Analisi sulle ragioni dello sciopero dell’8 marzo

Analisi sulle ragioni dello sciopero dell’8 marzo
Immagine tratta da nonunadimeno.wordpress.com

La mobilitazione generale che ha avuto luogo giovedì 8 marzo nelle più importanti città d’Italia e in diversi paesi in tutto il mondo ha avuto un eco molto forte sui media sia in Italia che all’estero. Concentrando l’attenzione sull’Italia si è potuto notare che lo sciopero ha portato in piazza tantissime persone portatrici di istanze diverse tra loro. Sicuramente il promotore principale della manifestazione, ovvero il comitato Nonunadimeno, ha svolto la funzione di forza trainante per l’intera manifestazione a cui poi si sono aggiunte successivamente alcune categorie di lavoratori e lavoratrici che hanno fornito il loro sostegno. Tra queste categorie, prendendo ad esempio Roma, si ricordano i dipendenti delle aziende di trasporto pubblico come ATAC, COTRAL, Ferrovie dello Stato e altre aziende di servizi per il trasporto pubblico locale oltre all’azienda per la raccolta dei rifiuti AMA. Ad incrociare le braccia anche alcune sigle sindacali di cui fanno parte piloti e assistenti di volo ed altre che comprendono il personale scolastico di scuole e università. Insomma, si è trattato di un vero e proprio sciopero generale.

Ma quali sono le motivazioni di uno sciopero con una portata così ampia? Secondo il comitato Nonunadimeno le rivendicazioni sono state molteplici e dagli ambiti più disparati. Il tema più forte di questo sciopero è stato quella della violenza sulle donne inquadrato in quello più ampio della violenza e della discriminazione di genere. Nonunadimeno rivendica innanzitutto il rifiuto della violenza maschile e, tra i temi più citati, quello delle gerarchie sociali imposte alla donna, l’autodeterminazione femminile, la parità dei diritti sul lavoro e la denuncia della onnipresente quantità di obiettori di coscienza negli ospedali pubblici che impediscono alle donne che ne hanno necessità di abortire. Andando an analizzare queste istanze, che sono le più importanti, si potrebbe dire che alcune di queste si coniugano più che bene con le modalità di protesta mentre altre un po’ meno, andiamo a vedere quali.

Iniziando dalle rivendicazioni ben legate alla modalità di protesta si possono trovare la parità dei diritti sul lavoro e la difficoltà di poter abortire in ospedali pubblici pieni di obiettori. Per la prima, si parla del fatto che troppo spesso le donne sono soggette ad ingiustizie e ricatti a cui non sono soggetti gli uomini. Qualche numero: secondo le Nazioni Unite nel mondo le donne guadagnano in media il 23% in meno rispetto alla loro controparte maschile. In Italia il gap è più ridotto e si aggira attorno al 5% secondo i dati Eurostat. Sempre stando agli studi fatti dall’ONU, la differenza di stipendio non ha delle cause determinanti ma è figlio di una sottovalutazione delle competenze femminili e delle doppie mansioni che le donne svolgono sia nel proprio lavoro che a casa, venendo quindi retribuite per meno ore. Quando si parla di sottovalutazione delle competenze femminili vuol dire che il problema è innanzitutto culturale e che coinvolge direttamente anche le gerarchie sociali imposte alla donna. Un secolo fa per esempio, secondo le gerarchie sociali sembrava impensabile che una donna lavorasse e vivesse del suo, poi per fortuna ci siamo evoluti e le cose sono cambiate ma nonostante questo è rimasta una sottile sottovalutazione molto velata che impedisce al popolo femminile di ottenere lo stesso stipendio degli uomini. Ciò, oltre che ingiusto è anche del tutto illogico; perché un datore, a parità di competenze, deve retribuire in misura minore una sua dipendente che svolge le stesse medesime funzioni di un suo collega maschio? Nessuna risposta viene mai data a questa domanda per il semplice fatto che non c’è un motivo valido e non essendoci una ragione valida è inaccettabile continuare di questo passo. Pagare una donna meno perché è donna è una cosa inaccettabile nel mondo globalizzato del 2018 ed è una validissima ragione per scendere in piazza per denunciare questa disparità di trattamento. Oltre a tutto ciò sono svariati i casi di ricatto o licenziamento per donne incinte. Secondo l’Espresso i casi di mobbing di maternità sono aumentati del 30% negli ultimi cinque anni mentre negli ultimi due sono state costrette a dimettersi approssimativamente circa 800mila mamme.

