Trump è stato assolto per la seconda volta. Il verdetto che molti si aspettavano

Trump è stato assolto per la seconda volta. Il verdetto che molti si aspettavano
"Fonte: pagina Fb Donald J.Trump"

Sono state giornate intense quelle che hanno visto coinvolti i senatori americani nel processo di impeachment nei confronti di Donald Trump, conclusosi sabato con il verdetto già lungamente predetto da molti. Un processo che, a differenza di quello del 2019 durato ben 20 giorni, si è protratto solo per cinque giornate dal momento che, per quest’occasione, le parti avevano concordato di non sentire testimoni, ma soprattutto perché sia dalla parte del Partito Repubblicano sia da quella degli stessi democratici, forte è stata la volontà di arrivare ad una veloce risoluzione della questione, dal momento che il finale era prevedibile fin dall’inizio.

È importante ricordare che l’obiettivo di questo impeachment richiesto a gran voce dal partito democratico era quello di impedire a Trump di correre nuovamente per le presidenziali del 2024. Con la mancata condanna per lui ora rimane ancora aperta l’occasione di ricandidarsi, cosa che ha già lasciato intendere farà.

L’accusa

Nel primo giorno di processo, la requisitoria dei pubblici ministeri democratici è iniziata con un video molto suggestivo di venti minuti in cui sono stati riassunti i fatti del 6 gennaio, con le immagini delle proteste e dell’irruzione in Senato. Molto emozionato il deputato del Maryland Jamie Raskin ha esortato i giudici affermando che non giudicare Trump avrebbe significato “[…] fissare un precedente pericolosissimo “l’eccezione di gennaio” ”. In seguito, un altro dei pubblici ministeri Joe Neguse ha richiamato l’attenzione su tre frasi che l’ex presidente avrebbe ripetuto in più occasioni prima delle elezioni, affermazioni che avrebbero a loro volta ulteriormente fomentato i suoi sostenitori: “La grande bugia: ci hanno rubato le elezioni”, “Combattere, scatenate l’inferno per bloccare il furto” e il chiaro invito a contrattaccare. Oltre all’incitamento, per l’accusa Trump non avrebbe in alcun modo provato pentimento per quanto successo.

Nel tempo a disposizione dei democratici per la presentazione dei capi d’accusa, più volte è stato sottolineato come Trump, oltre ad aver incitato l’assalto a Capitol Hill, lo avesse premeditato da mesi; come aggravante al suo comportamento ci sarebbe stato anche il fatto che avrebbe abbandonato tutti i parlamentari presenti quel giorno assieme a Mike Pence alla rabbia e alla ferocia della folla. I pubblici ministeri hanno poi chiuso la loro requisitoria dicendosi molto spaventati che fatti di questo genere possano ripetersi in futuro e della necessità per questo di escludere Trump da ogni incarico federale. Raskin ha detto “Senatori, questo non può essere il nostro futuro. Non può essere il futuro dell’America”.

La difesa

A sorpresa, a Bruce Castor e David Schoen, si è unito l’avvocato Michael van der Veen, che nel 2019 aveva condotto una causa contro le bugie di Trump che anche in quell’occasione aveva parlato di elezioni truccate. La difesa, tramite le parole di Castor, fin dai primi giorni ha fatto appello al primo emendamento che tutela la libertà d’espressione in tutte le sue forme affermando che Trump “ha esercitato il diritto più importante della nostra Costituzione, quello che garantisce la libertà d’espressione e un robusto dibattito pubblico”. Su questa linea gli avvocati del Tycoon hanno poi proseguito anche nei giorni successivi facendo leva sul fatto che – secondo il loro punto di vista – il processo fosse “incostituzionale e viziato dall’odio politico” e sul fatto che il presidente avesse fin da subito invitato alla protesta pacifica. Tra le altre cose, i tre avvocati hanno accusato i democratici di aver manipolato le prove e di aver a loro volta, in occasioni testimoniate con diversi video, essersi macchiati di aver usato lo stesso linguaggio dell’ex presidente.

Negli stessi giorni in cui si stava svolgendo il processo hanno fatto molto parlare le dichiarazioni di Nikki Halley, repubblicana ed ex ambasciatrice alle Nazioni Unite – che secondo molti potrebbe essere una delle pretendenti alla corsa presidenziale nel 2024 – che ha detto “Dobbiamo riconoscere che ci ha deluso […] non avremmo dovuto ascoltarlo e seguirlo. Non possiamo lasciare che risucceda.”

Il verdetto

Come era prevedibile, il Tycoon è stato assolto: sono stati infatti solo 7 i Repubblicani che si sono uniti ai 50 voti dei senatori democratici in favore dell’impeachment; affinché il verdetto fosse valido c’era la necessità di raggiungere il quorum di 67 voti. Il repubblicano Mitch McConell che per settimane si era detto indeciso sul proprio voto alla fine si è schierato con la maggioranza dei propri colleghi di partito. A fine votazione il politico però ha apertamente dichiarato che Trump poteva essere considerato responsabile di aver incitato gli assalitori il 6 gennaio. Mitt Romney invece, è stato uno dei sette politici repubblicani a votare a favore dell’impeachment di Trump, come già aveva fatto nel 2019.
Trump ha commentato così la vittoria: “[…] il nostro storico, patriottico e meraviglioso movimento “Make America Great Again” è solo all’inizio”. A che cosa si starà preparando?

Il dopo

Giuseppe Sarcina, corrispondente del Corriere della Sera, ha scritto che in questo processo ha prevalso il “calcolo politico”: come già si era parlato in un precedente articolo, per il Partito Repubblicano votare a favore o meno di Trump significava in qualche modo esprimere un’opinione sul proprio operato, dal momento che in più occasioni tutto il partito si era dichiarato vicino al presidente. Questo passaggio quindi è stato un momento significativo per questa parte di politica americana che, come ben spiega in questo interessante articolo Francesco Costa, si trova ora, divisa fra una piccola minoranza moderata, una minoranza dalle posizioni autoritarie ed estremiste e una più larga parte composta da politici tradizionali, “nel bel mezzo di un durissimo scontro ideologico non tanto e non solo su Trump, quanto sulla direzione del conservatorismo americano”.

Per Trump ora le questioni giudiziarie non sono finite qui, su di lui infatti sono ancora aperte due inchieste, una in Georgia e una a Washington, relative alla responsabilità dei fatti di Capitol Hill.

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