Il Regno Unito valuta una Costituzione scritta: la mossa di Burnham
Non è la prima volta che Andy Burnham parla di Costituzione scritta, ma questa volta lo fa da Downing Street. A poche settimane dal suo insediamento a Downing Street, il primo ministro ha segnalato il proprio sostegno a una Costituzione scritta per il Regno Unito, uno dei pochi grandi Paesi a non disporre di un unico documento fondativo di questo tipo. Il tema, tutt’altro che nuovo nel dibattito britannico, torna al centro dell’agenda politica proprio mentre il governo lancia la fase più ambiziosa del suo piano di decentramento.
Il nesso con la devolution
Burnham non parla di una Costituzione come progetto a sé, ma come conseguenza quasi obbligata delle riforme in corso. Il premier sostiene che il suo programma di devolution — che darebbe a ogni area il diritto di diventare un’autorità strategica — renda sempre più difficile ignorare l’esigenza di un nuovo assetto costituzionale. Tra le misure già annunciate c’è la possibilità per i sindaci regionali di trattenere una quota dell’imposta sul reddito da destinare al territorio, insieme alla creazione di una sede di governo alternativa nel nord dell’Inghilterra, pensata come segnale simbolico dello spostamento di potere lontano da Westminster.
Il filo conduttore, per Burnham, è quello che lui stesso chiama “standard di vita equivalenti” in ogni angolo del Paese: il principio secondo cui nessuna area dovrebbe restare indietro solo per la sua distanza da Londra. Non è un’idea improvvisata: l’ex sindaco della Greater Manchester l’aveva già messa nero su bianco nel 2024, nel libro Head North, scritto insieme al sindaco della Liverpool City Region Steve Rotheram, dove sosteneva che il Regno Unito non fosse mai realmente uscito da una logica di potere concentrato a Westminster.
Un sistema unico tra le grandi democrazie
Il Regno Unito resta oggi tra i pochissimi ordinamenti democratici di rilievo a non avere un testo costituzionale unico e codificato: i suoi principi fondamentali sono ricavabili da leggi storiche, convenzioni non scritte e giurisprudenza, sedimentati nei secoli a partire dalla Magna Carta del 1215 fino alle riforme parlamentari più recenti. È un impianto che ha retto per otto secoli, ma che i sostenitori della riforma considerano sempre meno adatto a un Paese profondamente cambiato dalla devolution già avviata verso Scozia, Galles e Irlanda del Nord.
Consensi e scetticismi
La proposta di Burnham ha subito acceso reazioni opposte. Da un lato i movimenti repubblicani britannici l’hanno accolta con favore, leggendola come una possibile breccia anche sul fronte della monarchia: per l’associazione Republic, ogni cambiamento costituzionale serio finisce per rimettere in discussione anche le istituzioni che oggi restano fuori da ogni controllo democratico diretto.
Dall’altro lato, non mancano le voci scettiche. Alcuni commentatori fanno notare che le misure di devolution effettivamente contenute nei documenti di governo restano, nella sostanza, relativamente limitate rispetto alla portata simbolica delle dichiarazioni del premier, e leggono il richiamo alla Costituzione scritta più come una cornice retorica che come un progetto legislativo concreto e a breve termine.
Cosa aspettarsi
Per ora si tratta di un orientamento politico, non di un testo o di una tabella di marcia formale: i ministri dovrebbero definire nelle prossime settimane i dettagli operativi del pacchetto di devolution, mentre l’ipotesi di una Costituzione scritta resta legata al più ampio dibattito, mai sopito nel Regno Unito, su come modernizzare un’architettura istituzionale costruita, letteralmente, un pezzo alla volta nel corso di otto secoli.



