India e Pakistan: la tregua che non c’è
Il Kashmir è tornato a sanguinare. Ancora una volta. E, come da copione, i piromani si scambiano secchi d’acqua colmi di benzina, mentre la comunità internazionale conta i cerchi nel fumo e organizza summit per i prossimi summit. India e Pakistan — le due superpotenze nucleari più litigiose del pianeta — si rinfacciano morti, missili e millanterie, come se settant’anni di guerre, trattati e tregue da barzelletta non fossero bastati. Un déjà vu a occhi aperti, con lo sfondo drammatico di un Paese fantasma: il Kashmir, che non vota, non decide e non parla, se non sotto il rumore dei droni.
Stavolta l’innesco è esploso a Pahalgam, dove un attentato ha lasciato sul selciato più di venti turisti indiani. L’India, che da anni vede dietro ogni bomba l’ombra lunga dell’ISI — i servizi pakistani — ha risposto con l’Operazione Sindoor: nove attacchi aerei mirati su basi terroristiche nel Kashmir pakistano e in territorio pakistano, con Jaish-e-Mohammed e Lashkar-e-Taiba nei radar e nei mirini. Il Pakistan, con la compostezza di chi ha già il comunicato pronto da tre giorni, ha contrattaccato con la sua Operazione Bunyan al-Marsus, lanciando 25 missili su obiettivi strategici in India, soprattutto nel Punjab e lungo la Linea di Controllo.
Ne è uscita la solita danza macabra: l’India conta tre jet abbattuti, il Pakistan giura di averne distrutti cinque. Le vittime civili — tanto da una parte quanto dall’altra — restano “danni collaterali” in nota a piè di pagina. Eppure, nessuno sembra voler davvero vincere. Perché vincere, qui, significa assumersi una responsabilità. Troppo per chi ha costruito la propria legittimità politica sulla paura dell’altro. L’India di Modi, da sei anni padrona assoluta del Kashmir, lo ha trasformato in una provincia sotto vetro. La promessa di integrazione si è liquefatta in coprifuoco, blackout e ronde armate. In compenso, il PIL vola, le armi pure, e ogni raid è un punto in più nei sondaggi che non si possono citare.
Il Pakistan, invece, continua ad affogare la sua fragilità economica e politica in divise stirate e retoriche patriottiche. Un governo dimezzato, un popolo intero sotto embargo interno, e un esercito che recita la parte del garante, del martire e del padrone. La narrazione è semplice e inossidabile: ogni crisi è colpa dell’India. Ogni bomba, un dettaglio. Ma il vero problema è che non serve una guerra per mandare tutto in frantumi. Basta l’errore di un drone. O una linea sbagliata in un algoritmo. Perché, quando due Paesi armati fino ai denti si prendono a ceffoni con il dito sul bottone rosso, l’equilibrio si chiama terrore, non pace.
Intanto, il mondo guarda. Gli USA fingono di mediare, la Cina spinge per “la stabilità” — che per Pechino significa silenzio — e l’ONU compila report di cui non si ricorda nemmeno il titolo. L’11 maggio, il portavoce del Consiglio di Sicurezza ha chiesto “una de-escalation immediata”, mentre Washington gioca alla bilancia tra i due alleati armati. Più che mediazione, un esercizio di equilibrismo geopolitico. Sul fronte diplomatico, il Pakistan dichiara pubblicamente di “essere impegnato nella tregua” mentre accusa l’India di “continue provocazioni a bassa intensità”. L’India, dal canto suo, risponde che Islamabad “ha già violato il cessate il fuoco in almeno 17 occasioni nelle ultime 48 ore”. Un dialogo tra sordi, in cui ogni frase è seguita da un’esplosione.
E mentre si celebra l’ennesimo cessate il fuoco con la solennità di un timer da cucina, nessuno chiede al Kashmir cosa vuole. Perché il Kashmir non è una terra: è un pretesto. Un campo da gioco per superpotenze locali, in cui il sangue vero serve solo a tenere viva la partita. La pace? Rimandata al prossimo round. Ma tranquilli: la diplomazia è al lavoro. Ha appena preso un volo in business.




