Ascoli Piceno alla riscossa: «rivogliamo il Tesoro dei Longobardi»

Un’interrogazione parlamentare del senatore UDC Ciccanti riporta in primo piano la diatriba tra il capoluogo Piceno e Roma sul possesso degli antichi monili rinvenuti nella necropoli di Castel Trosino nel 1893.

Dopo una lunga serie di interventi istituzionali, petizioni popolari e appelli inascoltati, Ascoli Piceno torna all’attacco e chiede a Roma la restituzione del celebre “Tesoro dei Longobardi”, una straordinaria collezione di preziosi manufatti in oro, vetro e argento, di elevato interesse archeologico e storico, rinvenuta nella necropoli longobarda di Castel Trosino e da anni custodita presso il Museo Nazionale dell’Alto Medioevo della capitale.

La notorietà di questo piccolo e delizioso borgo medioevale di appena 20 anime al confine tra Marche e Abruzzo, arroccato su un grosso masso che la millenaria tradizione picena vuole distaccatosi dal vicino Colle San Marco – località divenuta tristemente famosa lo scorso anno per l’assassinio di Melania Rea – era legata in epoca romana alle sue acque termali, che, attraverso un ingegnoso sistema di canalizzazioni, raggiungevano la città di “Asculum”. L’importanza strategica del paese, tuttavia, nasceva dalla sua posizione prominente e avanzata rispetto al capoluogo Piceno nonchè dalla facile difendibilità, tanto da essere considerato una delle postazioni più importanti del sistema difensivo della contea ascolana voluta da Carlo Magno.

Nel 1893, poi, tutto il “glorioso passato” venne cancellato in un solo istante da un’importante scoperta archeologica: una vasta area cimiteriale di origine longobarda risalente alla fine del VI secolo, nella quale giacevano più di 260 tombe, all’interno delle quali furono rinvenuti: accessori d’abito femminili e maschili, tra cui: fibule, fibbie, collane, orecchini d’oro, amuleti, gioiellli, guarnizioni di calze e scarpe; arnesi da lavoro e d’uso domestico, come: pettini, recipienti in vetro o ceramica, cofanetti d’avorio e pissidi di bronzo, lance, scudi, elmi, frecce, corazze e numerosi altri accessori tra cui uno splendido anello d’oro massiccio con incastonata una pietra azzurra raffigurante una coppia di buoi in bassorilievo.

Il materiale rinvenuto in 237 tombe delle 260 scoperte, fu trasferito presso il Museo Nazionale dell’Alto Medioevo di Roma, mentre ciò che rimase dei restanti sepolcri andò ad occupare i depositi del Museo Archeologico Statale di Ascoli Piceno e il Museo Archeologico Nazionale delle Marche ad Ancona. Da allora, i sindaci del capoluogo piceno hanno più volte sollecitato il Ministero dei Beni Culturali, affinchè il tesoro tornasse nella sua città d’origine. La risposta di Roma si concretizzò in una mostra, che, nel 1995, consentì ai cittadini ascolani di ammirare una modesta quantità di pezzi, ma niente di più; al termine dell’esposizione “le bellezze” di Castel Trosino fecero infatti ritorno nella “città eterna”, nonostante le proteste dell’associazione Ascoli Nostra.

Stavolta a risollevare il tema è il senatore UDC Amedeo Ciccanti, che, in un’interrogazione parlamentare rivolta al ministro Lorenzo Ornaghi, chiede la restituzione degli antichi reperti, considerando anche il fatto che è «già stato predisposto idoneo museo per ospitarli sotto la cura e la sorveglianza della competente soprintendenza archeologica delle Marche». Sarà finalmente la volta buona o l’ennesima delusione? Che dire: chi vivrà vedrà…

Roberto Mattei

4 giugno 2012

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