L’Innocenza di Elena di Troia. Gorgia e l’Illuminismo Sofistico
E se vi dicessero che non è stata Elena, fuggita da Sparta insieme a Paride, la vera causa della guerra di Troia? No, non stiamo proponendo una nuova versione, aggiornata ed inedita, del mito greco, bensì stiamo parlando dell’Encomio di Elena, un’opera del sofista Gorgia di Leontini. A parlare di quest’opera è Erminia di Iulio, autrice di L’innocenza di Elena di Troia. Gorgia e l’illuminismo sofistico, edito per Carocci Editore (2025).
Erminia di Iulio è stata docente di Storia del Pensiero Ontologica all’Università di Roma Tor Vergata ed è attualmente docente invitata di Storia della Filosofia antica all’Università Pontificia Salesiana. È autrice di numerosi contributi accademici sul pensiero antico e di una monografia dal titolo Gorgias’s Thought. An Epistemological Reading
Vincitrice nel 2024 del Premio Udine Filosofia Sezione Giovane con il libro Istruito dagli dei. ‘Poeti’, ‘muse’ e ‘autorità’ nella Grecia arcaica
Cofondatrice nel 2025 di KAIROS APS, associazione che promuove life-long learning e inclusione sociale, unendo l’insegnamento della filosofia e della LIS.
L’innocenza di Elena è un libro incentrato sulla figura di Elena di Troia nella ricostruzione fornita da Gorgia nel suo Encomio. Come prima cosa, il testo ci dà un quadro di riferimento di chi era Gorgia e, più in generale, del movimento sofistico, di quali sono state le caratteristiche della società ateniese che hanno favorito il successo dei sofisti come intellettuali. Gorgia nasce a Leontini in Sicilia tra il 485 e il 480 a.C e, insieme a Protagora di Abdera, rappresenta l’esponente di spicco della compagine dei sofisti, questi maestri di virtù e di retorica che si affermano nell’Atene del V secolo a.C. Se la filosofia ionica fino a quel momento si era interrogata sulla natura e sul principio da cui tutto deriva – pensiamo a Talete che vede nell’acqua il principio di tutte le cose – i sofisti rivolgevano lo sguardo a tutto ciò che può essere ricondotto ad una matrice umana, troppo umana. I sofisti sono stati i primi a richiedere un pagamento per le loro prestazioni professionali, un punto, questo, che desta il grande biasimo da parte di Platone. È pur vero che Platone non si oppone ai sofisti solo perché decidono di farsi pagare per insegnare, bensì perché mettono a repentaglio un bene di gran lunga più prezioso: la verità. Per i sofisti, non c’è alcuna verità assoluta da ricercare!
Nella seconda e più corposa parte, il libro si concentra sulla figura di Elena a partire dal ritratto che ne dà la tradizione tragica, innanzitutto nella versione colpevolista di Eschilo, ma anche in quella in parte riabilitante di Euripide, che tra i tragici è il più moderno, spesso avvicinato per età e mentalità ai sofisti e alla loro libertà intellettuale. Più ambivalenti sono i poemi omerici, in cui si alternano parole di condanna a parole di pietà nei confronti di Elena vista come vittima.
Nell’Encomio di Elena, Gorgia vuole liberare la donna dalla condanna di essere responsabile, con il suo comportamento, di aver portato i Greci allo scoppio della tragica guerra a Troia. Il vero scopo del sofista è, però, di natura filosofica, ossia mostrare quali sono gli argomenti che ci impediscono di considerare Elena davvero responsabile. Gorgia adduce quattro cause a sostegno della non colpevolezza di Elena. Elena non è colpevole perché ha agito costretta: 1) per volere della sorte o per volere divino; 2) rapita con la forza; 3) persuasa dai discorsi; 4) per amore.
Questo testo si rivela una lettura assai interessante sotto diversi punti di vista. Innanzitutto, va menzionata la chiarezza espositiva con cui è narrato il contesto storico in cui si colloca il movimento sofistico, la figura storica e intellettuale di Gorgia, l’Encomio come opera letteraria e filosofica. L’originalità dell’Encomio è proposta attraverso l’esposizione, seppure in un testo non accademico, del metodo filosofico tout court, che nasce e si alimenta dal confronto diretto con i testi. Al tempo stesso, si tratta di un libro quanto più lontano possibile dalla pedanteria; si dimostra, infatti, un testo fresco, scritto in uno stile scorrevole e piacevole alla lettura, rivolto intenzionalmente ad un pubblico ampio utilizzando un linguaggio contemporaneo fatto anche di rimandi diretti alla nostra attualità.
