Dall’incontro con Antigone: populismo penale e incarcerazione di massa. Raccontare il carcere per farlo capire di più

Dall’incontro con Antigone: populismo penale e incarcerazione di massa. Raccontare il carcere per farlo capire di più
@ Collettiva

Insieme a Claudio Paterniti Martello, Ricercatore presso l’Osservatorio di Antigone e responsabile della parte centro-meridionale della rete di volontari che intervengono nelle varie strutture detentive, abbiamo cercato di mettere in evidenza i nodi più critici del sistema penitenziario.

Quali sono le attività a cui si dedica Antigone?

Si occupa delle varie forme di privazione della libertà, per quanto concerne il carcere va a ricoprire ruoli di fondamentale importanza volti a tutelare e garantire i diritti della persona anche nelle fasi che precedono l’ingresso in carcere. Ci occupiamo di diritti procedurali, del diritto all’interprete, all’assistenza legale e quindi alle modalità con cui avviene il colloquio con l’avvocato, in genere il primo colloquio. Antigone svolge attività di ricerca e monitoraggio per la racconta dei dati qualitativi e l’elaborazione di griglie metodologiche.

Entrando nel merito specifico della questione: il sistema penitenziario soffre ancora di gravi problematiche, una su tutte il sovraffollamento.

Il carcere è un universo a se stante ma neanche troppo. Alcune problematiche presenti in carcere non dipendono dall’amministrazione penitenziaria ma dalla società. Uno dei problemi principali, messo in luce dalla stampa anche a discapito di altri, è quello del sovraffollamento, che da circa due anni a questa parte è tornato ad essere un problema.

Premessa: nel 2013 l’Italia fu condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza pilota Torreggiani, preceduta a sua volta dalla sentenza Sulejmanovic. Con queste l’Italia veniva condannata per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, articolo inderogabile, che vieta la tortura e i trattamenti inumani e degradanti.

Di fronte alla pioggia di ricorsi, circa 4.000 (di cui 2.000 seguiti da Antigone) la Corte ha concesso all’Italia un anno di tempo per prendere provvedimenti che mettessero fine a questa violazione strutturale e sistematica dell’art. 3.

Quella fu una spinta importante perché diede vita ad una stagione riformatrice, con dei provvedimenti deflattivi che portarono alla diminuzione di circa 10.000 detenuti e che ebbe notevoli conseguenze. Ad esempio il residuo pena scontabile ai domiciliari passava da 12 a 18 mesi.

Alcuni di questi provvedimenti legislativi però erano a tempo, perché avevano come obiettivo quello di far fronte ad una situazione emergenziale e la loro pecca fu quella di non agire abbastanza in profondità e di non essere abbastanza strutturati.

Il ministero della Giustizia riunì tavoli di esperti, gli stati generali dell’esecuzione penale. Formularono delle proposte che avrebbero dovuto tradursi in una riforma dell’ordinamento penitenziario, che si aspettava dal ‘75, per la quale poi però mancò il coraggio politico perché fosse approvata. Nell’ultima legislatura, quella corrente, è stata approvata, ma depurata di una serie di provvedimenti, quindi fortissimamente depotenziata.

Quando aumenta il numero dei detenuti in uno spazio si degradano le loro condizioni di vita, aumentano le tensioni all’interno della cella, diminuisce la possibilità di accedere a dei servizi perché il personale non è sufficiente: il sistema in generale va sotto stress.

La cosa interessante è capire perché ora aumenta il numero delle presenze in carcere. Da un recente rapporto di Antigone emerge che la popolazione carceraria sta nuovamente crescendo,  il tasso di sovraffollamento tocca il 120,4%.

Non è conseguenza come un tempo di moltissimi ingressi. Gli ingressi in carcere non sono aumentati negli ultimi anni, ma le persone detenute si. Si esce di meno. Per varie ragioni: pene più lunghe, maggiori difficoltà nell’accesso a misure alternative, cambiamento della cultura giuridica.