Un altro tema importante della mobilitazione è stato quello degli aborti negati dai troppi obiettori negli ospedali pubblici. Secondo una inchiesta pubblicata sul settimanale del Fatto Quotidiano Millennium la percentuale di personale ospedaliero in Italia tra medici, infermieri e professionisti del settore è di circa del 70%. Una enormità se consideriamo le lunghe lotte culminate con la legge 194/1978 che istituì il diritto all’aborto. Un diritto che però viene negato nella maggioranza dei casi che invece lo stato dovrebbe garantire alle sue cittadine. Il fatto che troppi professionisti siano obiettori non può andare d’accordo con una legge che dovrebbe garantire ad una donna di poter interrompere la sua gravidanza poiché se si antepongono i principi personali alle necessità del paziente vuol dire che si è sbagliato lavoro. Una soluzione a questo problema potrebbe essere quella di istituire una legge che imponga un numero massimo e necessariamente minore di obiettori rispetto ai non-obiettori all’interno di una struttura ospedaliera. Al di fuori di essa gli obiettori di coscienza potranno continuare ad operare come meglio credono in altre strutture private. Il fatto che in quarant’anni di diritto all’aborto si sia arrivati al 70% di obiettori nelle strutture pubbliche è allarmante e lo è ancora di più il fatto che per parlarne sia necessario arrivare ad uno sciopero generale.

Tema focale di tutta la vicenda la violenza maschile. Secondo uno studio condotto dall’ISTAT in collaborazione con il Ministero della Giustizia, tra il 2012 e il 2016 in Italia sono state uccise 774 donne in cinque anni, questo significa che in media viene uccisa una donna ogni due giorni. Nel 55% dei casi si tratta di assassinii a sfondo sentimentale nel corso di una relazione o dopo il termine del rapporto. I moventi sono per la maggior parte gelosia  o possessività nei confronti della partner. Ma questi numeri certificano una emergenza femminicidi in Italia? La risposta, secondo una ricerca dello United Nations Office on Drugs and Crime (UNODOC) e secondo l’archivio delle denunce per omicidio volontario del Ministero dell’Interno, è no. Andiamo a vedere perché. Secondo questa ricerca, tra il 2004 e il 2015 in Italia hanno avuto luogo 0,51 omicidi ogni 100mila donne residenti rispetto alla media di 1,23 nei trentadue paesi europei e nordamericani. Tra questi, quelli dove le donne corrono i maggiori rischi sono i paesi dell’ex Unione Sovietica e gli Stati Uniti d’America con una tasso circa quattro volte superiore rispetto all’Italia. Se si considera la differenza di sesso in ogni omicidio emerge che in Italia vengono uccise circa 37 donne ogni 100 uomini, a differenza ad esempio della Svizzera dove il rischio per entrambi i sessi è più o meno equivalente.  In più, stando ai risultati di questa ricerca, confrontando i quinquenni 2006-2010 e 2011-2015 si evince che i femminicidi in Europa sono in calo del 14% e in Italia del 5%.  Stando a queste cifre, si capisce che i femminicidi in Italia sono in calo e che non vi è una emergenza vera e propria. Ovviamente è doveroso porre in atto tutti gli strumenti ed iniziative necessari per contribuire a ridurre ancor di più questo fenomeno, ricordando però che una percentuale anche minima di violenza sia nei confronti dell’uomo che della donna è fisiologica nell’essere umano, nel senso che non è possibile pretendere di impedire del tutto che le persone si ammazzino tra di loro, siano esse uomini o donne. Per questo il concetto di sciopero contro la violenza appare un po’ aleatorio. Per contrastare il fenomeno gli strumenti ci sono e si può partire innanzitutto dall’educazione. Dalle famiglie parte il dovere di educare il proprio bambino, dovere che dovrebbe proseguire poi nelle scuole mediante l’educazione alle differenze formando in questo senso gli insegnanti. Un’altra maniera per ridurre il fenomeno potrebbe anche essere quella di indirizzamento verso una figura psicoanalitica da parte di famiglia e amici rivolta alla persona che abbia iniziato a dare già i primi comportamenti preoccupanti. Alcune proposte invece, come quelle di inasprire le pene per uomini che uccidono donne, sono chiaramente incostituzionali dove l’Art. 3 della Costituzione parla chiaro: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Un’altra critica che si potrebbe fare allo sciopero sono le rivendicazioni contro la precarietà e la violenza ambientale. Questi due temi non sono problemi che coinvolgono solamente le donne ma problemi che riguardano entrambi i sessi, potremmo chiamarli temi unigender se vogliamo. Le vittime della precarietà non si contano più nel mondo dei giovani, tra i quali ci sono in egual misura uomini e donne. Stesso discorso per l’inquinamento ambientale: ciò che intossica le donne intossica anche gli uomini poiché il veleno non fa distinzioni di genere.

Altre critiche si potrebbero fare verso alcune sigle sindacali sotto le quali vi sono dipendenti delle ditte di trasporto pubblico locale. Per fare un esempio, in una città come Roma gli scioperi del trasporto pubblico non si contano più. Alcuni legittimi come quelli indetti da Roma TPL, i cui dipendenti ricevono molto spesso lo stipendio a singhiozzo, altri molto meno come quelli indetti per motivazioni troppo generiche come la guerra in Medio Oriente o contro il governo Renzi. Emblematico quello indetto il 13/06/2016 dalla 20:30 alle 0:30 del giorno dopo coincidente con la partita Italia – Belgio delle 20:45. A questo punto viene da chiedersi se le sigle che hanno aderito il 8/03/2018 lo abbiano fatto per convinzione e condivisione delle istanze portate in piazza o semplicemente per approfittare di un giorno in meno di lavoro.

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