Focus Libano: Hezbollah, le ragioni di Tel Aviv e la strategia di Washington
Per comprendere perché Israele considera il fronte libanese una minaccia strategica, occorre analizzare ciò che Beirut non controlla. Definire il Libano come «non uno Stato» è giuridicamente scorretto: possiede confini, istituzioni e riconoscimento internazionale. Tuttavia, si tratta di uno Stato con sovranità intermittente, incapace di esercitare un controllo militare unificato. Hezbollah gestisce autonomamente missili, droni, intelligence, telecomunicazioni, finanza, welfare e politica estera, lasciando lo Stato come semplice contenitore; il potere reale viene negoziato con chi detiene le armi.
HEZBOLLAH, L’IRAN E LA SICUREZZA DI ISRAELE
Hezbollah non è solo un partito parlamentare, ma rappresenta l’infrastruttura avanzata dell’Iran nel Levante, finanziata, addestrata e rifornita tramite reti legate a Teheran e alla Forza Quds. Nel marzo 2026, il Tesoro statunitense ha sanzionato sedici soggetti che, secondo Washington, avrebbero trasferito oltre 100 milioni di dollari dall’inizio del 2020 a favore dell’organizzazione. Nello stesso mese, Hezbollah ha riaperto il fronte contro Israele nell’ambito dell’escalation regionale con l’Iran, senza il mandato di Beirut. Teheran fornisce risorse e armamenti; il Libano subisce distruzione e un aumento del rischio per il Paese; Israele affronta razzi, droni e infiltrazioni.
Israele ha ragione su un punto fondamentale: nessun governo responsabile può accettare che la propria popolazione sia esposta a un esercito parallelo non controllato dallo Stato confinante. L’articolo 51 della Carta ONU riconosce il diritto all’autodifesa in caso di attacco armato, ma la sua applicazione contro attori non statali in territorio straniero è oggetto di dibattito e non costituisce un’autorizzazione generale all’uso della forza. Necessità e proporzionalità limitano il ricorso alla forza; distinzione, proporzionalità e precauzioni regolano le operazioni. La posizione pro-Israele non sostiene che ogni attacco sia giustificato, ma che il lancio di razzi e droni contro centri abitati rende insostenibile chiedere a Israele di delegare la propria difesa a Beirut o a una missione priva di potere coercitivo. Il sostegno americano rafforza le capacità israeliane, ma non elimina questi vincoli.
GLI STATI UNITI: DALLA MASSIMA PRESSIONE ALLA COERCIZIONE
Per Washington, il Libano non è una questione marginale: rappresenta il punto di convergenza tra la sicurezza di Israele, il contenimento dell’Iran, la libertà di navigazione, la credibilità delle alleanze e l’integrità del sistema finanziario. Il memorandum presidenziale NSPM-2 del febbraio 2025 ha formalizzato una strategia di «massima pressione»: impedire a Teheran di ottenere l’arma nucleare, ridurre le esportazioni petrolifere, contrastare l’elusione delle sanzioni e privare l’IRGC e i suoi proxy delle risorse. Hezbollah, designato dagli Stati Uniti come organizzazione terroristica straniera nel 1997, è quindi considerato parte integrante del sistema di potenza iraniano, non solo una questione libanese.
Nel marzo 2026, l’operazione statunitense Epic Fury ha segnato il passaggio dalla pressione finanziaria e diplomatica alla coercizione militare diretta contro l’Iran. Sebbene la base giuridica dell’operazione sia contestata, il messaggio strategico è chiaro. Washington ora considera il programma nucleare, i missili e la rete dei proxy come una minaccia integrata. Per Israele, ciò comporta maggiore profondità strategica, intelligence, difesa antimissile e copertura diplomatica; per Teheran, l’utilizzo di Hezbollah come strumento di pressione può ora comportare costi diretti anche per l’Iran stesso. Per il Libano, questo significa la fine dell’illusione di poter ospitare l’arsenale di un alleato iraniano senza diventare campo di competizione tra USA e Iran.
PERCHÉ ISRAELE È IL PUNTO FERMO AMERICANO IN MEDIO ORIENTE
Un aspetto spesso sottovalutato dalla retorica europea è che, per gli Stati Uniti, Israele non è un beneficiario passivo, bensì un moltiplicatore di potenza. Pur non essendo coperto da un trattato di mutua difesa come la NATO e senza sostituire le basi americane nel Golfo, Israele rappresenta una forza autonoma ad alta tecnologia, in grado di raccogliere intelligence, colpire a lunga distanza, assorbire il primo impatto e imporre costi senza richiedere una presenza terrestre statunitense significativa. La sua posizione strategica tra il Mediterraneo orientale e il Levante consente il monitoraggio della Siria, del Libano, delle rotte verso Suez e delle dinamiche iraniane. Dal 2021, l’inclusione di Israele nell’area di responsabilità di CENTCOM ha migliorato la pianificazione, le esercitazioni e l’interoperabilità con altri partner regionali.