Fino a qualche anno fa le persone arrestate venivano tutte portate in carcere, dopodiché un provvedimento normativo mise un po’ fine a questa pratica che favoriva il fenomeno delle porte girevoli: persone che continuamente entravano e uscivano di galera, alimentando massivamente il sovraffollamento. Questo adesso succede molto meno: le detenzioni inferiori ai due giorni fino a pochi anni fa erano 90.000 annui, ora si aggirano attorno ai 40.000 circa.

C’è una mancata correlazione tra l’andamento dei reati e il tasso di affollamento penitenziario perché i reati in Italia sono in diminuzione da molti anni, soprattutto i reati più gravi come l’omicidio. Siamo intorno ai 300 omicidi all’anno rispetto ai più di 1.000 degli anni ‘90.

Il carcere dunque rimane la forma punitiva per eccellenza. Perché continuano a non essere prese seriamente in considerazione le pene alternative alla detenzione?

Perché il carcere resta la sanzione che più soddisfa. Persiste nella società una concezione della pena carcerocentrica, per cui la pena vera è quella del carcere e quando ampie fette della politica – penso ad esempio al Movimento 5 Stelle che ne aveva fatto una battaglia – parlano di certezza della pena intendono la certezza del carcere. Le misure alternative non sono considerate una vera pena, una vera punizione.

Alla radice, al di fuori del sistema penitenziario, il problema è l’inflazione dei reati, ovvero il populismo penale: il sistema normativo ha perso razionalità e questo conduce a quella che alcuni sociologi hanno chiamato “incarcerazione di massa”.

Il diritto penale viene utilizzato come strumento di conquista del consenso: si fa del diritto penale un utilizzo simbolico, ma non è questa la funzione per cui è stato pensato.

Di fronte al caso di cronaca, si risponde con una proposta di legge che spesso è innecessaria, capita che si facciano anche dei doppioni legislativi, perché la produzione normativa in quei casi obbedisce non ad una visione strutturale ma alla creazione del consenso. L’iperinflazione legislativa comporta la perdita di razionalità, si perde la proporzionalità tra offesa e difesa.

È quanto è successo con la legge sulla legittima difesa?

È un classico esempio di populismo penale. Da un punto di vista pratico secondo molti tecnici giuridici non avrà grandi risultati perché alcuni effetti sono facilmente neutralizzabili. Quello che voleva fare quella legge era evitare il procedimento penale, per cui una persona che si difende a casa propria non deve subire un processo penale. Ma è un ragionamento sbagliato perché in primo luogo c’è in gioco una vita umana e quindi di fronte al più grave dei delitti, l’omicidio, è naturale che partano delle inchieste, il processo non viene mai meno.

La legittima difesa è un istituto disciplinato dall’articolo 52 del codice penale e prevede che siano soddisfatti due criteri: la necessità e la proporzione. La legge sulla legittima difesa, approvata da poco, è pericolosa perché tende a far venire meno il criterio della proporzione, ma questo avveniva già con la legge della Lega del 2006.

A cambiare veramente è il messaggio politico, che produce importanti effetti su vari fronti: legittima il riarmo da parte dei cittadini, sempre più suscettibili perché aumenta l’insicurezza, e favorisce la sfiducia nelle forze di polizia e nella magistratura.

Il prossimo 22 ottobre la Corte Costituzionale si pronuncerà in merito all’ergastolo ostativo. Com’è legittimabile una simile condanna nei termini della finalità rieducativa della pena prevista dall’articolo 27 della Costituzione?

Secondo l’opinione di Antigone è illegittima. Quando l’ostatività, con la quale si nega l’accesso ad alcuni benefici, rimane fino a fine condanna si impedisce il graduale reinserimento nella società della persona detenuta; nel caso dell’ergastolo ostativo questo porta ad un obbrobrio: la pena senza speranza.

