Cursum tenēre: mantenere la rotta e dirigere un quotidiano oggi
Fedeli alla linea, si sottotitolavano i CCCP nel 1982 con il loro “punk filosovietico”. Indubbiamente politici e intrisi di schierata ideologia. Ma erano altri anni, anni in cui vendere l’anima a un partito e alla sua idea era ancora gesto nobile; il colore era investito di significato e la bandiera era tutto. Il semplice gesto di recarsi in edicola era atto politico; acquistare uno o l’altro giornale significava impugnare un credo e ostentarlo con orgoglio. Cosa rimane di tutto ciò? Di certo, in questa nuova era che riecheggia la crisi dell’io del modernismo e si palesa in un’omologazione senza pari, l’identità non si cerca più sbandierando un quotidiano. La politica, anche se non infiamma come prima, resta al centro del dibattito giornaliero; sebbene fatichiamo ad accettarlo. Lo sforzo maggiore rimane – in un momento storico in cui gli estremismi, suppurando, tornano a infettare l’aria – tracciare una linea, restare fedeli, mantenere la rotta.

Il Corriere della Sera
Fondato a Milano quando l’Italia era da poco unificata, il Corriere è oggi il quotidiano la cui posizione è rimasta maggiormente immutata nel tempo. Nato nell’ormai lontano 1876, il 5 marzo, nell’articolo di fondo del n. 1 si leggeva:
Conservatori prima, moderati poi. Vogliamo conservare la Dinastia e lo Statuto; perché hanno dato all’Italia l’indipendenza, l’unità, la libertà, l’ordine. In grazia loro si è veduto questo gran fatto: Roma emancipata da’ papi che la tennero durante undici secoli. […] Siamo moderati, apparteniamo cioè al partito ch’ebbe per suo organizzatore il conte di Cavour e che ha avuto finora le preferenze degli elettori, e – per conseguenza – il potere.[…] L’Italia unificata, il potere temporale de’ papi abbattuto, l’esercito riorganizzato, le finanze prossime al pareggio: ecco l’opera del partito moderato.
Un chiaro manifesto di intenti, che in verità è stato mantenuto, soprattutto durante l’intero quarantennio in cui la guida fu affidata a Indro Montanelli, prima che quest’ultimo, contrario alle aperture volute da Piero Ottone, desse vita a Il Giornale. Oggi, dopo il felice traghettamento di Ferruccio De Bortoli, il nocchiero è Luciano Fontana.

La Repubblica
Eterno secondo, il quotidiano la Repubblica non svetta mai al primo posto tra le classifiche, piazzandosi quasi sempre dopo il Corriere. Primo tra i quotidiani di centrosinistra, demiurgo fondatore fu Eugenio Scalfari; negli ultimi anni ha perso sempre più autorevolezza, anche a causa di una serie di gaffe imperdonabili. Oggi diretto da Mario Orfeo, resta il rotocalco di riferimento del PD, nonostante tutto.
Il Giornale
Come già detto, Il Giornale – allora il nuovo Giornale – fu fondato da un integerrimo Montanelli contrario a dare le vele ai venti progressisti che soffiavano nella redazione del Corriere intorno alla metà degli anni Settanta. Oggi il direttore è Tommaso Cerno, sebbene alle sue spalle si faccia ancora pesantemente notare l’affilatissima penna di Vittorio Feltri, oggi direttore editoriale. L’identità de Il Giornale è quella che Antonio Sallusti ha forgiato durante i suoi lunghi anni di direzione; un profilo chiaramente distinguibile ed evidentemente belligerante.

Il Foglio
Sotto la sapiente guida del giovane Claudio Cerasa, ormai al timone da più di 10 anni, il Foglio resta un unicum nel panorama italiano. A partire dal formato lenzuolo (broadsheet per i tecnici del settore), dagli articoli anonimi riconducibili solo al lavoro della redazione, all’assenza totale di foto (presenti invece le vignette di Vincino e di Makkox) e, infine, alla tradizione che ancora si mantiene di ricondurre gli scritti del direttore a un unico simbolo: la ciliegia per Cerasa e l’elefantino per lo storico fondatore Giuliano Ferrara.

Il Manifesto e L’Unità
In Italia ci sono due quotidiani orgogliosamente comunisti, i pesi del piatto di sinistra di quella fragile bilancia che è stata la nostra penisola nel Dopoguerra e durante gli anni di piombo.
Il Manifesto, fondato da Luigi Pintor e oggi diretto da Andrea Fabozzi, continua la sua missione, portando avanti un’idea di giornalismo la cui linea è continuamente tracciata dalle scelte del collettivo redazionale. Nessun padrone, nessun compromesso, di questo bisogna darne merito. Il giornale di Antonio Gramsci, L’Unità, le cui redini sono oggi tenute da Piero Sansonetti, è morto e resuscitato più volte: dagli anni del cosiddetto “riflusso” alla direzione Veltroni fino alla riapertura del 2001 sotto Furio Colombo. Sembrerebbe quasi che alcuni giornali ci saranno sempre proprio perché, invisi alle dinamiche di mercato, sono destinati a resistere.
Il panorama italiano resta dunque tra i più ricchi e variegati del nostro buon vecchio Occidente, sarà per la Costituzione o per l’indicibile presunzione che abbiamo di parlare (o scrivere) proprio nel momento in cui ci viene consigliato di tacere. I quotidiani sopraelencati sono solo alcuni dei più famosi e diffusi, ma non per questo i più affidabili o autorevoli, crediamo che ogni giornale degno di questo nome sia alla stregua degli altri: pensiamo a La Stampa di Antonio di Rosa, a Il Messaggero di Roberto Napolitano, senza dimenticare il cattolicissimo Osservatore romano. Crediamo davvero nel lavoro della maggior parte (non tutti) dei nostri quotidiani nazionali.
Identità a parte, il modo in cui ci viene raccontata la realtà è, in fondo, la realtà stessa.




