Venticinque anni fa moriva Indro Montanelli: luci e ombre del giornalista pilastro del XX secolo
Un nome nuovo per l’Italia dei primi del Novecento, ricavato dalla divinità induista Indra, dio del tuono, della pioggia e della guerra. Soprannominato, talvolta da amici, altre da avversari, “Cil-Indro”, uno scherzo sul suo insolito nome di battesimo. Indro Montanelli è senza dubbio una delle figure del giornalismo italiano più autorevoli e anche più discusse del XX secolo. La sua scomparsa avvenne nel salto con il nuovo millennio, venticinque anni fa, all’età di 92 anni.
Gli anni del fascismo
Decano del giornalismo, Indro Montanelli ha raccolto, allo stesso tempo, elogi e critiche. La sua carriera di giornalista inizia durante il Ventennio fascista, del quale sarà, inizialmente, un sostenitore e, in seguito, un oppositore. Poco più che ventenne, si arruolò nel 1935 nel XX battaglione eritreo e, grazie al diario tenuto in questi anni, ottenne dal direttore del Corriere della Sera, Aldo Borrelli, la promessa di un contratto, che otterrà effettivamente qualche anno dopo, nel 1938. Montanelli fu un sostenitore delle campagna colonialista fascista in Africa: partì come volontario e, nel raccontare in seguito la sua esperienza, la definì “una bella lunga vacanza”, data dal “Gran Babbo” Benito Mussolini. Dopo i primi anni a favore del regime mussoliniano, Montanelli divenne poi sempre più critico nei confronti degli ideali fascisti e del dittatore italiano, un’opposizione che gli costò l’esclusione dall’albo dei giornalisti. Seguirono l’adesione al movimento partigiano Giustizia e libertà e la prigionia sotto i tedeschi, esperienza che gli suggerì la scrittura de “Il generale della Rovere”, un successo tradotto poi in film.
Dal Corriere al Giornale e la rottura con Berlusconi
Borrelli manterrà la promessa e nel 1938 Montanelli entra nel Corriere della Sera. Per quarant’anni è il giornalista-simbolo del quotidiano più importante d’Italia. Lascerà clamorosamente il Corriere nel 1973, per contrasti sulla nuova linea editoriale della testata sotto la direzione di Piero Ottone, che impresse una svolta laica e riformista al quotidiano. Ottone rompe, ideologicamente e concretamente, con la visione conservatrice di Indro Montanelli e punta ad una maggiore apertura del giornale, segnata dall’entrata di nuove firme, come Pier Paolo Pasolini. Nel 1974, Montanelli dà vita al suo “Giornale nuovo” (poi divenuto solo il Giornale), imponendo la sua linea conservatrice e anticomunista. Quest’ultimo aspetto lo rese vittima nel 1977 di un attentato da parte delle Brigate Rosse, che lo gambizzarono nei pressi dei Giardini Pubblici di via Palestro, a Milano, mentre si stava recando ala sede del suo giornale. Quando, l’anno seguente Fininvest cominciò ad acquistare le quote del Giornale, le cose iniziarono pian piano a cambiare. Montanelli, che si è autodefinito un “anarchico conservatore”, opterà infine con la rottura con il suo editore Silvio Berlusconi, quando quest’ultimo sceglierà di fondare anche un partito politico e di prenderne la leadership. Secondo il giornalista, un editore che diveniva anche capo politico avrebbe compromesso notevolmente lo stato di salute dell’informazione, trasformando il quotidiano in un organo di propaganda.
Le accuse di razzismo e stupro
Dibattiti recenti hanno acceso nuovi riflettori sulla figura del giornalista, da sempre osannato e considerato un pilastro della categoria in Italia. Secondo molti, pur riconoscendone la figura di professionista, è necessario guardare al personaggio in toto, dalle sue opinioni personali alle controversie che lo hanno visto come protagonista. Prima fra tutte, la vecchia usanza del madamato e le accuse di razzismo e stupro che lo hanno riguardato. In un’intervista televisiva del 1969, Montanelli stesso raccontò di aver regolarmente comprato dal padre una ragazzina eritrea di 12 anni (al prezzo di 500 lire, che includeva anche un cavallo e un fucile), che ha poi sposato durante gli anni della guerra colonialista fascista in Africa. Montanelli, nel precisare l’età della ragazzina, si scusa con il pubblico, giustificandosi: “In Africa è un’altra cosa”. Il “madamato” consisteva in una relazione temporanea tra un cittadino italiano e una donna eritrea delle terre colonizzate (chiamata, appunto “madama”). La pratica venne poi proibita nel 1937, per evitare infezioni veneree e contatti tra italiani e africani. Nella stessa intervista, l’attivista e scrittrice Elvira Benotti chiede al giornalista qual è allora il suo rapporto con le donne, accusandolo di razzismo e di stupro.
Questa intervista e le accuse rivolte al giornalista sono state al centro della riconsiderazione della sua figura. Con il diffondersi in tutto il mondo delle proteste antirazziste e del movimento Black Lives Matter, nato nel 2020 dopo l’uccisione di George Floyd da parte della polizia di Minneapolis, Montanelli è finito nell’occhio del ciclone e la sua statua nei giardini intitolati a suo nome a Milano è stata imbrattata di vernice e con la scritte “razzista” e “stupratore”. Tuttavia, il caso del madamato non è il solo che ha attirato critiche e dissensi. Le accuse rivolte al giornalista riguardano anche i diversi commenti razzisti, suprematisti e antimeridionalisti che si possono leggere sotto la sua firma. “Non si sarà mai dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità”, scriveva riguardo al popolo etiope e eritreo e, in un’intervista a Le Figaro Littéraire, si rammaricava sul fatto che i francesi non fossero “obbligati a dire agli algerini che sono francesi”, mentre “Noi, circostanza aggravante, siamo obbligati ad accordare ai siciliani la qualità di italiani”. Certo, l’eredità giornalistica di Montanelli ha segnato la storia del genere in Italia, fondandolo su principi come una scrittura chiara e diretta e l’indipendenza dai partiti, e elevandolo all’Olimpo delle “grandi penne” italiane. Eppure, le ombre della sua figura alimentano ancora oggi un dibattito su quanto e fino a quando è possibile scindere il personaggio pubblico da quello privato, la professione dall’opinione. Se l’opinione sfocia poi nella professione, la macchia può divenire indelebile.




