Intervista a Corrado Ocone: tra libertà, globalismo e populismi
Corrado Ocone è un saggista e filosofo italiano. Le sue indagini spaziano dai temi del neo-idealismo italiano alla teoria liberale. Ocone è noto per la sua capacità di intrecciare filosofia e attualità, offrendo spunti di riflessione su questioni cruciali della società moderna. Nella sua vasta bibliografia si segnalano sia saggi di impegno teoretico sia pamphlet di interventi politici. Fra questi ultimi è da segnalare il recentissimo “Radici e libertà. Una filosofia per l’Europa” (Hostorica- Giubilei Regnani).
La sua carriera e il suo pensiero si legano indissolubilmente, tra i vari autori, al nome di Benedetto Croce e a quello di Oakeshott. Cosa le ha fatto scattare la scintilla per questi due autori?
Come sempre accade, è un mix di caso e interesse. Croce l’ho incontrato da studente all’università grazie ad alcuni corsi che ho seguito con dei professori che si ispiravano alla sua filosofia. Il suo pensiero mi ha dato un po’ la cornice di partenza a partire da cui muovermi, ossia quella del neo-idealismo italiano. Di lui mi ha sempre affascinato la distinzione che fa tra la Storia come pensiero e come azione. La prima, essendo conoscenza storiografica, è una narrazione determinata da una comprensione “totale” e necessitata degli eventi reali; la seconda, invece, mettendoci all’opera tramite le nostre scelte, ci dà uno specifico posto nel mondo, ci individua, ci fa diventare individui. Questo concetto, poi, si è fatto ancora più radicale in Oakeshott, il critico del razionalismo in politica. A mio modo di vedere, Oakeshott ha il merito di aver messo in scacco al pretesa di poter scoprire delle verità nella ragione da poter poi trasportare nella realtà. Dal punto di vista politico è una considerazione molto efficace. D’altronde, tutte le concezioni che vogliono agguantare la verità tramite il pensiero per poi applicarla alla realtà si rivelano spesso e volentieri proposte autoritarie e illiberali perché non sanno fare i conti con l’imprevedibilità della realtà.
Dalla crisi del 2008 alla pandemia globale, il globalismo sembra entrato in una crisi irreversibile. Si trova d’accordo con questa considerazione?
C’è una guerra culturale in atto secondo me. Molto spesso gli intellettuali sono schierati in quella che da me è considerata la parte sbagliata. Certo, ci sono molti globalisti tendenzialmente attenti, meno categorici e radicali. Però, comunque, dietro il globalismo c’è ancora quest’idea progressista, con tutto quel che si porta dietro in termini di politicamente corretto e cultura woke. Mi sembra, però, anche che si siano cominciati a sviluppare alcuni anticorpi che rendono questo contrasto di visioni, appunto, quantomeno ancora aperto e incerto.
Cosa ne pensa del progetto europeo New Green Deal? Le nostre vite cambiano secondo un sottile meccanismo di controllo sociale (“governamentalità” direbbe Foucault)? O ci troviamo davanti all’esercizio di una pedagogia collettiva?
Partiamo dal presupposto che già solo l’espressione “pedagogia collettiva” urta la mia sensibilità liberale. Lo stato non deve essere pedagogo, a maggior ragione collettivamente. In ogni caso, penso che il New Green Deal sia un progetto sbagliato. Ma non tanto per i motivi empirici che ne sono stati addotti soprattutto in termini di effettivo impatto sulla riduzione dell’inquinamento globale, quanto per una questione di principio. Sono contrario a quest’idea, che io considero costruttivistica, di voler imporre dall’alto degli stili di vita perché considerati giusti in base a cognizioni (anche scientifiche) che, come tutte le cose umane, sono soggette a continue falsificazioni. Imporre dall’alto la verità contrasta con l’essenza più intima della democrazia. Sia chiaro, non sono contro la programmazione, ma ci dev’essere una programmazione flessibile che garantisca in primis le libertà individuali.
La stagione dei populismi si sta avviando al termine? Che la pandemia e lo scoppio del conflitto russo-ucraino ci abbiano liberato della sensazione spoliticizzante di essere, come disse Francis Fukuyama, “alla fine della Storia”?
Secondo me si sono addolciti sia i movimenti populisti che gli anti-populismi o globalismi. Io da liberale credo sempre che bisogna tenere viva la tensione fra gli opposti. Il populismo, preso nella sua accezione buona, indica l’emergere delle forze vitali della società, così pure l’elitismo indica la volontà di incanalare queste energie in un percorso ragionevole. Che è un po’ quello che ci si aspetta faccia la classe dirigente. A mio avviso, quello che è cambiato, vuoi per la pandemia e per altri motivi, è che oggi ci sono più ampi margini per le mediazioni. In fondo, la politica è negoziazione, mediazione e compromesso nel senso nobile dell’accezione. In questo senso, rileggerei questo fenomeno di ri-politicizzazione.
Il processo di democratizzazione della Cina sembra ormai ben lontano dal suo realizzarsi nonostante il suo ingresso nel mercato internazionale. Quali prospettive vede lei per il futuro politico di Pechino?
A essere onesto non mi sembra sia mai iniziato un processo di democratizzazione in Cina. E lo vedo comunque in generale molto difficile per motivi storici e culturali. Non è solamente per una questione recente di comunismo e post-comunismo. Parliamo di una società con una conformazione diversa, di tipo confuciana. Nel confucianesimo si privilegia una mentalità del collettivo sull’individuale a differenza di noi occidentali che siamo il contrario. Con la Cina bisogna fare i conti, ciò non significa che l’Occidente debba imporre i suoi valori al mondo cinese. Bisogna trovare qualche comun denominatore e impedire in qualche modo di finire per essere conquistati da loro.