Abbiamo avuto il piacere di incontrare di persona Erminia Di Iulio e farle qualche domanda sul suo libro. La ringraziamo, innanzitutto, della sua disponibilità.

Il sottotitolo del libro è: Gorgia e l’illuminismo sofistico. Si può dire che ci sono state altre figure equiparabili ai sofisti nella storia della filosofia? Chi sono – se ci sono – i sofisti oggi?
Il riferimento più immediato ai sofisti nella storia è l’illuminismo settecentesco. Per quanto riguarda i sofisti di oggi, credo che questa domanda abbia più di una risposta! Dal punto di vista teorico, credo si debba riconoscere che tutti noi (non solo i filosofi!) viviamo nel mondo di Protagora, ossia il sofista a cui è attribuito il detto: ‘l’essere umano è misura di tutte le cose’. Come cerco di mostrare nel libro, questa frase può essere colta in un senso anche costruttivo, capace di esprimere l’idea ‘della centralità della dimensione umana nella costituzione della realtà, nella quale l’umano stesso è inserito’. Detto in altre parole, la società multiculturale, pluralista e democratica in cui viviamo oggi ha come suo fondamento teorico (più o meno implicito) il relativismo protagoreo. Viviamo in un contesto storico e sociale in cui tutte le opinioni sono legittime, dunque meritevoli del medesimo spazio – con tutte le potenziali problematicità che ne conseguono. Venendo, quindi, alla tua domanda su chi sono i sofisti oggi, ti direi provocatoriamente che siamo tutti un po’ sofisti! Assumendo un punto di vista più pratico invece, esistono diverse figure professionali che mi paiono incarnare tratti tipici dei sofisti.
A tal proposito, nel libro parli dei sofisti come maestri di comunicazione. Siamo più che mai immersi nella società dell’informazione e della comunicazione. Dunque, i nostri esperti di comunicazione sono sofisti?
Sì, ma parliamone! Dal punto di vista filosofico non mi sento di dire che girano molti Protagora o molti Gorgia. Se ci limitiamo ad una valutazione professionale, non ho problemi a riconoscere che coloro che esercitano la libera professione nel mondo della cultura e della comunicazione possono avere una qualche parentela con i sofisti. Mi vengono in mente divulgatori, content creator, ma anche – perché no? – life coach o televenditori.
Non lo stai dicendo per caso…
No, infatti, ne parlo nel libro, ma non spoileriamo!
C’è un passaggio nel libro in cui parli del sofista come di una figura in grado di garantire al cittadino una performatività sociale. Vorrei chiederti allora di soffermarti su questo aspetto che ritengo molto attuale, dal momento che anche l’individuo contemporaneo ha istanze innegabili di performatività sociale.
La nostra società come l’Atene del V secolo, in quanto democratica, è una realtà plurale e conflittuale e dove c’è un conflitto tra individualità, credo emerga inevitabilmente l’urgenza a performare. Tuttavia, se dobbiamo parlare di performatività sociale nell’Atene del V secolo e nel mondo contemporaneo, dobbiamo fare dei distinguo. Nella democrazia diretta ateniese, la performatività è a tutti gli effetti politica – nel senso pieno della parola che viene dal greco polis, città. Questa etimologia suggerisce che per i Greci non c’è distinzione tra dimensione sociale e dimensione politica – differenza che noi, invece, abbiamo. In poche parole, per noi la performatività sociale è, per l’appunto, sociale: assume spesso e volentieri caratteri estetico-produttivi, più che politici.
Parlando ancora di performatività, applichi questo concetto anche in riferimento al potere del linguaggio. Qual era la concezione gorgiana del linguaggio?
