Stralci di razzismo all’italiana

Stralci di razzismo all’italiana
Fonte immagine: Vice

L’inconsistenza epistemologica del razzismo scientifico è replicabile anche sul fronte giuridico.

È, sì, vero che il termine razza viene utilizzato nell’articolo 3 della Costituzione italiana, ma con l’intento di sancire giuridicamente l’uguaglianza degli uomini, ovvero il loro diritto alla vita e alla realizzazione personale indipendentemente dalle differenze, o per meglio dire nonostante queste.

Continuano i disordini sociali nelle varie città italiane: fra gli ultimi, lo scontro tra i fascisti di CasaPound e gli attivisti dei collettivi a Napoli, prima ancora Macerata, e poco più di un mese fa, era stato il candidato governatore del centrodestra per la regione Lombardia, Attilio Fontana, ad uscirsene con considerazioni razziste, volte alla difesa della razza bianca. Nonostante Fontana abbia tentato di marginalizzare la gravità del suo intervento, attingendo all’accezione di razza proposta dalla Costituzione, risulta evidente con quanta intensità il germe del razzismo si stia insinuando nella quotidianità delle persone.

Le razze nella Costituzione non discriminano

«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Così all’articolo 3 della Costituzione italiana.

È evidente che l’utilizzo del termine razza non assume una valenza razzista, ma che al contrario si apre ad un senso più ampio di umanità, rivolgendosi all’uguaglianza che la dovrebbe contraddistinguere. La razza a cui fa riferimento la Costituzione sottintende differenze di ordine culturale, tradizionale ed etnico. Differenze, cioè, contingenti, casuali, relative al dove e al quando, artificialmente intesi.

Niente a che fare con le differenze di ordine ontologico. L’ontologia si concentra, infatti, sugli aspetti essenziali dell’essere, andandone ad indagare il senso e le strutture fisse e immutabili che contraddistinguono l’essenza dell’uomo, prima ancora di essere considerato persona. Per questo motivo ontologicamente non esistono differenze prime: subentrano in un secondo momento quelle relative al sesso, alla razza, alla lingua e alla religione. In ogni caso, diversità convenzionali, create dagli uomini, e non verità assolute.

L’incoerenza del fascismo razzista

Nel lessico socio-politico italiano, il termine razza si impone con forza in seguito alla divulgazione delle leggi razziali (1938-1939), incorniciate dal Manifesto sulla razza (1938), dalla Dichiarazione sulla razza del Gran Consiglio del Fascismo (6 ottobre 1938) e da Il secondo libro del fascista (1939).

Dal Manifesto sulla razza si evince che: «esiste ormai una pura “razza italiana”. Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana. È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti».

Il fascismo riconosceva al concetto di razza una valenza che superava quella scientifico-biologica e culturale. La razza stava ad indicare un qualcosa di più sottile e al contempo sporco: la condivisione di un sangue unico e puro come simbolo di appartenenza e chiusura. Un sangue italiano che non ammetteva contaminazione alcuna.

All’interno de Il secondo libro del fascista si legge invece quanto segue. «Quando in genere si parla di razza, si allude a una realtà biologica, ossia a un gruppo umano, i cui individui presentano un insieme di caratteri simili, come il colore della pelle, la forma del cranio, il tipo della capigliatura ecc. La razza è costituita e delimitata dalla eredità costante di quei caratteri, che la distinguono da tutte le altre. Però oltre a ereditare i caratteri fisici, o biologici, si ereditano, nella razza, anche i caratteri morali, ossia quell’insieme di istinti, di inclinazioni, di attitudini, di doti che compongono la personalità umana».

Ereditare visceralmente caratteri morali significa estendere la superiorità di una razza anche a livello morale e spirituale. In questo caso la superiorità morale dell’Italia imperiale mussoliniana. Una superiorità e una purezza che fanno acqua da tutte le parti anche quando si ascolta semplicemente la celebre canzonetta fascista Faccetta nera, nella quale si evince, al contrario, una netta inferiorità morale e culturale dell’Italia rispetto all’etnia colonizzata e devastata, attraverso scempi macabri, durante la guerra d’Etiopia. Quanti conoscono il vero senso della canzone e cosa si intende per bella abissina?

Innanzitutto Mussolini stesso aveva tentato di farla bandire, perché troppo meticcia e aperta verso le unioni sessuali interrazziali.

Il duce voleva il suo “posto al sole” e le truppe italiane, durante la campagna coloniale ad Addis Abeba, hanno confuso la terra con la donna, la “bella abissina” appunto. La donna nera, da conquistare e penetrare proprio come quella terra che, oscenamente e faticosamente, hanno conquistato. Faccetta nera non è soltanto una canzone razzista, ma è una canzonetta che sbandiera con ilarità la violenza sessuale sulle donne. È la matrioska della discriminazione.

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