Il business dei rifiuti. Più di 250 incendi negli impianti negli ultimi tre anni

Il business dei rifiuti. Più di 250 incendi negli impianti negli ultimi tre anni

Sono ben 261 gli incendi che negli ultimi tre anni hanno interessato i siti di recupero e smaltimento dei rifiuti, quasi uno al mese e per il 20% sono di origine dolosa.

Numeri significativi che sono stati documentati nella relazione finale della Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti.

Dal 2012 ad oggi l’incremento del numero degli incendi è stato costante, nel 2017 i roghi di rifiuti sono stati il doppio del 2016.

E proprio nell’ultimo anno il fenomeno è stato posto sotto i riflettori dell’opinione pubblica.

Analizzando i dati, emerge che il 47.5% di questi incendi si sono verificati in impianti del Nord Italia, conseguenza del fatto che i rifiuti del Centro-Sud vengono smaltiti principalmente nel settentrione, dove si concentrano la maggior parte degli impianti.

La presidente della Commissione ecomafie, Chiara Braga, ha spiegato che si tratta di un “fenomeno nazionale e non di una mera sommatoria di episodi distinti”.

A fronte di una crescita esponenziale del fenomeno si registra una risposta giudiziaria non omogenea e non particolarmente incisiva negli esiti.

In alcuni casi, infatti, gli incendi divampati negli impianti di rifiuti non vengono segnalati dai vigili del fuoco e dalle agenzie regionali per l’ambiente come notizie di reato alle procure della Repubblica territorialmente competenti, restando in una “zona d’ombra”.

Gli eventi portati all’attenzione delle procure per la metà hanno dato luogo a procedimenti penali a carico di ignoti. Soltanto per il 20% si è ipotizzato il dolo.

Difficile dunque individuare con chiarezza le cause dei roghi. Tuttavia la Commissione ecomafie ha segnalato alcuni elementi d’insieme:

  • la fragilità del sistema con carenza e quindi sovraccarico degli impianti;
  • rarefazione della gestione dei controlli;
  • presenza di materiali anche non autorizzati.

Non a caso a Mortara, in Provincia di Pavia, l’incendio presso la ditta di stoccaggio rifiuti della Eredi Bertè scoppiò proprio il giorno precedente ai controlli previsti dall’Arpa, forse per non far scoprire un accumulo di rifiuti che andava oltre ai limiti autorizzati. L’incendio, su cui sta ancora indagando la procura, ha impegnato i vigili del fuoco per ben 15 giorni prima di essere domato, creando allarme tra la popolazione per i rischi ambientali e sulla salute.

Sicuramente, come confermato, dal comandante del NOE (nucleo operativo ecologico dei Carabinieri) di Milano, Massimiliano Corsano: «esistono interessi criminali nel settore. Sempre più spesso si registrano operatori che si sono piegati a dinamiche delinquenziali pur di sopravvivere.».

Come intervenire?

Il ciclo dei rifiuti presenta ancora delle forti criticità.

Onde prevenire il fenomeno degli incendi sicuramente occorrerebbe creare una maggiore sinergia tra gli enti preposti alla tutela dell’ambiente e andrebbero aumentate le ispezioni.

I piani regionali prevedono visite programmate e straordinarie negli impianti. Proprio le ispezioni straordinarie dovrebbero essere maggiormente implementate per la sicurezza dei cittadini.

Altro tema su cui bisognerebbe alzare il livello di attenzione è quello relativo ai controlli sulle situazioni societarie, assicurative e fideiussorie degli impianti.

Tornando al caso di Mortara, la fideiussione stipulata dalla ditta Eredi Bertè per 317.000 euro appare, infatti, insufficiente a coprire i danni provocati dall’incendio di settembre.

 

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