Germania, il riarmo che cambia la gerarchia europea
Per oltre trent’anni la Germania ha esercitato influenza attraverso l’industria, il commercio, la moneta e la regolamentazione europea, affidando la propria sicurezza principalmente agli Stati Uniti. Nel 2026, questo equilibrio non è più sostenibile: la guerra russa contro l’Ucraina, la pressione americana sugli alleati e l’incertezza sulla presenza militare statunitense impongono a Berlino di evolvere da potenza economica protetta a potenza strategica responsabile.
Il cambiamento è evidente. Il bilancio federale per il 2026 prevede circa 82,7 miliardi di euro per la difesa, pari al 2,8 per cento del PIL, con l’obiettivo di raggiungere il 3,5 per cento entro il 2029. Non si tratta più solo di un fondo straordinario post-invasione dell’Ucraina, ma di una revisione strutturale delle priorità nazionali.
La prima strategia militare della Bundeswehr, approvata nell’aprile 2026, definisce l’obiettivo di assumere un ruolo guida nella NATO e costruire la principale forza convenzionale europea. Il piano prevede di aumentare il personale da circa 186 mila a almeno 260 mila entro la metà degli anni Trenta, rafforzando riserva, logistica, difesa aerea, cyber e capacità di mobilitazione. La brigata permanentemente schierata in Lituania rappresenta il simbolo operativo di questa nuova postura.
Il tempo resta il fattore decisivo. Un aumento del bilancio non garantisce automaticamente munizioni, sistemi antiaerei, personale addestrato o infrastrutture resilienti. La Germania deve superare procedure lente, la carenza di personale qualificato, la saturazione delle linee industriali e una cultura improntata alla pace. Il rischio è che la rapidità degli annunci superi quella delle realizzazioni. Anche il rapporto con la Francia sta diventando più selettivo. La crisi del programma aereo FCAS, rallentato dalle divergenze tra Dassault e Airbus sulla ripartizione industriale, dimostra che l’autonomia strategica europea non deriva semplicemente dalla somma di due apparati nazionali. Berlino e Parigi condividono l’obiettivo di ridurre le dipendenze, ma competono su tecnologia, leadership e benefici industriali.
Il riarmo sta influenzando anche la politica economica. Il fondo da 500 miliardi destinato alle infrastrutture e alla neutralità climatica può sostenere ferrovie, reti energetiche, la digitalizzazione e progetti a uso duale. In caso di crisi, porti, snodi ferroviari, data center e capacità energetiche sono elementi di deterrenza tanto quanto i mezzi militari. Berlino sta quindi ricostruendo sia il capitale civile sia la profondità strategica.
La revisione della presenza militare americana in Europa rende meno credibile l’ipotesi che Washington garantisca a tempo indeterminato lo stesso livello di protezione. La Germania non può sostituire gli Stati Uniti, ma deve diventare il principale fornitore di capacità convenzionali, logistica e continuità operativa. Questo rafforzerà il suo ruolo nella NATO e, inevitabilmente, anche gli equilibri dell’Unione.
La prova decisiva sarà politica. Un aumento della spesa militare comporta più debito, priorità concorrenti e la necessità di risultati concreti. Se il riarmo sarà percepito come un trasferimento di risorse senza reali capacità, il consenso diminuirà. Se invece produrrà sicurezza, tecnologia, occupazione qualificata e infrastrutture, la Zeitenwende potrà diventare una nuova dottrina di Stato.
La questione non è se Berlino tornerà a esercitare il potere in Europa: lo sta già facendo. Una Germania più armata, ma dipendente dalle tecnologie critiche, resterebbe incompleta. Solo una Germania in grado di integrare bilancio, industria, alleanze e resilienza potrà diventare il baricentro strategico del continente.



