Politica culturale e potere: parla il prof. Stefano Zecchi
Da professore universitario, docente e uomo impegnato in politica ricordiamo il suo ruolo di consigliere comunale a Venezia e assessore al Comune di Milano: qual è, a suo modo di vedere, il significato di cultura?
Se noi leghiamo questo concetto alla politica, la cultura è quella che dà alla politica stessa una determinata visione. La politica senza cultura è pura e semplice amministrazione, che può essere buona o meno buona, cattiva o meno cattiva, però senza di essa, non riesce a fornire quella indicazione di sviluppo alla società. Se manca questa base, quindi, la politica finisce generalmente all’interno di strategie economiche, che soddisfano interessi sostanzialmente finanziari.
Poi un altro discorso sulla cultura che si può fare, è quello di dargli una definizione più in generale: in questo caso è qualcosa che ci dà formazione, orientamento ed è essenzialmente ciò che danno la scuola e la famiglia. È in questi due ambienti che impariamo il significato della cultura.
Esiste un profondo legame tra cultura e politica a suo avviso? Oggi, nell’era definita ‘post-ideologica’ è ancora possibile questo binomio? Spesso nelle sue riflessioni parla metaforicamente di una responsabilità dei padri rispetto ai figli e della paura di assumersi tale ruolo nel mondo contemporaneo.
Quello che chiamiamo ormai “elemento tecnico” ha il dominio generale. Noi, in fondo, viviamo una globalizzazione in toto, anche di strategie politiche. Il problema non è tanto quello di imporre un tipo di cultura, sic et simpliciter contro. Qui si tratta di suggerire percorsi di formazione per i giovani e in questo frangente abbiamo enormi possibilità. La politica, questo, deve saperlo fare ma le questioni più d’emergenza, ahimè, sono altre oggigiorno, più di stampo economico. Soprattutto da una politica di destra che è al potere in questo momento, ci aspettiamo che si dia voce alle scuole, non in una visione ideologica, bensì democratica, creando dibattito nelle scuole, nelle università, ma anche nei centri di ricerca. La cultura, quindi, può essere sviluppata senza dover fare i conti con la grande finanza internazionale che detta l’agenda.
Alle ultime elezioni regionali in Lombardia si è candidato con Fratelli d’Italia ed è stato tra gli ospiti della recente kermesse organizzata a Roma “Pensare l’immaginario italiano”, organizzata con il supporto del Think Thank Nazione Futura e di Francesco Giubilei, consigliere del ministro Sangiuliano. Assistiamo ad una nuova fase di attivismo della cultura di destra con il governo Meloni?
È chiaro questo: una politica culturale si può fare quando c’è il potere di poterla fare. Quando si parla del potere culturale dell’egemonia spostata verso sinistra, semplicemente, non è così. È un potere che ha preso possesso di varie istituzioni del sapere e così, nel tempo, continua a difendere i propri intellettuali. Quando non hai potere, questo, non puoi farlo. Perciò assistiamo a del “nomadismo intellettuale” che cerca di arrangiarsi. Nel momento in cui la destra diviene il primo partito in Italia, questo compito di radunare le forze intellettuali che fanno riferimento a quell’area diviene chiaro. Ci vedo tanta buona volontà, ma in taluni casi anche molta distrazione. Mi stupisce ad esempio che a Roma non sia stato scelto un assessore alla cultura di Fratelli d’Italia. Sono tante le problematiche aperte da questa destra: c’è comunque la volontà di portare avanti questi progetti.
Ma allora perché, secondo lei, nel recente passato, non vi è stata una sinergia più marcata tra centrodestra ed intellettuali? Si tratta del carattere non organico dei pensatori di destra o all’assenza di un’azione organizzativa?
Avere una storia, una tradizione come Forza Italia nel passato, ha avuto sempre una fragilità latente nel riconoscimento dei suoi intellettuali, così anche la Lega. Fratelli d’Italia, invece, ha una storia dietro e si vede, perché ci sono tanti circoli giovanili, case editrici… c’è un fermento e adesso tocca aiutare queste sinergie ad essere più presenti sulla scena politica. Non si dà spesso, a queste realtà frammentate e diverse, un’organizzazione chiara e così, spesso, finiscono per sparire, perciò le responsabilità del partito politico, in questo frangente, sono enormi e queste realtà vanno sovvenzionate con più forze, soprattutto economiche.
