Perù, il nuovo equilibrio tra Washington, Pechino e il Pacifico
Il Perù ha un nuovo presidente, ma l’instabilità persiste. Keiko Fujimori è entrata in carica il 28 luglio con un margine di 49.641 voti, pari al 50,135 per cento dei voti validi. Questa legittimità limitata è una variabile geopolitica, poiché un governo fragile ha meno forza negoziale con investitori e potenze internazionali.
La nuova amministrazione si trova in un Paese al centro della competizione tra Stati Uniti e Cina nel Pacifico sudamericano. Washington resta un partner chiave per la sicurezza e la diplomazia, mentre Pechino è fondamentale per le miniere, le infrastrutture e il commercio. Scegliere esclusivamente uno dei due poli sarebbe economicamente oneroso e, dal punto di vista strategico, poco realistico.
Il porto di Chancay rappresenta il fulcro concreto di questa competizione. Inaugurato nel 2024 e controllato al 60 per cento da Cosco Shipping Ports, gruppo statale cinese, il terminal collega direttamente la costa pacifica sudamericana all’Asia. La prima fase è costata oltre 1,4 miliardi di dollari. Secondo le stime ufficiali, può ridurre i tempi di trasporto verso i mercati asiatici di circa 10 giorni.
Chancay non è solo un’infrastruttura commerciale, ma anche un nodo logistico, digitale e industriale in grado di ridefinire i flussi di rame, di prodotti agricoli e di merci regionali. Il suo valore dipenderà dai collegamenti terrestri, dai controlli doganali e dalla capacità dello Stato di integrarlo nell’economia nazionale.
Il rame rappresenta un secondo elemento strategico. La transizione energetica, le reti elettriche, i veicoli e la difesa aumentano la domanda di metalli. Il Perù ha risorse di rilievo globale, ma il valore geopolitico dipende dalla capacità di raffinazione, dalle infrastrutture, dalla certezza normativa e dal consenso delle comunità. Senza questi fattori, il Paese resta vulnerabile ai cicli delle commodity e alle decisioni industriali esterne.
I primi segnali della presidenza Fujimori indicano un riavvicinamento politico a Washington, soprattutto nella lotta alla criminalità organizzata. Tuttavia, un cambiamento diplomatico non può annullare la profondità dei rapporti con la Cina. Nel 2024, Cina e Stati Uniti rappresentavano insieme quasi il 46 per cento del commercio peruviano. La presidenza dovrà distinguere tra alleanza politica e dipendenza commerciale, evitando subordinazioni e rotture simboliche.
La minaccia più immediata è interna. Estorsioni, narcotraffico, estrazione illegale dell’oro e controllo criminale dei territori indeboliscono lo Stato e compromettono le catene internazionali. L’uso delle forze armate può offrire supporto operativo, ma non sostituisce procure indipendenti, intelligence finanziaria, tracciabilità dei minerali, controlli alle frontiere e amministrazioni locali efficienti.
Anche il ritorno del fujimorismo richiede cautela istituzionale. Gli investitori possono apprezzare la disciplina fiscale e l’accelerazione dei progetti, ma il capitale di lungo periodo valuta anche la certezza del diritto, l’indipendenza dei poteri e la stabilità normativa. Una politica che limitasse i contrappesi aumenterebbe il rischio senza garantire lo sviluppo.
Il Perù ha il potenziale per diventare la piattaforma pacifica dell’America meridionale, collegando le risorse andine, l’agroindustria e i mercati asiatici. Tuttavia, Chancay, rame e sicurezza potranno rafforzare la sovranità solo se sostenuti da una solida capacità statale. La geopolitica della nuova presidenza si valuterà non dalle visite a Washington o a Pechino, ma dalla capacità di negoziare con entrambe, mantenendo il controllo sul territorio, sulle infrastrutture e sul valore economico.



