Australia, il crollo del fumo e il paradosso della nicotina
L’Australia ha portato il fumo quotidiano ai minimi storici, ma sarebbe prematuro dichiarare conclusa la battaglia contro la dipendenza da nicotina. I primi risultati della National Drug Strategy Household Survey 2025 dell’Australian Institute of Health and Welfare indicano che fuma ogni giorno il 5,6% delle persone con almeno 14 anni, contro l’8,3% del 2022-2023 e il 19,5% del 2001. I fumatori quotidiani sono circa 1,3 milioni, rispetto ai tre milioni di inizio secolo. Anche la quota di popolazione che ha utilizzato almeno un prodotto contenente nicotina nei dodici mesi precedenti è scesa dal 17,4% al 15,2%, il minimo della serie. Sul piano della prevalenza, il risultato è sostanziale.
Il dato, tuttavia, non misura né il consumo quotidiano complessivo né la quantità di nicotina assorbita. L’indagine, basata su oltre 17.500 persone intervistate tra giugno e dicembre 2025, rileva comportamenti auto-dichiarati e non consente di attribuire causalmente ogni variazione alle riforme più recenti. La riduzione del fumo è il risultato cumulativo di tassazione, plain packaging, divieti pubblicitari, avvertenze sanitarie, campagne di prevenzione, ambienti smoke-free e perdita di accettabilità sociale. L’analisi AIHW dettagliata su approvvigionamento e pattern di consumo è attesa nell’agosto 2026.
La distinzione tra prevalenza e quantità è decisiva. Nel giugno 2026 l’Australian Bureau of Statistics ha pubblicato stime sperimentali basate sui metaboliti della nicotina nelle acque reflue: secondo il modello, la quantità totale consumata sarebbe aumentata di quasi il 40% tra il 2017 e il 2025, a fronte di una crescita demografica del 14%, e nel 2025 l’80% sarebbe riconducibile a fonti illecite. Non è una smentita automatica dell’AIHW: meno utilizzatori possono consumare più intensamente o prodotti con concentrazioni differenti. Ma le stime ABS coprono circa il 60% della popolazione e dipendono da ipotesi di allocazione tra prodotti. La conclusione corretta è doppia: cala la prevalenza dichiarata, mentre la dose aggregata potrebbe non essere diminuita.
Anche il vaping presenta un quadro meno lineare di quanto suggerisca una lettura politica. L’uso quotidiano è rimasto sostanzialmente stabile, al 3,6% contro il 3,5% del 2022-2023; l’uso corrente – quotidiano, settimanale, mensile o meno frequente – è sceso dal 7% al 6%. Tra i 18-24enni, l’uso corrente è diminuito dal 20,6% al 14%, mentre quello quotidiano resta elevato all’8,3%. I dati sono coerenti con un arresto dell’espansione occasionale, ma non dimostrano da soli che le riforme abbiano prodotto la flessione né che il nucleo dei consumatori dipendenti si stia riducendo.
Il quadro regolatorio è stato costruito per fasi. Il Vaping Reforms Act, in vigore dal 1° luglio 2024, vieta importazione, produzione nazionale, fornitura, detenzione commerciale e pubblicità dei vape monouso e non terapeutici, senza vietare ogni sigaretta elettronica. Dal 1° ottobre 2024 gli adulti possono ottenere in farmacie partecipanti prodotti terapeutici fino a 20 mg/mL senza prescrizione, previa valutazione del farmacista e nel rispetto delle leggi statali; concentrazioni superiori richiedono prescrizione. Dal 1° luglio 2025 valgono standard più severi su ingredienti, concentrazione, aromi, packaging ed etichettatura. Punto critico: i prodotti nella notified vape list non sono approvati nell’ARTG e non sono stati valutati individualmente dalla TGA; il sistema si basa sulla notifica di conformità dello sponsor.
Dal 1° luglio 2025 sono inoltre vietati mentolo, aromi e accessori capaci di modificare gusto o intensità; sono state standardizzate alcune caratteristiche fisiche, eliminate denominazioni fuorvianti e introdotti nuovi warning. Il Governo sottolinea che il fumo quotidiano tra gli adulti di almeno 18 anni è sceso al 5,8%, molto sotto il target del 10% per il 2025 e vicino all’obiettivo del 5% o meno entro il 2030. È però più rigoroso parlare di associazione con un pacchetto pluridecennale di misure, non di prova causale della singola riforma del 2024.
Il dividendo sanitario resta rilevante. Il fumo provoca oltre 24.000 morti l’anno in Australia; meno combustione riduce l’esposizione a catrame, monossido di carbonio e cancerogeni, con potenziali benefici su costi sanitari, assenteismo e produttività. Cancer Council Australia ha chiesto di mantenere le misure consolidate, inclusa la tassazione, rafforzando insieme enforcement, campagne e supporto alla cessazione. Ma AIHW non dimostra che l’attuale livello dell’accisa sia ottimale, né che un taglio ridurrebbe l’illegalità: mostra che il calo della prevalenza può coesistere con una forte sostituzione verso canali illeciti.