Effettivamente, in quale altro strumento può darsi la performatività sociale se non in quello linguistico? La sfera pubblica, così inquietante e pervasiva, si manifesta primariamente nel – grazie al e partire dal – linguaggio. La padronanza dello strumento linguistico, che in quanto retore di professione doveva necessariamente aver sviluppato, ha condotto Gorgia a elaborare una delle prime (se non la prima!) riflessioni sistematiche, seppur non trattatistiche, sul potere delle parole che lui stesso definisce, in un passo molto celebre, ‘potenti signore’. Ora, a ben guardare, ed è un aspetto che cerco di sottolineare nel libro, l’idea che la parola sia una realtà performante, produttiva e in qualche modo viva non è novità sofistica – il mondo greco, sin dai suoi albori, ha sempre riconosciuto la grandiosità della parola. Su questo sfondo la peculiarità della posizione gorgiana è duplice: da un lato, nel mondo greco arcaico la performatività della parola finisce per discendere dalla autorevolezza del parlante (ho approfondito questo tema in Istruito dagli dei); dall’altro, lo strapotere delle parole è esplicitamente ricondotto, da Gorgia, alla credulità epistemica dei parlanti (e degli uditori): è la fragilità cognitivo-conoscitiva degli individui che li rende facili prede della persuasione.
Entrando più nello specifico dell’argomento del libro, ossia la rilettura della figura di Elena nell’Encomio, perché pensi che Gorgia abbia voluto dedicare un’opera proprio a questa figura così tanto bistrattata dalla tradizione tragica?
Credo che le ragioni di questa scelta risiedano nel carattere ‘reclamistico’ dell’Encomio. Dobbiamo tenere presente quello che abbiamo detto poco fa sulla natura auto imprenditoriale dei sofisti, i cui guadagni dipendevano dalla bravura nel procacciarsi i clienti. Quale modo migliore di impressionare il pubblico ateniese se non riabilitare la donna più condannata della tradizione letteraria del tempo (è vero che accanto al filone per così dire colpevolista ne esisteva uno chiaramente innocentista, tuttavia esso rimane decisamente minoritario e raggiunge il suo apice con l’Elena di Euripide che è, con tutta probabilità, posteriore all’Encomio gorgiano)? È sufficiente pensare all’Agamennone di Eschilo in cui Elena è ripetutamente accusata di essere la causa della rovina della guerra di Troia. Qui Eschilo definisce Elena: ‘rovina di navi, d’uomini, di città’.
Direttamente dal tuo libro: “Sferrando un colpo (fatale) a una tradizione ultracentenaria, Gorgia stabilisce, senza ammettere alcuna possibilità di replica, che ‘violenza’ e ‘consenso’ non possono coesistere; che se c’è l’una, per forza di cose, allora non c’è l’altro”. Ti va di spiegarci in che senso per Gorgia violenza e consenso sono così agli antipodi?
Bizzarro che Gorgia lo abbia capito e alcuni di noi fanno ancora oggi così fatica! A parte le battute, se facciamo caso alle molteplici narrazioni su Elena, notiamo che la maggior parte tende a individuare più di un motivo per il quale Elena è andata a Troia. Spesso e volentieri il rapimento di Paride e l’innamoramento di Elena compaiono assieme senza che questa contraddizione sia sentita problematica dalla tradizione greca. L’operazione compiuta da Gorgia consiste nel disambiguare e neutralizzare tale contraddizione, intuendo ciò che verrà formalizzato successivamente da Aristotele, cioè che non posso essere responsabile di un’azione se non ne sono causa e principio. Se Elena è stata rapita da Paride, evidentemente non è principio d’azione, dunque non è responsabile, ma vittima.
L’ultima domanda è alla scrittrice. Sei autrice di numerosi contributi accademici sul pensiero antico. Come è stato il passaggio ad una scrittura rivolta ad un pubblico più ampio?
Stupendo! Devi sapere che prima di iscrivermi alla facoltà di filosofia, nel primo anno di Università ero iscritta a Lettere, perché come tanti giovani avevo velleità di scrittura, che ho poi abbandonato. Mi ha fatto quindi molto piacere riuscire a coniugare le mie due grandi passioni: il mondo greco e la scrittura. Ti dirò di più, la scrittura di questo libro ha avuto luogo durante un periodo di seri problemi di salute. Si dice spesso che nei momenti di difficoltà la cosa migliore è ‘tornare alle origini’ e per me ‘tornare alle origini’ ha sempre significato scrivere.