Il secondo motivo è di natura tecnico-militare. Il memorandum decennale 2019-2028 impegna Washington per 38 miliardi di dollari: 33 destinati al Foreign Military Financing e 5 alla difesa missilistica. Il Congresso ha reso obbligatorio per la politica americana il mantenimento del vantaggio qualitativo militare israeliano. Sistemi come Iron Dome, David’s Sling e Arrow non sono solo scudi difensivi, ma anche laboratori operativi per sensori, intercettori, comando e controllo e per la difesa stratificata. Questa cooperazione fornisce dati concreti su missili balistici, droni e attacchi iraniani di saturazione. Nell’aprile 2024, forze statunitensi, israeliane e partner regionali hanno intercettato congiuntamente una grande salva iraniana, trasformando la deterrenza integrata da concetto in realtà operativa.
Il terzo motivo riguarda gli aspetti industriali, tecnologici e finanziari. L’assistenza militare non è una semplice beneficenza: sostiene acquisti, coproduzione, standard comuni e la domanda per l’industria della difesa americana, mentre l’innovazione israeliana viene integrata negli ecosistemi statunitensi. La collaborazione si estende alla cybersicurezza, all’energia, all’acqua, allo storage, ai sensori e alla ricerca applicata tramite programmi binazionali. Israele è stato il primo Paese a firmare un accordo di libero scambio con Washington nel 1985; nel 2024 l’interscambio di beni e servizi ha raggiunto circa 55 miliardi di dollari e nel 2025 quello dei soli beni ha raggiunto 34,4 miliardi. Pur non essendo volumi determinanti per l’economia americana, questi legami rafforzano capitali, tecnologie e filiere ad alto valore aggiunto.
Il quarto motivo è di natura strategica e legato alla deterrenza. Israele rende credibile la minaccia di una risposta alle aggressioni dell’Iran e dei proxy anche quando Washington preferisce evitare un nuovo intervento terrestre. Non agisce come una «portaerei americana»: opera secondo i propri interessi e può coinvolgere gli Stati Uniti in escalation indesiderate. Tuttavia, questa autonomia costringe Teheran a considerare due centri decisionali e consente agli USA di combinare sanzioni, diplomazia e la forza israeliana. A ciò si aggiungono la stabilità istituzionale, la continuità delle relazioni militari, il sostegno bipartisan del Congresso e un radicamento storico nella società americana, che va oltre la semplice influenza della lobby. Il costo per Washington esiste, in termini di reputazione, risorse, attriti con pari terzi arabi e responsabilità politica sulle azioni israeliane, ma le amministrazioni lo hanno ritenuto inferiore rispetto al rischio di quello del partner regionale con la migliore combinazione di innovazione, capacità operativa e deterrenza avanzata. Israele rappresenta quindi un punto fermo, non un assegno in bianco.
GUERRE INTERNE, COALIZIONI E OPPORTUNISMI PERSONALI
Il problema è antecedente a Hezbollah. La guerra civile del 1975-1990 ha trasformato il Libano in un mosaico di milizie e sovranità concorrenti. Gli accordi di Taif hanno ricostituito le istituzioni e previsto il disarmo, ma Hezbollah ha mantenuto il proprio arsenale sotto la formula della «resistenza». Il patto confessionale, che prevede un presidente maronita, un premier sunnita e un presidente del Parlamento sciita, tutela l’equilibrio comunitario ma cristallizza quote, patronati e veti. Le dinastie Hariri, Gemayel, Jumblatt e Frangieh, l’asse Aoun-Bassil e le leadership di lunga durata di Berri e Geagea dimostrano la persistenza dei notabili rispetto ai programmi.Dopo l’assassinio di Rafic Hariri nel 2005, i blocchi dell’8 e del 14 marzo hanno diviso il Paese tra l’asse Siria-Iran e il fronte vicino a Occidente e al Golfo. Tuttavia, le coalizioni rimangono alleanze di convenienza, pronte a cambiare assetto per ottenere la presidenza, ministeri o protezioni esterne. Nel maggio 2008, quando il governo intervenne sulla rete privata di Hezbollah, uomini armati del movimento occuparono Beirut Ovest, dimostrando che al veto politico si aggiungeva anche quello militare. L’accordo di Doha pose fine agli scontri, sancendo un equilibrio imposto dalla forza.
L’opportunismo personale non è solo una questione morale, ma un incentivo strutturale: ogni leader tutela la propria comunità, socializza i costi e privatizza il consenso e le risorse. I libanesi sono le principali vittime di questo sistema. La Banca Mondiale ha identificato nell’«elite capture» una delle cause della fragilità del Paese. Nel 2024, il PIL reale era diminuito di quasi il 40% rispetto al 2019 e la lira aveva perso oltre il 98% del suo valore. Il rimbalzo del 3,5% previsto per il 2025 non risolve la crisi: il debito è vicino al 155% del PIL, il Paese è escluso dai mercati e il sistema bancario resta irrisolto. Quando credito e servizi collassano, le reti settarie diventano forme di welfare sostitutivo e strumenti di dipendenza politica. Gli Stati Uniti possono finanziare e addestrare l’esercito libanese, sanzionare reti opache e condizionare la ricostruzione, ma non possono creare dall’esterno una classe dirigente disposta a rinunciare ai benefici del sistema.