Il 34% dei fumatori correnti dichiara infatti un uso recente di tabacco illecito, contro il 16,7% del 2022-2023. Il 22,6% ha acquistato prodotti di marca privi di plain packaging o warning e il 16,4% fuma tabacco sfuso non marchiato; il 57% degli acquirenti di tabacco illecito di marca indica un tobacconist come fonte. Nel vaping, solo il 2,5% degli utilizzatori dichiara di essersi rifornito in una farmacia fisica e il 4,8% online; AIHW attribuisce il restante 93% a fonti illecite, soprattutto tabaccai. La stima del 2,5% ha tuttavia un errore standard relativo elevato e deve essere letta con cautela. Il segnale strategico non cambia: il canale legale è minoritario e l’enforcement retail è il collo di bottiglia.
La dimensione fiscale conferma la materialità del problema, senza autorizzare equivalenze semplicistiche tra accisa e criminalità. L’Australian Taxation Office ha stimato per il 2023-2024 circa 1.741 tonnellate di tabacco illecito, un quarto del tabacco disponibile, con 3,2 miliardi di dollari australiani di dazi e accise teoricamente evasi e un tax gap netto del 19,6%. Nel marzo 2025 il Governo ha stanziato ulteriori 156,7 milioni per polizia federale, confisca dei patrimoni, tecnologie di frontiera, procure, autorità statali e Office of the Illicit Tobacco and E-cigarette Commissioner. Gli stanziamenti riconoscono il rischio; non provano che l’enforcement sia già adeguato alla scala della filiera clandestina.
Il nuovo fronte sono i prodotti orali. Nel 2025 l’1,8% della popolazione dai 14 anni in su ha utilizzato nicotine pouches nell’ultimo anno; tra i 18-24enni la quota sale all’8,4%, mentre il 3,8% riferisce uso di snus. I pouches non contengono foglia di tabacco, ma possono avere dosi elevate o incoerenti, etichette inesatte e contaminanti non dichiarati. Nessun prodotto è incluso nell’Australian Register of Therapeutic Goods: la TGA non ne ha validato qualità, sicurezza o efficacia per la cessazione. “Tobacco-free” elimina la combustione, non la dipendenza né l’incertezza sanitaria.
Dal 24 luglio 2026 il Governo Albanese chiuderà le residue vie di accesso individuale ai nicotine pouches non registrati. Non sarà più possibile importarli attraverso il Personal Importation Scheme, neppure con prescrizione; non saranno accessibili tramite Special Access Scheme o Authorised Prescriber Scheme; farmacisti e altri professionisti non potranno prepararli mediante l’esenzione per il compounding. I viaggiatori non potranno introdurli con la traveller’s exemption. Per il consumatore non resterà un percorso legale di acquisto o importazione; uno sponsor potrà comunque chiedere l’inclusione nell’ARTG sulla base di dati di qualità, sicurezza ed efficacia, mentre resteranno i canali autorizzati per la ricerca.
Il vantaggio della decisione è preventivo: impedire che i pouches acquisiscano la penetrazione dei vape e chiarire che “senza tabacco” non significa innocuo o terapeutico. La misura tutela soprattutto i giovani e indirizza la cessazione verso terapie approvate. Il limite è operativo: prodotti piccoli, occultabili e promossi online possono alimentare il mercato clandestino. La domanda non scompare per decreto. Serviranno controlli doganali intelligence-led, responsabilità delle piattaforme, licenze e verifiche dei rivenditori, sanzioni effettive, tracciamento finanziario e accesso rapido ai trattamenti.
Infine, il poly-use impedisce di confondere meno utilizzatori con meno danno. La quota di persone che ha usato tre o più forme di nicotina è salita dallo 0,5% allo 0,9%, mentre l’uso di una sola forma è sceso al 11%. AIHW precisa che ciò potrebbe indicare un aumento della quantità media consumata da chi combina sigarette, vape e altri prodotti, ma non lo dimostra ancora. Le prossime rilevazioni dovranno misurare frequenza, concentrazione, dose cumulata, transizioni tra prodotti e differenze per età e condizione socioeconomica.
Il giudizio finale è positivo sul declino del fumo, ma sospeso sulla nicotina complessiva. L’Australia ha una prevalenza di smoking tra le più basse al mondo e il modello di tassazione, de-normalizzazione, restrizione del prodotto e supporto alla cessazione resta un benchmark. Tuttavia, il successo non può essere valutato soltanto con il 5,6% dei fumatori quotidiani: deve includere quantità aggregate, dipendenza, poly-use, quota illecita, mortalità ed enforcement. Se Canberra integrerà sanità pubblica, intelligence economico-finanziaria, fiscalità e controllo della distribuzione, la riduzione del fumo diventerà strutturale. Se la regolazione correrà più dell’enforcement, il mercato potrà essere più piccolo nei consumatori dichiarati, ma più opaco e redditizio per le reti illegali.