A proposito di questo legame con la formazione e i giovani, spesso, nei suoi interventi, fa riferimento, metaforicamente, alle responsabilità dei padri rispetto ai figli e così facendo si forma l’idea che l’apparato intellettuale si presenti come un padre, assumendosi la responsabilità di essere l’elemento di formazione e di guida per le giovani generazioni, ma più in generale anche nell’ambito della società…
Alle volte è un’immagine metaforica, altre volte è molto realistica. Generalmente ci si sente più figli che padri, ma essere questi ultimi rientra all’interno di una struttura tradizionale: il padre è la storia, togliendolo non trovi radici. È, al tempo stesso, affascinante e complesso quando una donna, una madre non può far conto su un padre e si arroga la responsabilità, da sola, di educare un figlio, praticamente sdoppiandosi. Mancando il padre, manca l’autorità su cui si deve costruire qualunque formazione: un’autorità che può essere messa in gioco e rinsaldata anche dai figli stessi. Questa responsabilità del padre dà anche una cultura generale, piuttosto che su singole posizioni. L’obiettivo, quindi, è quello di dare un orientamento. È il discorso che un po’ accennavamo prima: la cultura nasce dall’orientamento, fornire una direzione, che può essere sì discussa, ma deve essere chiara. Oggi vedo che si rifiuta completamente questo senso di autorità di orientamento, di sapere e senza questa autorità c’è una grande confusione. Fuori dalle metafore, la figura del padre, oggi, è quasi sconosciuta e questa mancanza di riconoscimento porta grande fragilità nei figli giovani, soprattutto maschi.
Recentemente è stato ripubblicato il suo testo “La terra dei figli. Nuovo sillabario per la rinascita culturale” con la prefazione del Ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano. Come sottolinea Sangiuliano, un concetto chiave è quello di Rivoluzione conservatrice. La necessità di rivoluzionare ma all’interno della tradizione: che significato ha per lei questo concetto?
Credo che si debba stare attenti, come diceva anche Junger, che il conservatorismo non sia quella conservazione di situazioni sociali portate avanti dai progressisti dieci o vent’anni fa. Così finiremmo in un’aridità di sviluppo che non fornisce nessuna prospettiva. Sangiuliano ha colto proprio questo e io ci aggiungo a questa tesi storica che essa è proprio la trasformazione nella tradizione. Anche Heidegger diceva che l’uomo, quando è riuscito a fare qualcosa di buono, è perché ha perseguito la tradizione, il suo focolare, alludendo così alla rappresentanza, alla storia.
Non a caso in un’intervista ha sottolineato come siano stati autori importanti per lei Spengler e lo stesso Junger. Nell’ottica di tale letteratura, oggi, all’alba dell’implementazione dell’intelligenza artificiale, qual è oggi il rapporto tra l’uomo e la tecnica?
Si usa ormai, secondo me, in modo improprio il termine ‘tecnica’. Perché viene da questa tradizione ormai antica, che ritengo debba essere superata. La prima considerazione da fare è che il sapere scientifico ti insegna a non avere fede nel… sapere scientifico, bensì a renderlo problematico. Tutto l’atteggiamento fideistico nella scienza l’ho visto sempre con un occhio negativo perché non è problematico, non pone problemi. Parallelamente, vedo un atteggiamento negazionistico, come se nelle divisioni tecnico-scientifiche di oggi sia presente tutto il male del mondo. Al contrario, ci vedo, anzi, delle prospettive di sviluppo gigantesche e tutto sta nel coniugare queste prospettive nel solco della nostra tradizione. Il rischio è venirne dominati, ovviamente. L’intelligenza artificiale porta a questo e, invece, non è altro che un sistema di regole messe dentro ad un frullatore che poi le riporta fuori, ma è quello che ci mettiamo dentro che conta. A mio parere, la vera scommessa è l’assoluto potenziamento della cultura umanistica, potersi confrontare con un mondo nuovo, delle grandi scienze. Dico sempre, anche in modo provocatorio, che bisogna imparare a guardare il cielo, alzare gli occhi dal basso verso l’alto. C’è poco da fare: questa nostra Terra, che tanto dobbiamo curare, andrà abbandonata perché siamo destinati all’infinito, all’eterno, alle stelle. Questa è la storia dell’uomo, i grandi inizi sono sempre con l’uomo che supera i confini e questi ultimi si valicano proprio attraverso la scienza.
Un’ultima questione: se volesse fornire dei consigli di lettura per lei imprescindibili nella sua personale biblioteca o dei testi che l’hanno recentemente colpita, quali sarebbero?
Di solito ai miei studenti dico che, fondamentalmente, sono importanti cinque libri: l’Iliade, il rapporto dell’uomo con la grande sfida nei confronti del potere, dell’amore, dell’amicizia, del coraggio, della morte e dell’immortalità. Il secondo è il Fedro di Platone, che sottolinea il rapporto tra il nostro Io e i sentimenti dell’infinito e della nostra identità storica. Poi c’è la Divina Commedia, il fondamento della nostra tradizione giudaico-cristiana, il Faust di Goethe con il rapporto uomo-macchina di cui parlavamo prima citando il legame uomo-scienza e, infine, I Fratelli Karamazov di Dostoevskij, con l’uomo che si interfaccia col dramma e la tragedia del nulla.
Poi ci sono tutti i bestseller del Novecento, dove però si tocca più la sensibilità della persona e non li cito ora, però, ad esempio, possono essere ben rappresentati da Mann, Kafka, Proust…