IL FALLIMENTO DI UNIFIL E IL LIMITE DELLE MISSIONI DI PACE
UNIFIL deve essere valutata in base ai risultati e al mandato effettivo. La risoluzione 1701 del 2006 prevedeva il dispiegamento dell’esercito libanese nel Sud e la creazione di un’area tra la Blue Line e il fiume Litani, libera da personale armato, infrastrutture e armi non riconducibili allo Stato o all’ONU. Quasi vent’anni dopo, Hezbollah ha ricostruito le proprie capacità militari e le infrastrutture clandestine. UNIFIL ha pattugliato, mantenuto collegamenti tra le parti e fornito assistenza alle comunità, ma non poteva perquisire liberamente le proprietà private né disarmare con la forza una milizia. Restrizioni di accesso, mandato limitato e mancanza di volontà politica libanese hanno compromesso l’obiettivo centrale della risoluzione 1701. Si tratta di un fallimento del dispositivo politico-militare, non dei singoli caschi blu. Il cambiamento americano consiste nel passaggio dall’osservazione multilaterale a un meccanismo basato su sequenza, verifica e conseguenze: prima, disarmo e controllo statale; poi, ritiro israeliano e ricostruzione.
L’ITALIA IN LIBANO: PRESENZA TATTICA, LEVA STRATEGICA MARGINALE
La proroga finale di UNIFIL fino al 31 dicembre 2026, seguita dal ritiro entro la fine del 2027, non costituisce una confessione formale di fallimento, ma attesta il superamento di un modello che non ha impedito il riarmo dell’attore dominante. Nel luglio 2026, la missione contava 7.448 militari provenienti da 47 Paesi, di cui 740 italiani. Roma autorizza fino a 1.256 militari e, nel 2026, esprime il Force Commander Diodato Abagnara e il comando del Settore Ovest, affidato ad Andrea Fraticelli. L’Italia non è marginale all’interno di UNIFIL, ma lo è rispetto alla variabile decisiva: non determina la postura di Hezbollah, non controlla Teheran, non può imporre il disarmo né definire le garanzie richieste da Israele. Washington, invece, dispone di sanzioni extraterritoriali, di una leva militare, di un rapporto speciale con Israele e della capacità di negoziare un accordo politico. Confondere il comando tattico italiano con l’influenza geopolitica americana alimenta una narrativa nazionale gratificante, ma non corrispondente alla realtà.
PERCHÉ ISRAELE NON PUÒ AFFIDARSI ALLE PROMESSE DI BEIRUT
Il Libano non potrà recuperare la piena sovranità solo con dichiarazioni, fondi senza condizioni o missioni con lo stesso mandato. Sono necessari il monopolio delle armi, il controllo dell’esercito su tutto il territorio, lo smantellamento verificabile delle infrastrutture di Hezbollah e una frontiera monitorata. Gli aiuti per la ricostruzione e il rafforzamento dello Stato devono essere subordinati a risultati misurabili, mantenendo l’assistenza umanitaria. La decisione del governo libanese del 2026 di dichiarare illegali le attività militari di Hezbollah è un passo nella giusta direzione; la vera prova sarà l’attuazione.
L’accordo quadro trilaterale firmato il 26 giugno 2026 da Stati Uniti, Israele e Libano rappresenta il tentativo più concreto di sostituire le promesse con una soluzione verificabile: disarmo dei gruppi non statali, smantellamento delle infrastrutture, dispiegamento di forze libanesi selezionate, ritiro israeliano progressivo e coordinamento militare facilitato dagli USA. È anche un’ammissione implicita che la risoluzione 1701, da sola, non era sufficiente. Washington offre capacità all’esercito libanese e assistenza umanitaria, ma condiziona il ritiro israeliano a risultati concreti da parte di Beirut. Il rischio rimane elevato: Hezbollah ha forti incentivi a mantenere le armi, l’Iran a ostacolare l’accordo e le élite libanesi a ricevere aiuti senza prendere decisioni definitive.
Fino a quando il disarmo non sarà verificato, Israele non può affidare la sicurezza di Haifa, della Galilea e del Nord a comunicati dell’ONU o a promesse di Beirut. La stabilità richiede che entrambe le autorità siano in grado di controllare tutte le armi presenti sul proprio territorio. In Libano, l’autorità esiste formalmente ma non ancora pienamente nella pratica. Israele resta vincolato dal diritto umanitario, ma ha la responsabilità primaria di proteggere i propri cittadini e non può delegare la difesa a un meccanismo incapace di imporre il disarmo. Gli Stati Uniti hanno tradotto questa premessa in una strategia. Il successo ora dipende dalla loro capacità di mantenerla coerente: pressione sull’Iran, strangolamento finanziario di Hezbollah, sostegno selettivo allo Stato libanese e nessun assegno in bianco, né a Beirut né a Gerusalemme.
Articolo a cura di David Marini, Senior Business Development Manager e analista di geoeconomia e di finanza internazionale.




