forse fin troppo. Ma i RHCP non osano più, non infrangono più le barriere come una volta e il loro sound è eccessivamente tranquillizzante. She’s a lover è un brano quasi allarmante, che sembra uscito dallo studio di produzione dei Maroon 5. Sicuramente più piacevole il pezzo di apertura, Black Summer, con le significative e salvifiche incursioni di Frusciante e Flea; così come Tangelo, che sembra quasi il plagio di Road Trippin’.
Anthony Kiedis nel suo inconfondibile fraseggio che accarezza il rap risuona, talvolta, ai limiti dell’insofferenza. Dunque l’album, e i suoi estratti musicali, sono altalenanti, nella generale concezione, costruzione e conduzione sonora; dove però gli alti e bassi non hanno il sapore palpitante delle montagne russe, ma l’impassibilità di una tranquilla gita in treno attraverso le colline.
Non si può che salutare questo ritorno, tanto atteso quanto inaspettato, dei RHCP, con un sentimento di tiepida nostalgia. A volte, come recita un veritiero detto, a voler accontentare tutti, si finisce per deludere se stessi.




