Marco Rizzo: l’Italia non sia più Euro-obbediente
Oggi si parla spesso di un appiattimento del discorso politico: mancano contenuti concreti e un vero confronto di idee. Come valuta che questo sta indebolendo la democrazia italiana e quanto di questo cambiamento ha a che fare con la transizione del vecchio ordinamento politico al nuovo?
Credo che vada presa terribilmente sul serio la preoccupazione di JD Vance che, a Monaco, qualche mese fa, ha affermato di vedere minacce interne ai valori dell’Occidente Europeo, non esterne. Più dell’inesistente minaccia russa si dovrebbe temere un ex commissario europeo che si rallegra pubblicamente dell’annullamento di un’intera elezione da parte del governo rumeno o esponenti dell’UE assai disinvolti nella richiesta reiterata di intervenire sulle legittime e libere scelte di voto dei popoli. Nel contesto attuale assistiamo a una sorta di propaganda di guerra che addita nemici, divide le opinioni presentabili da quelle indesiderabili, bolla posizioni legittime sulle politiche green suicide del comparto dell’automotive volute da multinazionali senza scrupoli come negazioniste, realizza strette anche sulla diffusione di molte posizioni “non allineate” con Bruxelles. Si tratta di un clima tecno-autoritario che talvolta colpisce chiunque si permetta di mettere in discussione il verbo filo-europeo. Ed uso il verbo colpire non in senso figurato. Si pensi al ritorno di attentati politici come quello che ha ferito gravemente il premier slovacco Robert Fico,” reo “di non essere euro-obbediente.
Lei ha recentemente pubblicato un libro dal titolo Le ragioni di una scelta. Per una democrazia sovrana e popolare. Quali sono, secondo lei, gli ostacoli principali che impediscono oggi agli italiani di concepire una democrazia davvero centrata sul popolo?
C’è un blocco effettivo del sistema politico italiano che non nasce da oggi ed ha a che fare con la mancanza di sovranità del nostro Paese, da decenni succube di potenze straniere. Questo incide sulla vita dei cittadini. Destra e sinistra sono ormai due facce della stessa medaglia. Dall’89 ad oggi al progressivo smantellamento delle tutele giuridiche e sociali si è accompagnata una drastica riduzione dei salari, che ha aperto la fase storica della globalizzazione selvaggia. Gli effetti più negativi di questo processo si sono determinati nello spazio economico e sociale dell’Unione Europea, soprattutto con riferimento ai paesi aderenti al sistema della moneta unica, laddove, nei primi anni di adozione dell’Euro, l’inflazione è stata imponente, con un aumento generalizzato dei prezzi di tutti i beni di consumo che ha avuto feroci conseguenze unitamente alla diminuzione delle buste paga. Nel nostro Paese, dal 1992, dopo la ratifica del Trattato di Maastricht e la delegittimazione dell’istituzione parlamentare, tutti i governi che si sono succeduti, a prescindere dalle contrapposizioni finte, funzionali a mobilitare il consenso, hanno avuto un’unica piattaforma programmatica: mettere in discussione la Costituzione per renderla più fragile davanti alle grandi concentrazioni di poteri privati, privatizzare importanti settori dell’economia pubblica e strategica, liberalizzare a vantaggio della speculazione finanziaria, i mercati dei servizi fondamentali, devastare il sistema di previdenza sociale e smantellare i diritti dei lavoratori, senza soluzione di continuità e senza distinzione di schieramento. Questo processo di passaggio di ricchezza da chi lavora a chi specula con grandi concentrazioni di potere economico nelle mani di pochissimi è andato di pari passo alla limitazione della sovranità popolare e alla rimozione di ogni possibile controllo del potere dei mercati sugli uomini. Ciò è avvenuto a vantaggio delle istituzioni transnazionali ed antidemocratiche dell’UE e della BCE che, di fatto, dettano i voleri dei monopolisti tramite i partiti di governo (qualunque sia il colore del governo) anche al livello degli enti locali. Questi ultimi, sottoposti all’imposizione del pareggio di bilancio e legittimati da un’interpretazione estensiva del principio di sussidiarietà, entrambi inseriti in Costituzione con riforme bipartisan, hanno proceduto a privatizzare i settori economici pubblici ed i servizi essenziali, come quello sanitario, che è stato duramente intaccato regione per regione. Per questo motivo i programmi elettorali che promettono la difesa dei beni comuni, dei servizi pubblici e della sanità, senza mettere in discussione lo stato di cose attuale, trincerandosi dietro le etichette logore di “sinistra” o di “destra”, dicono una menzogna che si ripete da troppo tempo. Bisogna uscire da questo sistema e dalle sue narrazioni speculari e fittizie. In sostanza, unire la classe media con quella lavoratrice.
Attualmente quali temi sono sottovalutati nel dibattito politico e meritano maggiore attenzione? Ci sono questioni che rischiano di essere oscurate dalla logica dei sondaggi, dalla comunicazione veloce o dalle emergenze quotidiane, e che invece meriterebbero un confronto più approfondito e duraturo?
Ne esistono moltissimi ma sono filtrati. Va grattata la scorza per conoscerne i reali contenuti. Bisognerebbe iniziare a rompere la mistificazione quotidiana messa in piedi dagli arsenali comunicativi in servizio permanente a favore della destra e della sinistra politica, marchi del consenso che guidano e deviano l’indignazione e l’adesione quotidiana, sottraendola ad un serio dibattito sui temi concreti Quotidianamente ci si trova di fronte il democrat capital-progressista che usa come un’etichetta la battaglia della sanità pubblica dopo che il suo partito, nelle regioni governate, ha stretto accordi con i privati, provvedendo a chiudere diverse strutture pubbliche. E che dire dei sovranisti di cartone che parlano di arginare la questione migratoria per poi aggiudicarsi il record di sbarchi?
Secondo lei, quale ruolo possono e devono avere i cittadini nella costruzione di una democrazia più partecipata e consapevole, capace di affrontare le sfide interne e internazionali del Paese?
“La sovranità appartiene al popolo”. È il dettato costituzionale. Democrazia Sovrana e Popolare esiste perché l’esercizio della sovranità sia concreto e non ci si fermi all’enunciazione di un principio.

La differenza tra un politico e un politicante è molto sottile, ma oggi più che mai essenziale da riconoscere, anche se non sempre facile da individuare. Quali caratteristiche, a suo parere, distinguono chi fa politica con visione e responsabilità da chi invece si limita a inseguire consenso immediato?
Credo che la differenza la facciano ancora la carta d’identità e la storia. Ci sono persone per cui la politica è una riga di curriculum o una comparsata televisiva, altre per le quali è una vita di battaglie, sacrifici, formazione, una maniera di stare al mondo e di starci con gli altri. Io appartengo a quest’ultima categoria. Ed è quello che scrivo sul mio ultimissimo libro “Marco Rizzo, una biografia di periferia”: https://amzn.eu/d/d2u4Bxd Sono figlio di un operaio della Fiat Mirafiori e di una casalinga. Ho avuto la fortuna di vivere in una famiglia unita, povera, di grande dignità. Dai genitori ho avuto la forza di affrontare prove difficili. Ho avuto anche il privilegio di essere eletto per tre volte parlamentare alla Camera e una volta al Parlamento Europeo. Ora ho 66 anni e non mi dimentico da dove sono partito, un quartiere popolare, Borgo Vittoria, della periferia di Torino. La passione è nata lì e oggi vuole costruire una nuova speranza collettiva per tutti i lavoratori e per l’intero popolo italiano: riprendiamoci la sovranità e la dignità, contro le ingerenze esterne che vogliono rubarci il futuro.