La pena è costituzionalmente legittima solo nel momento in cui opera in funzione del reinserimento e l’ergastolo ostativo è in contrasto a questo principio. La Corte Costituzionale si è già espressa diverse volte in merito, sostenendo che il reinserimento non venga del tutto meno perché l’ostatività può cadere in alcuni casi, come quello della collaborazione con la giustizia. Anche se questo non è sempre possibile perché si teme per l’incolumità di chi ti sta vicino e poi ci si pone l’interrogativo morale di quanto sia giusto barattare la libertà di uno con quella di qualcun altro.

L’affettività dovrebbe coincidere con quella zona in cui ognuno ha diritto a sentire e vivere gli affetti. Negarla significa negare la parte più umana di ogni uomo. Quali sono le alternative alla negazione pressoché totale dell’affettività?

Antigone ha formulato in passato proposte concrete, ma mai recepite, per l’introduzione del diritto all’affettività e del diritto alla sessualità in carcere. Riteniamo che la negazione di quel diritto sia la negazione di una delle sfere più intime ed essenziali dell’uomo, che ci sia una lesione della dignità nel momento in cui non si riconosce quel bisogno come fondamentale.

Questa è anche una conseguenza del retaggio cattolico che ha permeato la struttura penitenziaria per molto tempo. Bisognerebbe scardinare la necessità del controllo visivo sulla persona.

E poi, oltre la sessualità, l’affettività riguarda anche altri legami, per esempio quello genitori – figli. La genitorialità è fortemente colpita da questi ostacoli, si disimpara il mestiere di genitore.

La paradossalità dell’educazione in carcere. Considerando anche piuttosto offensivo e superato il termine rieducazione, viene da chiedersi come può rieducare un luogo in cui il diritto al lavoro e allo studio è riservato ad una percentuale molto ridotta di detenuti, soggetti al contrario ad una progressiva infantilizzazione introiettata durante il periodo di detenzione.

Il termine rieducazione è l’eredità di un testo costituzionale scritto tra il ’47 e il ’48. È l’eredità di un approccio correzionale, che voleva recidere e correggere la persona detenuta. Oggi, almeno nelle fasce più progressiste dell’ambito accademico e non solo, non si ragiona più in quei termini, ma forse in un’impostazione mentale più rispettosa dell’individualità che si muove nell’orizzonte dei diritti e quindi anche meno infantilizzante.

Detto ciò, è vero che il carcere si è sempre raccontato la favoletta di poter prendere le persone e modificarle, ma non ha mai funzionato. Il paradosso iniziale è quello di escludere una persona, di espiantarla da un contesto con l’obiettivo di reinserirla.

Concludo con una domanda che è anche auspicio: c’è bisogno di un’educazione alla vulnerabilità per chi è fuori dal carcere. Un’educazione a comprendere l’altro proprio in virtù della diversità che rappresenta, per quanto questa possa essere urticante. In che modo?

Sono d’accordo con te. Non ci sarebbero richieste di più carcere se si avesse maggiore consapevolezza di quanto lì siano vulnerabili le persone.

Dipende da molte cose, dai messaggi che la politica lancia a questo proposito, ma a sua volta la politica non è un’entità separata dalla società, ne è espressione.

La nostra prospettiva è quella di fare minore ricorso possibile alla privazione della libertà, salvaguardando il bene primario della libertà di movimento: si dovrebbe promuovere nella società un diritto penale minimo che intervenga solo laddove altri strumenti non possono intervenire.

Depenalizzando in maniera massiccia, facendo sì che alcune condotte non costituiscano più reato, non verrebbe meno il welfare state. Penso alle tossicodipendenze in particolare, alla grande massa di stranieri e di marginali, tutti soggetti che hanno domande sociali a cui vengono date risposte di tipo penale.

So quello che possiamo fare, quello che fa Antigone, quello che fanno molte altre realtà associative e molte singole persone: raccontare il carcere. Raccontarlo a più persone significa farle accedere a realtà a cui non tutti hanno accesso. Raccontare il carcere nella maniera più fedele possibile, con la pluralità di mezzi di cui si dispone, per farlo capire di più.

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